Baby Reindeer non è uno spettacolo come gli altri, è uno spettacolo che si attraversa, che ci ricorda fenomeni dei nostri giorni, forse sempre esistiti ma non così penetranti: un tipo di teatro raro, quasi inedito, con delicatezza crudele. Non vuole essere rassicurante ma confessione che diventa vulnerabile man mano che si srotola.

Presenza, non assoluzione: lo si capisce già dai primi minuti di scena con l’esposizione personale che dà voce alla casualità di un incontro piacevole che si trasformerà in mostro. Francesco Mandelli si mette in gioco come corpo narrante, con la voce che trema e che si contraddice, come uomo che accetta di mostrarsi in tutta la propria fragilità ed è proprio così, con questo esporsi che risiede la forza perturbante dello spettacolo.

Ci parla di Donny, il protagonista che non viene offerto come vittima né come figura da compatire; al contrario è un essere umano che vibra nelle crepe della sua emotività, di bisogno di essere considerato, ed è proprio questa fame di essere che lo rende esposto, addirittura complice senza volerlo di una relazione tossica. Lentamente , quasi senza accorgersene questo legame incolore si trasforma in una prigione psicologica. La sua interpretazione non è mai sopra le righe, ma sempre misurata ed intensa: Mandelli non “interpreta” Donny: lo attraversa.

E’ questa la forza dello spettacolo.

Un altra analogia dei nostri tempi sono le relazioni malate, quelle che diventano stalking, con una trama che appassiona: l’in contro con una donna che si rivela ossessiva, la sua solitudine che si dilata fino a diventare una fotografia delle nostre dipendenze affettive del nostro modo di cercare amore nei luoghi sbagliati. L’attenzione sembra creare, cercare salvezza ma è un errore, con la nudità del racconto ecco il disagio raccontato senza vittimismo o moralismi.

Mandelli anche questa volta ci sorprende, non è solo un attore, un regista, un comico, un conduttore televisivo ma anche un arguto sceneggiatore. Domande da porsi…solo senso di colpa. La regia di Mandelli lavora per detrazione e la stanza mentale diventa luogo di confessione dove ogni parola risuona, rimbalza come in una cassa di risonanza claustrofobica ed emotiva.

Le luci disegnano stati d’animo, tagliano il volto, scavano ombre e poi si ritirano mentre il pubblico del Rossetti ha un fremito quasi di angoscia lasciando il personaggio in una penombra che sa di memoria che fa male.

Il ritmo accelera come un pensiero ossessivo: Martha non desiderava solamente farsi offrire da bere tenendo quasi un broncio che sembrava tristezza, no: si trasforma in un sorriso appena accennato, la simpatia di un dolce soprannome, Baby…Baby Reindeer…”Piccola Renna”. Poi il vuoto. Le luci sembrano fanali, quasi un interrogatorio, la voce si spezza in pause improvvise che sembrano respiritrattenuti.

L’ironia affiora ma non alleggerisce, non conforta ferisce: vorrebbe essere un meccanismo di difesa che costringe lo spettatore a ridere ma subito dopo a sentirsi colpevole: è solo fuga emotiva. Baby Reindeer parla di stalking, ma in realtà è molto di più: parla della solitudine, del bisogno diapprovazione attraverso lo sguardo dell’altro.

Equilibri incerti: la violenza non è sempre rumorosa e evidente, può nascere anche dentro parole che suonano come carezze, dentro soprannomi gentili che diventano marchi di possesso. Mandelli qui dà prova di maturità con una delle sue prove più dolorose, scegliendo di non nascondersi dietro un accattivante simpatia ma di attraversare la contraddizione umana fino in fondo. Non si protegge ed è il pubblico che deve reggere il peso di ciò che vede. “Baby Reindeer” non consola e non salva, non giustifica e resta, si deposita nella nostra coscienza di un “altro” teatro, come un sedimento emotivo nel pubblico. Anche a noi, appartiene una parte anche se piccola di Donny, e forse anche di Martha…

Silenziosamente il dubbio si insinua ed anche in questo sta la sua forza più rara: essere un teatro che non cerca applausi ma consapevolezza, che chiede però responsabilità, che non si dimentica perché non è mai stato “solo” uno spettacolo.

“BABY REINDEER, PICCOLA RENNA”

Di Richard Gadd

Con Francesco Mandelli

Regia Francesco Frangipane

Traduzione Massimiliano Farau

Musiche Roberto Angelini

Scenografia Francesco Ghisu

Disegno luci Giuseppe Filipponio

Costumi Eleonora Di Marco

Produzione Argot Produzioni, Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito, Nidodiragno/CMC produzioni