C’è un momento, in “Vorrei una voce”, in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa ascolto. Un luogo in cui le storie non vengono raccontate “su” qualcuno, ma attraverso qualcuno. È da qui che nasce lo spettacolo scritto e interpretato da Tindaro Granata, in scena venerdì 9 gennaio (ore 20.30) al Teatro Verdi di Pordenone, che apre il 2026 con la sezione Nuove Scritture: da un’esperienza reale, profonda, vissuta dall’artista all’interno del carcere femminile di alta sicurezza di Messina, dove ha condotto un laboratorio teatrale con alcune detenute.
Granata non porta in scena il carcere come luogo simbolico o astratto. Non costruisce una tragedia esemplare, né un racconto edificante.

Al contrario, sceglie una strada più fragile e più vera: dare voce a cinque donne, alle loro parole, ai loro silenzi, ai sogni che resistono anche quando tutto sembra congiurare contro di essi. «Ho capito subito che non potevo lavorare come faccio di solito – racconta –. Non volevo partire da un testo, ma dall’incontro». Un incontro che diventa materia teatrale, corpo, suono.
In scena ci sono poche cose: aste con microfoni, costumi appesi, luci essenziali. Ma basta questo perché il palco si popoli di presenze. Granata attraversa identità diverse, si trasforma, presta il proprio corpo a storie che non gli appartengono e che proprio per questo chiedono rispetto, ascolto, precisione. Ogni racconto è accompagnato da una canzone di Mina, cantata in playback: non un omaggio musicale, ma una scelta drammaturgica precisa. Mina, con la sua voce assoluta, diventa paesaggio emotivo, lingua comune, spazio in cui dolore, desiderio e memoria possono esistere senza essere giudicati. Non uno spettacolo musicale, ma “Vorrei una voce” è piuttosto un attraversamento intimo: di esistenze segnate dal carcere, dalla colpa, dalla perdita di un rapporto pacificato con il proprio corpo e con la propria femminilità: uno dei nuclei più forti dello spettacolo è proprio il diritto di sentirsi vivi, desideranti, capaci di immaginare ancora.
Al centro della drammaturgia c’è infatti il sogno. Non come fuga o illusione, ma come gesto radicale di resistenza. Il sogno non come qualcosa di astratto ma come un progetto, un desiderio semplice, un bisogno profondo. Perdere la capacità di sognare significa far morire una parte di sé; ritrovarla, anche solo per un istante, è già un atto di libertà. Per questo “Vorrei una voce” è dedicato a chi quella voce l’ha smarrita, o non l’ha mai avuta.Prodotto da LAC Lugano Arte e Cultura in collaborazione con Proxima Res e premiato con l’Hystrio Twister 2025, lo spettacolo si inserisce perfettamente nel percorso di Nuove Scritture, la sezione del Teatro Verdi che guarda alla drammaturgia contemporanea come a un terreno vivo, necessario, capace di interrogare il presente senza semplificarlo. Qui il teatro non offre risposte, ma apre spazi. Non giudica, ma accompagna. Non rappresenta il dolore: lo ascolta. E forse è proprio questo, alla fine, il senso più profondo di Vorrei una voce: ricordarci che il teatro può ancora essere un luogo di trasformazione. Un luogo in cui chi guarda e chi racconta si incontrano, anche solo per il tempo di una sera, in una comune, fragile umanità.Allo spettacolo si abbina una golosa opportunità con un aperitivo-degustazione disponibile ai possessori di biglietti e abbonamenti, ad un prezzo speciale, che potrà essere gustato prima o dopo lo spettacolo all’Osteria “All’Ombra” in Viale Martelli, a pochi passi dal Teatro. Info e prevendite: Biglietteria del Teatro Verdi di Pordenone e online su www.teatroverdipordenone.it