
Un pre-sipario di raso rosso che prende la forma di due cuori pulsanti, Desdemona e Otello, si pensa già al Bardo inglese, poi viene squarciato dai protagonisti e di Shakespeare rimane solamente la traccia del suo meraviglioso dramma di due innamorati traditi e di un amore così potente e sovrastato dalla gelosia che porta all’uccisione e al suicidio dei due cuori che s’eran visti nascosti dal sipario.
Questa traccia e recitazione a schegge dell’Otello” del Bardo è ben supportata da un ottimo Andrea Papale nei panni di Cassio, il migliore attore della serata, da un Otello, Giacomo Giorgio, altrettanto bravo che si perde purtroppo proprio nelle scene finali, e da un altro pilastro nel tenere unita la consequenzialità dell’opera shakespeariana: Iago interpretato da Giorgio Pasotti.
Il resto della drammaturgia non lo possiamo considerare una versione moderna e un suo riadattamento, piuttosto una pièce che prende lo spunto e si puntella sulla trama dell’”Otello”: uno spettacolo non tanto moderno, attuale quanto surreale e bizzarro che può piacere moltissimo o restare insignificante, come di poco conto è stato il vano tentativo di spiegare allo spettatore da un Doge in monopattino, a fine spettacolo, che questo dramma in fin dei conti parla di femminicidio, di gelosia e che il suo appello di dover trarne le conclusioni e ricordarsi di ciò che accade oggi passa quasi inosservato se non addirittura inconcludente.
Entrare quindi questa sera al Teatro “Il Rossetti” per assistere all’”Otello” firmato da Giorgio Pasotti e Dacia Maraini non equivale ad andare a vedere uno spettacolo ma ad accettare un attraversamento emotivo assai diverso, dimenticandosi l’“Otello” del Bardo, una lenta immersione in una materia viva ma fantasiosa che si limita a raccontare una tragedia con una drmmaturgia silenziosa e costante che cresce scena dopo scena fino a diventare quasi insostenibile. Questo “Otello” non cerca l’effetto né la modernizzazione superficiale: non ce n’è. Cerca di ricostruire la verità dell’animo umano, e lo fa con una ordine quasi matematico che ha il rigore di un’operazione chirurgica con il paziente addormentato e la violenza di una confessione intima finale.
La drammaturgia e traduzione di Dacia Maraini è il primo strumento di questa operazione che si riavvolge sull’“Otello” di Shakespeare, perché la sua parola non orna ma influisce sulla fantasia dello spettacolo, non commenta ma agisce, costruendo un linguaggio bizzarro, capace di conservare la densità poetica shakespeariana, come caposaldo per comprendere lo spettacolo, liberandola fin troppo poi però da ogni residuo di solennità museale. Le frasi sono asciutte, necessarie, spesso brevissime, ma dentro quella austerità vibra una certa carica emotiva, che rende ogni battuta un gesto, ogni dialogo una azione drammatica, ogni silenzio una lama sospesa soprattutto quando si parla di Cassio e Iago. In questa scrittura la parola diventa il vero luogo del conflitto, e il veleno di Iago si diffonde non attraverso grandi monologhi ma tramite mezze frasi, allusioni, esitazioni, mentre la voce di Desdemona mantiene una buona limpidezza che non è ingenuità ma forza morale, e quella di Otello muta progressivamente, irrigidendosi e spezzandosi man mano che il dubbio divora la fiducia. La regia di Giorgio Pasotti si muove nella stessa direzione di sottrazione e fantasia, evitando ogni ridondanza e scegliendo un teatro che non esibisce il dramma ma lo lascia andare come una febbre, con un controllo del ritmo, ferma nei tempi giusti da, appunto, i dialoghi tra Cassio e Iago o con Otello che è qualcosa di portante ed essenziale per la trama di questo spettacolo e che accompagna il pubblico verso il punto di non ritorno senza che quasi se ne accorga.
