KOBE BRYANT, QUANDO LA VITTORIA È SOLO UNA SOGLIA TRA OSSESSIONE, DISCIPLINA E SOLITUDINE

“Otto Infinito” di e con Federico Buffa non è uno spettacolo che si guarda ma un campo di tensione nel quale si entra e dal quale si esce modificati perché ciò che Buffa costruisce non è una narrazione ma un dispositivo mentale, una macchina che lavora sul concetto di limite e sulla sua ossessiva rinegoziazione. “Otto Infinito” nasce come dedica a Kobe Bryant ma finisce per essere un’indagine feroce sull’idea stessa di prestazione sulla costruzione del mito e sul prezzo che l’identità paga quando si modella fino a coincidere con la propria funzione. Il titolo già contiene la chiave di lettura: l’otto come numero chiuso, come ciclo, come ripetizione disciplinata e l’infinito come tensione mai risolta, come proiezione costante oltre il consentito; un cortocircuito che è esattamente la traiettoria esistenziale del Black Mamba figura evocata mai celebrata in modo didascalico ma scomposta nei suoi tratti fondamentali e ricomposta in scena come archetipo contemporaneo. Buffa non mette in scena Kobe Bryant, mette in scena il principio che il compianto Kobe Bryant ha incarnato e lo fa con un perfetto rigore stilistico perfetto.

La regia è chirurgica priva di qualsiasi compiacimento estetico e proprio per questo fortemente iconica: ogni gesto è necessario, ogni pausa è una frattura e ogni ripetizione è una ferita che si riapre. Buffa costruisce una grammatica scenica basata sull’accumulo e sull’attrito: il movimento non evolve, si intensifica come un allenamento che non prevede miglioramento ma solo resistenza. Il corpo in scena diventa un archivio di tentativi, fallimenti e soprattutto, almeno dal lato umano, di vittorie di Kobe Bryant che non vengono mai celebrate perché nel mondo del Mamba la vittoria è solo una soglia temporanea subito riassorbita dall’obbligo di ricominciare ancora che esprimono la volontà più intensa di arrivare tenacemente all’obiettivo senza cedimento alcuno.

Buffa utilizza la figura del Mamba come lente critica non come modello celebrativo e qui sta il coraggio dello spettacolo perché “Otto Infinito” non è un inno alla mentalità vincente ma una dissezione lucida dei suoi effetti collaterali: la dedizione totale diventa isolamento la ricerca ossessiva della perfezione diventa incapacità di fermarsi, la resilienza estrema diventa rimozione del dolore e la volontà di ferro diventa rigidità identitaria. In questo senso il riferimento al soprannome Black Mamba auto attribuito da Kobe Bryant ispirato a “Kill Bill” non è un vezzo cinefilo ma una chiave interpretativa fondamentale, il Mamba è un predatore letale concentrato, solitario, che non improvvisa, non concede nulla ed è proprio per questo che è destinato a vivere in uno stato di allerta permanente che rende la vita un gioco quasi ossessivo contro se stessi in un duello infinito senza pubblico e senza tregua.

Inserita in questo flusso descrittivo la biografia di Kobe Bryant che è in parte la storia del “Los Angeles Lakers”, la prestigiosa squadra di basket americana, appare come un controcanto silenzioso, inaspettato e unico come è stato Buffa. Bryant, nato a Philadelphia nel 1978, cresciuto in Italia, figlio di un ex giocatore NBA, Kobe impara presto che il talento non basta e che bisogna costruirsi ogni giorno, che la grandezza è una scelta quotidiana: una scelta che lo porterà a cinque titoli NBA con i “LAkers” a due ori olimpici e a un Oscar postumo ma anche a una vita vissuta sempre sul filo della prestazione, sempre esposta al giudizio, sempre compressa in un’immagine di perfezione che non ammette deviazioni. Buffa non giudica, non assolve e non condanna ma mostra come quella traiettoria sia insieme affascinante e pericolosa come l’ossessione per l’eccellenza: può generare bellezza e al tempo stesso una forma di solitudine radicale del più grande giocatore .

