Il 28 gennaio, alla Sala Bartoli del Teatro Il Rossetti, Ettore Bassi è arrivato in scena senza protezioni, senza rete, senza appigli.

Lo avevamo incontrato anni fa alla “Contrada” nel 2019 in “Mi amavi ancora…”, ma quello che abbiamo visto ora è un uomo e un attore attraversato da un lavoro più profondo, più silenzioso, più radicale.

In “Stand up for Giuda” il corpo, la voce, il ritmo non accompagnano il testo: lo incarnano.

Bassi non racconta, non attraversa lo spettacolo lo incarna. Non lo spiega, lo vive. E lo spettatore viene trascinato in un ascolto continuo, senza tempo per distrarsi, come accadeva con gli attori di una volta, quelli che non concedevano tregua perché erano già ovunque sulla scena.

Partirei da un ponte tra due lavori: in Mi amavi ancora… il cuore era l’incomunicabilità, le parole non dette, l’amore che si perde nei silenzi. In Stand up for Giuda c’è un’altra incomprensione, forse ancora più radicale. Ti riconosci in questa continuità, anche se i testi sono così diversi?

Allora, da “Miamavi” ancora a “Stand Up for Judah” sono passati in mezzo tanti altri spettacoli. Il primo che mi viene in mente, per esempio, è “L’attimo Fuggente”, così come il mio “Sindaco Pescatore” anche, insomma, quindi esperienze dense, piene, con personaggi importanti. Credo che la continuità sia un po’ in questo, cioè nel fatto che da uno spettacolo all’altro la mia ricerca è sempre quella di personaggi e di storie, di traiettorie che raccontino qualcosa di profondo, raccontino un arco emotivo, interno,  interiore e anche una posizione di carattere di un certo spessore, insomma, almeno è quello che mi auguro.

Quindi la continuità la vedo in questo. Giuda è sempre stato raccontato come il traditore. Qui invece sembra quasi un uomo lasciato solo davanti a una scelta impossibile. Ti ha fatto paura, all’inizio, dargli voce?

No, non mi ha fatto paura, ho provato la stessa sensazione di quando mi è stato proposto di fare San Francesco nella fiction “Chiara e Francesco” per Rai Uno qualche anno fa, cioè una sensazione di grande orgoglio, di grande responsabilità però e quindi della necessità di tuffarsi dentro a una dimensione di approfondimento, di discesa nell’interiorità che mi consentisse di dare spazio a tutto ciò che un personaggio così importante, così pieno e così denso potesse avere, in modo da poter andare a scoprire, a decifrare, a inoltrarmi in tutte le possibili sfumature, possibilità anche che un’anima che ha vissuto e che vive cose così profonde può offrire a un attore, ma paura no, mai, paura no, anzi!

Questo monologo parla molto di libero arbitrio, ma anche di amore fraterno, di destino e di solitudine. Mentre costruivi il monologo come attore, hai mai avuto la sensazione che Giuda stesse parlando anche di te, dell’uomo e dell’attore?

Io sono dell’idea che, almeno per quanto riguarda il mio percorso, le cose che incontri sulla tua strada siano in qualche modo lo specchio di ciò che rifletti di te nel mondo e quindi di ciò che è importante, necessario, più che importante è necessario che ti arrivi incontro. Giuda è sicuramente un personaggio che mi rispecchia per molte cose e comunque che mi risuona per molte cose, soprattutto per questo senso di volersi in qualche maniera sempre difendere da ciò che non è giusto, da ciò che percepisci come un inganno, come qualcosa che non dà merito alla tua realtà, alla tua posizione, alla tua dignità, a quello che sei, a quello che fai, ecco questo è un po’ un pensiero che io conservo dentro me stesso proprio come lanterna da tenere sempre alta per illuminarmi la strada.

In scena la tua voce sembra sapere prima del tuo corpo dove andare. Quanto lavoro fisico c’è dietro questa apparente naturalezza? È una conquista recente o qualcosa che hai scoperto nel tempo?

E’ un insieme delle due cose, perché sicuramente i tanti anni di teatro ormai sono 30 anni. Ho iniziato col mio primo spettacolo nel 94. Diciamo uno spettacolo ufficiale di teatro. Ma perché prima prima facevo il prestigiatore, il mago, l’animatore nei villaggi e facevo comunque sempre qualcosa per il quale serve un saper stare in scena. Bene o male è un rapportarsi col pubblico. Ma il teatro negli anni è stata una disciplina e una fonte di formazione importante e quindi tutto questo porta poi a a una a una crescita che ovviamente va anche vissuta vestita va indossata. E e oggi in questo lavoro per esempio in questo Giuda sento che che che è stato fatto un passaggio un passo ancora in più su questa strada sicuramente ed evidentemente arrivato anche proprio perché poteva arrivare e mi dava la possibilità di poter esprimere tutto questo.

