
Quando siamo entrati in sala, la prima cosa che si percepisce è il silenzio, pieno, presente, come se avesse una materia propria. Non ci sono luci accecanti, non ci sono gesti eclatanti: tutto si apre con delicatezza, quasi con pudore, lasciando che lo spettatore diventi parte del sospiro della scena. Non si tratta di osservare uno spettacolo, ma di essere attraversati da un’esperienza che intreccia voce, canto, musica e silenzio. E sopratutto per le persone più anziane che hanno tramandato ai loro figli il ricordo.
Ricordiamo che la composizione musicale del Maestro triestino Marco Podda – musicista,direttore, compositore dalla carriera internazionale – è stata data per la prima volta con successo nel 2023 sempre a “Il Rossetti” suscitando un enorme successo.
A dare voce al racconto musicale del ricordo di quegli anni bui e devastanti tra il 1945 e il 1954 per la popolazione istro dalmata è stato Paolo Valerio, Direttore artistico del “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Il Rossetti”, che ha affidato alla sola voce il compito di legare insieme parola e memoria in musica. Non è una voce che impone, ma una presenza che nasce da una lunga frequentazione della scena e dei suoi tempi, capace di far emergere i testi come se fossero attraversati da una biografia teatrale sedimentata. Nel suo percorso artistico, Valerio ha più volte dimostrato una particolare attenzione per le drammaturgie complesse, quelle che lavorano sulla stratificazione del ricordo e sull’identità dei luoghi: basti pensare alla messa in scena de “La coscienza di Zeno”, dal romanzo di Italo Svevo con Alessandro Haber, o al “Il vetro della clessidra, intensa meditazione sul tempo affidata ad Alessio Boni, fino a “Trieste 1954”, progetto che univa musica, parola e materiali d’archivio per restituire uno snodo decisivo della storia della città.
Valerio non interpreta: evoca, accompagna, lascia affiorare. È una voce che conosce il silenzio, che non lo teme e non lo riempie per paura.
Nel corso degli anni, Valerio ha costruito una scrittura orale che rifugge l’effetto e cerca il tono giusto, quello vero. Anche qui la parola sembra nascere nel momento stesso in cui viene pronunciata, pur essendo frutto di una costruzione rigorosa. Il tema dell’esodo giuliano-dalmata non è trattato come argomento, ma come ferita ancora aperta, come memoria che non si è mai de tutto chiusa. Non è un territorio affrontato per dovere, ma un luogo interiore frequentato con rispetto e partecipazione profonda. Ogni gesto è stato compostissimo misurato, nessun passo a scandire il tempo in modo sottilmente rituale. Non ci sono scene tradizionali: il palco diventa una mappa emozionale, dove ogni suono, scena musicale e parlato, crea un nuovo percorso di tensioni, ricordi, angosce che riemergono a far ricordare quel dramma.
La musica del quartetto d’archi, due violini, una viola e un violoncello, insieme al pianoforte, con la voce morbida del mezzosoprano Giulia Diomede non accompagnano semplicemente la “visione” della storia e l’ accenno ad essa delle parole, è autrice dello spettacolo è forse, la parte essenziale dello stesso. Ogni nota è parola non detta, ogni accordo un respiro condiviso. I due violini dialogano tra loro e con le voci, a volte accarezzando lo spazio, altre squarciandolo con tensione. La viola aggiunge colore, profondità, un timbro che sembra provenire dall’anima stessa. Il violoncello ha la voce del corpo, calda e materica, capace di trattenere la memoria e restituirla in vibrazione. Il pianoforte lega e separa, sospende e accelera, crea onde di sensazioni che si insinuano nello spettatore e la voce della Diomede completa in modo superbo queste scene dedicate al cantato.
Non ci sono storie realmente lineari, ma un percorso di sedici brani che si alternano tra recitato e cantato, dove i silenzi non sono vuoti ma presenze vive. La voce cantata emerge come i sospiri, confessioni, interrogazioni che attraversano il cuore di chi ascolta. Le parole recitate sono simboli, ma anche corpi: si muovono, si piegano, cadono e si rialzano nello spazio, dialogando con i suoni e con il pubblico.