Pasotti costruisce però comunque una scena dove i corpi parlano quanto le parole, dove i silenzi diventano eventi e dove ogni movimento assume quasi un suo peso specifico emotivo, rendendo quasi visibile la rete invisibile di tensioni che muove i personaggi. Nel ruolo di Iago, Pasotti firma una delle interpretazioni più inquietanti e intelligenti degli ultimi anni perché innanzitutto si rifà al Bardo più volte, puntellando la trama e rinuncia a ogni caricatura del male e sceglie invece l’orrore della normalità, creando un personaggio pacato, sorridente, apparentemente affidabile, che non urla mai ma che proprio per questo riesce a insinuarsi nell’animo di Otello con una precisione devastante, trasformando il dubbio in arma, la premura in sospetto, l’amicizia in trappola. Di fronte a lui Giorgio Pasotti costruisce un Otello che non è un eroe granitico ma un uomo che ha fatto della fiducia la propria struttura morale e che proprio per questo crolla fin troppo presto quando quella fiducia viene avvelenata, mostrando con straordinaria finezza la trasformazione di un corpo e di una voce che lentamente perdono calore e controllo, fino a diventare il riflesso fisico di un’anima in disfacimento.
Claudia Tosoni è una Desdemona di buona intensità e dignità, luminosa senza mai essere fragile in senso passivo, capace di restare fedele alla propria verità anche quando tutto intorno a lei si oscura, e proprio per questo ancora più straziante nella sua fine, anche se l’atto finale con Otello decisamente dura fin troppo poco, perché la sua innocenza non è inconsapevole ma consapevolmente difesa, e dunque profondamente umana. Attorno a loro il cast composto da Giacomo Giorgio, un grande Otello, Claudia Tosoni, Diego Migeni, Gerardo Maffei, Salvatore Rancatore Andrea Papale e Dalia Aly, che costruisce un mondo militare e politico compatto, che non fa mai da semplice cornice ma contribuisce a creare quella giusta atmosfera del tempo e sviluppa la trama fino al dramma finale. La musica di Patrizio Maria D’Artista accompagna questo percorso come una presenza invisibile ma avvincente e a volte veramente surreale: I Queen a Palazzo Ducale cantata dal Doge… capace però di crescere fino a diventare quasi un fiato del destino, mentre tutto concorre a fare di questo “Otello” un’esperienza che racconta la violenza che nasce dal sospetto, la fragilità dell’identità costruita sull’amore, il potere distruttivo della manipolazione sottile. Non c’è nulla di archeologico in questo Shakespeare: si percepisce a tratti la nostra contemporaneità più nuda, quella delle relazioni che si spezzano non per eccesso di odio ma per mancanza di fiducia, quella degli uomini che crollano non per debolezza ma per troppa fede, quella delle donne che pagano il prezzo più alto per colpe che non hanno. Quando le luci si spengono al Teatro “Il Rossetti”, ciò che resta non è la memoria di uno spettacolo fin troppo conosciuto ma la sensazione di aver attraversato un territorio emblematico, un luogo dove Shakespeare quasi smette di essere tale e di apparire nel suo “Otello”come una vertigine.
Alla Sala delle Assicurazioni Generali in replica mercoledì28 Gennaio alle ore 20,30
“Otello” tratto da William Shakespeare
Drammaturgia Dacia Maraini
Adattamento scenico Antonio Prisco
Regia Giorgio Pasotti
Con:
Giacomo Giorgio, Giorgio Pasotti, Claudia Tosoni, Diego Migeni, Gerardo Maffei, Salvatore Rancatore, Andrea Papale, Dalia Alyi.
Musiche originali Patrizio Maria D’Artista
Scena Giovanni Cunsolo
Immagini Thierry Lechanteur
Costumi Sabrina Beretta
Light designer Marco Palmieri
Produzione Teatro Stabile d’Abruzzo in coproduzione con Marche Teatro, Stefano Francioni Produzioni in collaborazione con Teatro Maria Caniglia