L’umiltà per me è un grande pregio ed accostarsi per una chiacchierata con Lei non è stato facile, eppure il suo sorriso e la sua accoglienza aprono il cuore: siamo cresciuti con Lei ed è stato quasi istintivo trovarsi”

foto per gentile concessione di Ariella Reggio

Il cucchiaino che tintinna nella tazzina di caffè e Ariella inizia… Eccomi qua, ciao. Allora, cercherò di dirti qualcosa, perché le domande sono troppe. Comunque, facciamo un po’ di date.

Ho cominciato quando ho finito il liceo Petrarca. Nel frattempo, allora non c’era televisione, non c’era ancora, figuriamoci il computer, e ascoltavo molto la radio. E’ stata la radio che mi ha dato la voglia di recitare. Non era una cosa allora professionale allora: era una voglia, un piacere.

Ascoltavo queste belle voci, si faceva tanta prosa alla radio allora. Alla radio, che non si chiamava RAI, si chiamava, credo, Radio Trieste la sera mi addormentavo con queste belle voci. Ho finito il liceo Petrarca, poi la maturità e poi mi sono iscritta – erano gli anni Cinquanta – nel 56 a vent’ anni, a questa scuola di recitazione Silvio De Mico, che era presso il Teatro Nuovo di Trieste e che adesso non c’è più, proprio di fronte il liceo Dante. Lì c’era un uomo, Deo, che insegnava e che mi ha portato direttamente a lavorare alla radio.

Ricordo che facevamo molto teatro, prosa per ragazzi, che poi veniva trasmessa in tutte le scuole d’Italia. E quindi ho cominciato lì la professione, perché nel 56 ho versato il mio primo contributo Enpals per i lavoratori dello spettacolo. Quindi figuriamoci, fino ad ora, insomma, mi è arrivata una bella pensioncina.

Dopodiché abbiamo fatto un saggio su Bonaventura, mi ricordo. E’ venuto Sergio Dosmo, che allora dirigeva il Teatro di Trieste. Mi ha presa per una sostituzione di Colombina, l’ho fatta al Castello di San Giusto ed è stata la prima volta, regia di Fulvio Tolusso, la prima volta che ho calcato il palco e ho capito che il palcoscenico mi dava un fremito in più e quindi mi ci sono affezionata. Poi, grazie ai miei genitori, bravi, all’avanguardia, e ancora oggi li ringrazio là dove sono, mi hanno permesso di raggiungere una mia amica a Londra, che lavoricchiava lì. Io sono andata con mia madre, poi ho rimandato mia mamma a casa e sono rimasta lì per cinque anni.

Ho cominciato con i lavori più umili, erano gli anni Sessanta, figuratevi la rivoluzione che successe a quel tempo: i Beatles, i Rolling Stones, Mary Quant, eccetera. Sono finita tramite un provino a lavorare alla BBC inglese che dava lezioni in italiano per gli inglesi e quindi sono diventata una piccola star, nel senso che oltre alla radio abbiamo fatto anche la TV e mi riconoscevano addirittura per la strada a Londra. È stato un periodo meraviglioso.

Poi sono tornata. Il provino l’ho fatto con un certo Mr. Clark e anche di lui mi ricorderò per sempre, anche se ormai è in cielo. Poi sono tornata a Trieste e ho deciso a quel punto di fare la professione, perché è una decisione importante. Qualche volta il pubblico forse non capisce la differenza tra amatoriali e professionisti.

Non è questione di bravura, ci sono degli amatoriali bravissimi che io stimo, conosco e che vado a vedere, ma la professione è una scelta. Vuol dire pagare le tasse, vuol dire fare sette ore di prove al giorno, significa avere delle responsabilità e ricevere dei soldi per quello che fai, anche se spesso in teatro i guadagni sono magri, parlo per i giovani soprattutto, e quindi vivere di quel lavoro: non è semplice. Questa è la scelta della professione.

Sono entrata nella compagnia di prosa dello Stabile del Friuli Venezia Giulia. Cerano allora Sergio Dosmo, Guido Botteri, presidente, e lì ho conosciuto Orazio Bobbio che poi è stato anche mio compagno nella vita e poi marito fino al divorzio. Però non ho mai divorziato dal teatro. Nel frattempo ho fatto un’escursione a Genova al teatro della Tosse. Era il 1975 e la Tosse stava cominciando i suoi primi passi in salita, per questo si chiama così, era agli inizi. Ricordo anche tante difficoltà, il freddo.Cerano Tonino Conte e Emanuele Luzzati, due grandissimi che si erano messi in gioco con questa compagnia, al di fuori anche loro dallo Stabile, e così ho imparato come si fa una Compagnia.

Mi ricordo uno spettacolo fatto con loro, “il Re cervo” della Gozzi. Era un “Re cervo” completamente strano. Sono tornata a Trieste dove Orazio ha insistito per fare una Compagnia anche noi, e con grande coraggio e anche un po’ di incoscienza abbiamo deciso di uscire dallo Stabile. Abbiamo trascinato con noi Francesco Macedonio e Lidia Braico per fortuna, e abbiamo iniziato con “A casa tra un poco” nel 1976 all’Auditorium e adesso anche quel teatro non c’è più.