Ti chiediamo una cosa con sincerità: abbiamo avuto l’impressione di vedere un cambiamento profondo, non solo recitativo ma anche umano dal 2019. È una nostra percezione o senti anche tu di essere in una fase diversa del tuo percorso?

Sono assolutamente in una fase diversa e sono anche contento che si percepisca Il 2019 è stato un anno, come sappiamo tutti, in cui è successo qualcosa di profondamente definitivo nella storia dell’umanità recente. Quindi non è una cosa, non è stato un incidente non è stata una cosa passata semplicemente come una come dire una una sciagura o in qualche modo un problema è stato qualcosa che ha segnato le anime. E e questo non può essere qualcosa che non lasci il segno. Da allora per me sono cambiate molte cose soprattutto interiormente sono contento che si percepisca perché probabilmente anche questo Giuda è la risposta un po a a questo cambiamento è una delle risposte per cui sì, di sicuro dal 2019 mi è successo tanto e è un cambiamento importante avvenuto.

Guardando indietro ai tuoi studi e alla tua formazione, c’è stato un momento in cui hai capito che il mestiere dell’attore non era più “interpretare”, ma confrontarsi prima con te stesso?

Diciamo che questa è una cosa che io ho ritenuto sempre presente sin dagli inizi. In qualche modo ho intuito da subito che stare su un palco e portare delle storie, raccontare delle emozioni dovesse essere necessariamente consegnare anche le proprie e quindi per poterlo fare le devi conoscere devi avere il coraggio di andarle a guardare devi capire dove sei. A quale punto di questa ricerca. E quindi è una è un movimento che non finisce mai e ogni volta si rinnova con ogni spettacolo con ogni personaggio con ogni storia si rinnova nel senso che mi chiede sempre un un un movimento in più rispetto a questa ricerca quindi sicuramente sì ed è quello che anche amo trasferire ai ragazzi a cui spesso insegno teatro proprio raccontandogli e facendogli mostrandogli quanto il teatro sia indispensabile per la conoscenza di sé e quanto la conoscenza di sé sia indispensabile per fare teatro in maniera significativa.

Tra tutti i lavori che hai fatto, ce n’è uno che ti ha messo davvero in apprensione, non per la difficoltà tecnica, ma perché ti ha costretto a rivedere qualcosa di te come uomo?

Sì, c’è stato e non è stato tra quelle cose che ho fatto importanti, ma è stato tra le cose che ho fatto per errore, cioè quelle cose che alla fine mi sono ritrovato soprattutto in una fase acerba del mio percorso, a incontrare e ad accettare, sentendo che non erano esattamente in linea con il mio sentire, con il mio, con la mia natura o comunque con la mia sensibilità, con il mio desiderio profondo. Quindi quelle sono le cose che poi. Mi hanno costretto a guardarmi a sentirmi a disagio e quindi poi a capire anche. Per cui non sono stati errori ma sono state esperienze utili utilissime perché saper fare delle scelte, capire quali scelte fare è qualcosa che passa necessariamente per il capire sapere dove come e quando dire no.

Il tuo modo di stare in scena oggi è essenziale, asciutto, quasi spoglio. È una scelta artistica o una necessità personale arrivata con il tempo?

E’ sicuramente una scelta mia, personale, artistica. Cioè è il come io mi sento di voler comunicare e presentarmi, essere, rapportarmi, donarmi e ricevere sul palco. Perché poi fondamentalmente è quello che preferisco essere nella vita. Non mi piace o meglio non non trovo che sia utile e poi non non corrisponde alla mia indole. Vestirmi di di di orpelli o di come dire maschere o atteggiamenti anche perché proprio per questo motivo poi riesco a capirli a vederli negli altri. E e sento che quando ci sono queste cose creano sempre delle distanze una una non verità che nel teatro invece è indispensabile quindi l’essenzialità è ciò che ritengo sia indispensabile per poter essere innanzitutto onesto autentico E e anche per per rispettare il progetto che è quello di donare sul palco qualcosa di importante a chi è lì davanti e chiede che questa cosa avvenga.

Dopo un monologo così intenso, così esposto, come si vive la vita quotidiana? C’è un rituale, un gesto, un silenzio che ti aiuta a uscire da Giuda?