Talvolta un controluce trasforma Valerio in una silhouette sospesa, e chi guarda percepisce la fragilità di ogni parole, altre volte l’ombra diventa luce collettiva sulla Diomede e i musicisti sul palco creando un unico corpo corale, segno di una tensione condivisa. Tutto è ritmo: respirazioni, movimenti, pause, note, silenzi. La musica di Marco Podda, compositore triestino dalla carriera internazionale, non accompagna la narrazione: la genera. È una musica che nasce da una materia irrisolta, legata a una terra precisa, nominata e sentita, quella istriano-dalmata, perduta nel secondo dopoguerra e abbandonata da migliaia di italiani costretti all’esodo. Non è un luogo evocato in modo simbolico o astratto, ma una geografia reale che continua a esistere nel ricordo, nelle assenze, nei racconti interrotti che passano di generazione in generazione. Da lì prende forma questo lavoro, e lì continua a tornare, anche quando non viene mai dichiarato apertamente.
Non c’è separazione tra gesto, parola e musica. Tutto scorre come un unico flusso: il movimento dei protagonisti sul palco, i silenzi, le corde che vibrano, il pianoforte che sospira. Si ha la sensazione di percorrere un paesaggio invisibile fatto di orrendi ricordi, di lontananza e di ritorni. Ogni brano è un passo, ogni silenzio un varco, ogni nota un ponte tra il tempo che è stato e quello che è l’oggi, ma con la malinconia, la memoria perenne dell’esodo giuliano dalmata e il dolore.
Quando il canto si unisce alle corde dell’anima, quando il recitato si fa eco di un ricordo struggente, il pubblico sente che non sta solo guardando, sta vivendo quel dramma intensamente. Le distanze si accorciano, le emozioni si intrecciano e ogni persona in sala scopre un pezzo di sé stesso dentro quella lontana terra. La musica, le luci, i corpi, i gesti si fondono in un unico organismo e l’esperienza si fa rituale: un rito senza preghiera, ma pieno di partecipazione, che lascia il cuore in sospeso anche quando cala il sipario.
Di questo spettacolo rimane la sensazione di aver attraversato un luogo invisibile fatto di ricordi tramandati. La distanza diventa vicinanza, la lontananza si trasforma in casa perduta, e le emozioni che hanno viaggiato tra voce, canto e corde si depositano nello spettatore come memoria viva.
La splendida voce del mezzosoprano Giulia Diomede e la piccola orchestra hanno offerto una struttura musicale composta da segmenti riflessivi che sembrano un fiume attraversato dai recitati. Nei pezzi armonici presenti nel tessuto sonoro si scompongono, quasi irriconoscibili, frammenti di melodie popolari dalmate, dell’Istria e di Fiume. “Lacrime acustiche – scrive il Maestro Podda – che, dall’humus del dolore e dalla nostalgica tristezza, fanno germogliare nuove radici musicali di vita futura”, parole verissime.
Si esce dalla Sala Bartoli” con una profonda amarezza che si trasforma nel ricordo dei nostri cari che ci hanno parlato, parlato fino a farne part di quest ricordo e di questo dramma, perchè ancora sottaciuto, nascosto. Come ha letto Valerio nel quadro dedicato a Norma Cassetto ventitreenne ragazza di Visinada, morta ad Antignana dopo essere stata stuprata per ore da 17 esseri che, con ferma voce, Valerio ha definiti non esseri viventi, anche il suo ricordo ,oltre ai 1200 infoibati e una pulizia etnica con 300.000 profughi riaffiora e giustamente le ultime frasi dette che con la voglia di pace e di dignità di questa gente orgogliosa, fiera della sua terra persa, l’oblio, memore dei suoi morti per nulla, di questa nostri fratelli e divenuto memoria collettiva italiana, ridà loro dignità e giusta ricordo nazionale.
“TANTO LONTANA TERRA “
Di Marco Podda
Scena drammatica sul tema del confine per:
Voce recitante – Paolo Valerio
Mezzosoprano Giulia Diomede quartetto d’archi e pianoforte
Produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia “Il Rossetti”.