Nel 1976 con “A casa tra un poco” di Damiani Grzancic, un dialetto drammatico che parlava dei fuochisti dell’Oida austriaco. Però purtroppo nel 1976 è venuto il terremoto per cui i teatri erano vuoti. Allora abbiamo abbinato due generi che lo Stabile non faceva, il teatro per ragazzi e il dialetto.Il teatro per ragazzi è cominciato sempre con un testo di Tonino Conte e Luzzatti, “Tre carabinieri, due pulcinelle e uno spazzino”. C’è stato un incontro casuale con Sergio Liberovici che era un grandissimo musicista e che in quegli anni dirigeva il teatro per ragazzi allo stabile di Torino. Ci ha chiamati lì ed abbiamo messo su “Il Marcovaldo”, che ha girato l’Italia.

Siamo stati là più di un anno, a Torino e poi siamo ritornati perché ci mancava casa. Allora si dava il caso che un certo cinema Cristallo stesse chiudendo e noi abbiamo cercato di rilevarlo e ce l’abbiamo fatta.

Ma ci ritroveremo ad Aprile per il genetliaco del tuo capolavoro: un Teatro diventato Stabile: “La Contrada!?Guai se no! Ma ritorniamo ai ricordi, sono la memoria che vorremmo che gli altri trattenessero, un po’ come nella piece che sto portando in tournée, “Argo”.

Nell’83 dicevamo, l’abbiamo preso: prima l’abbiamo affittato, poi ci siamo insediati e ci abbiamo fatto la nostra casa. Poi l’ha preso il Comune e ancora adesso è proprietà del Comune, però la Contrada paga l’affitto e la situazione tuttora sussiste. Bene, lì abbiamo cominciato con una stagione, poi Orazio ha deciso che si dovesse cominciare col dialetto, quindi nell’86 abbiamo cominciato con uno spettacolo di Carpinteri e Faraguna che ha avuto un successo strepitoso.

C’era la fila fino a Piazza Perugino. Io mi ricordo che eravamo pazzi dalla gioia anche se di notte non dormivamo a causa della burocrazia perché si fanno le Compagnie con grande coraggio, ma poi si deve affrontare tutto quel delirio chiamato burocrazia che purtroppo esiste tuttora e non sembra diminuire. Quindi, nell’86 abbiamo preso il teatro e abbiamo cominciato con “Due paia di calze di seta di Vienna” che è stato successone e da lì siamo andati avanti.

Abbiamo messo in scena molto dialetto con Carpinteri e Faraguna ma anche con Kesic e con tantissimi autori ed anche spettacoli in italiano. Io però prima, quando ero ancora allo Stabile avevo fatto un provino al Piccolo Teatro in Milano negli anni ’70 e lì mi era andata bene. Strehler mi aveva preso in simpatia, tanto che, anche se era milanese gli piaceva molto parlarmi in triestino; mi ha detto una frase che ricordo ancora e che ricorderò per sempre: “Ti gà grande sensibilità, ti farà strada”.

Ora non so se l’ho fatta, la strada, ma lunga è stata davvero perché sono ancora qui. E ho partecipato con una particina piccolissima in “Santa Giovanna dei Macelli”: devo dire però che per quella particina lui mi ha tenuto delle ore.

Vorrei ricordare anche “Il Compleanno “ di Harold Pinter con Battiston e Paravidino al “Teatro Quirino” intitolato a un gigante del teatro, Vittorio Gassman, uno spettacolo denso di sensazioni uniche e di emozioni e forse difficilmente comprensibili per me, era tutto “unico”.

Cinema, cinema, allora Woody Allen, il 2014 un anno fortunato?E’ stata una fortuna apparire anche in qualche film (grazie alla mia agente di Roma). Naturalmente è stato un “bel colpo” Iavorare con Woody Allen, sono stata scelta attraverso un normale provino in Iingua inglese. Ma voglio ricordare “Sono Tornato” perchè, anche se facevo una piccola parte mi ha dato tanta soddisfazione. – Ariella Reggio interpreta la nonna Lea nel film, poi in “La Vita Da Grandi”, regia di Greta Scarano, che parla di autismo – . Fare cinema è bellissimo , ma la tecnica è molto diversa da quella del teatro e poi alla fine il regista, il direttore della fotografia e il montatore, secondo me, sono più importanti dell’attore. Il mio caro amico e grande attore Omero Antonutti che di cinema ne faceva tanto, mi dava spesso consigli in merito.Il caffè è già finito e i racconti di Ariella Reggio si stagliano tra i miei meravigliosi ricordi da spettatore ancora bambino, con negli occhi lo stupore per la magia del teatro. Non solo la storia del nostro teatro, ma della vita sincera ed intensa di una vera, coraggiosa, signora Donna: Ariella Reggio

La dobbiamo salutate con rammarico, l’indomabile leonessa inizia il suo tour con lo spettacolo “Argo”

Per capire perché andarlo a vedere: leggete la nostra recensione: https://www.nordestnews.it/2025/12/14/argo-due-serate-con-ariella-reggio-maria-ariis-e-lucia-limonta/