“Otto Infinito” è dunque uno spettacolo che parla di sport senza costituirlo, che parla di Kobe Bryant, la più grande “guardia tiratrice”, “ala piccola” della NBA, del basket, in assoluto,parlando anche di noi, senza cercare consenso, è un lavoro che richiede resistenza, disponibilità a stare dentro una tensione che non si risolve perché come il Mamba insegna, non si arresta, aspetta solo il prossimo obiettivo e quando si arriva a questi limiti la vita smette di essere esperienza e diventa lucida strategia. Una partita giocata contro un avversario invisibile che assomiglia sempre di più a noi stessi e forse è proprio qui che lo spettacolo colpisce più a fondo nel momento in cui ci costringe a chiederci quanto siamo disposti a sacrificare in nome di un’idea di perfezione e se davvero valga la pena continuare a muoversi all’infinito dentro un otto che non concede uscita.

La perfetta scenografia minimale: i musicisti e Buffa dello spettacolo è essenziale e perfetta per questo monologo, firmata da Francesco Poroli che lavora per costruire uno spazio astratto sul fondo del palco fatto di linee, numeri e segmenti che ricordano tracciati di gioco, schemi di allenamento e coordinate mentali più che luoghi fisici l’”otto” ritorna come figura geometrica spezzata raddoppiata e ribaltata fino a dissolversi nell’infinito: una scelta che non illustra ma incide perché lo spazio visivo non accompagna l’azione. La costringe, la limita, la misura come un tabellone invisibile che registra ogni errore, ogni esitazione, ogni scarto rispetto all’obiettivo

Il disegno luci di Luca de Candido è uno degli elementi più determinanti dello spettacolo, dopo le musiche, una luce mai accogliente, mai emotiva; una luce che osserva e che taglia nel gisto tempo i momenti salienti del racconto, che isola il corpo come farebbe un riflettore in palestra alle cinque del mattino. Luci fredde radenti che scavano la muscolatura e improvvisi blackout che non servono a creare suspense ma a imporre una ripartenza brutale, come se ogni buio fosse una sconfitta da metabolizzare in silenzio; la luce diventa così una metafora del giudizio costante interno ed esterno che definisce il percorso del campione e che in “Otto Infinito” assume un carattere quasi ironico perché più il corpo si espone più viene ridotto a funzione a numero a prestazione misurabile.

La musica dal vivo eseguita da Alessandro Nidi al pianoforte, da Sebastiano Nidi alle percussioni elettroniche e al trombone Filippo Nidi, costruisce l’altro protagonista oltre al fantastico Buffa, una partitura che non commenta ma antagonizza il movimento; il pianoforte lavora su cellule ripetitive ossessive che ricordano esercizi tecnici mentre le percussioni introducono rumori secchi, interferenze come se il suono stesso fosse un avversario da affrontare. Se c’è pathos, vi è anche epica, una pressione costante che obbliga Buffa a restare dentro il tempo, a non cedere e a non cercare via di fuga: la musica in questo senso è una seconda regia invisibile che rafforza il tema centrale dello spettacolo ovvero l’impossibilità di smettere.

L’animazione video curata da Mattia Galione lavora su frammenti numerici, contatori che salgono e scendono, loop imperfetti che si inceppano come se anche il sistema di misurazione andasse in crisi sotto il peso dell’eccesso, della bravura, del”uicita di un mito del basket come Kobe Bryant. Una scelta che introduce un sottile livello ironico perché mostra l’assurdità di voler ridurre l’esperienza umana a dati record e a statistiche, proprio come è accaduto alla figura di Kobe Bryant trasformato in icona globale, in brand in numero 24, in percentuale di tiro in leggenda replicabile quando in realtà la sua grandezza stava anche nella fragilità, nella paranoia, nel bisogno quasi patologico di superarsi.

Non possiamo che ringraziare la “VignaPR” per questo spettacolo che ci ha ricordato un grande campione dello sport e sottotitoliamo la bravura Federico Buffa, scritrore dei testi e interprete d’eccezione