No, niente. Non sono un attore di quelli che si portano a casa i personaggi e i loro drammi. Non sono uno di quelli che da letteratura di cinema americano fanno i fulminati fuori di testa per sei mesi, anche a casa con i figli. No, vivo tutto questo con grande normalità. Giuda è un personaggio stupendo e un’avventura meravigliosa che mi porto a casa nel cuore come sensazioni e come gratificazione di ciò che sento arrivarmi dal personaggio, dal pubblico e dal fatto di stare in scena davanti a un pubblico con quel personaggio. E tutto questo non è altro che linfa vitale, è importante e è tesoro il materiale che mi serve per il prossimo progetto, quindi, e che serve a me stesso come uomo per darmi delle risposte, per portarmi a casa cose utili e importanti, perché a questo serve poi alla fine il lavoro. Quindi no, non ho, non ho gesti, non ho diciamo, una modalità mia di grande serenità rispetto a tutto questo. E anche di grande normalità. È una cosa che ho sempre vissuto e ho sempre anche trasmesso, per esempio alle mie figlie la sensazione di fare un lavoro guardando all’essenziale del lavoro, guardando al suo senso profondo e non alle cose che insomma in realtà non non servono a niente, non contano ma anzi distraggono, allontanano.

E chiudiamo guardando avanti: quali sono i prossimi viaggi teatrali o artistici che senti urgenti, quelli che oggi, dopo Giuda, ti chiamano davvero?

Sono quelli che diventano diretta conseguenza dell’esperienza precedente. Io ricordo che nel 2019, quando ero alla ricerca e sentivo il bisogno di fare qualcosa che ampliasse, rispettasse, fosse una conseguenza diretta dell’esperienza travolgente del “Sindaco Pescatore”, che tuttora porto in scena dopo dieci anni, arrivò l’attimo fuggente che era perfetto come, come progetto rispetto a questo sentimento. Quindi ciò che arriverà sarà comunque qualcosa che si renderà necessario, sarà organico, armonico, in armonia con quello che ho appena chiuso, appena fatto. Spero che questo Giuda resti in piedi e viva ancora per qualche anno, eh vedremo, ma sicuramente, insomma, i prossimi viaggi saranno e dovranno essere in linea e sempre con l’idea di portare qualcosa che innanzitutto io ritengo necessario per me, perché se lo ritengo necessario per me vuol dire che dentro ci metterò sempre quell’onestà e quella, voglia e piacere di regalarlo a chi mi sta di fronte.

E’ stato un vero piacere aver avuto l’onore di trovare ed intervistare un uomo complesso, dalle mille sfaccettature, che incarnano bene la sua espressività sia recitativa che mimica che il suo carattere riesce ad offrire allo spettatore. Un uomo di vero talento che sa rinforzarsi nella sua recitazione e adeguare e modulare la sua creatività d’attore in modo straordinario, vogliamo ricordare che Ettore Bassi è uno di quegli artisti che hanno costruito il proprio percorso con rigore e visione, senza mai cedere alla facilità dell’etichetta. La sua identità nasce nel teatro, tra studio e palcoscenico, e si consolida in spettacoli che segnano il pubblico e la critica: “Trappola mortale”, che gli vale il “Premio Charlot”, “Il Muro” di Angelo Longoni, potente affresco generazionale, e soprattutto “Il

“Sindaco Pescatore”, dove presta corpo e voce ad Angelo Vassallo in un monologo civile di rara intensità. Lavora con registi come Angelo Longoni, Ennio Coltorti, Enrico Maria Lamanna, Teodoro Cassano, portando in scena un’idea di teatro etico, popolare e mai compiacente.

In televisione diventa uno dei volti più riconoscibili e amati della fiction italiana grazie a titoli seguitissimi come “Carabinieri”, “Casa Famiglia”, “Rex”, “Un Matrimonio”, “La Porta Rossa”, attraversando Rai e Mediaset con ruoli sempre centrali. Accanto alla recitazione, è protagonista anche dell’intrattenimento: conduce programmi storici come Disney Club, “La Banda dello Zecchino”, “Zecchino d’Oro”, eventi in diretta mondiale come la Giornata Mondiale della Gioventù, fino all’esperienza popolarissima di “Ballando con le Stelle”, che lo riporta al centro dell’attenzione del grande pubblico.

Tra cinema, teatro e televisione, Bassi resta un interprete autorevole e credibile, capace di unire popolarità e profondità, mestiere e passione, senza mai perdere il senso del racconto e della responsabilità artistica.