
Nella Sala delle Assicurazioni Generali del Teatro “Il Rossetti”, “Amadeus” prende forma come un racconto che non si limita a rievocare un mito, ma lo attraversa e lo interroga fino a farne materia viva. Non è una semplice ricostruzione storica, né un omaggio calligrafico a due giganti della musica europea: è piuttosto un’indagine teatrale che scava nell’ombra, nel dubbio, nella ferita dell’uomo che si scopre mediocre davanti al miracolo del genio.
Il testo di Peter Shaffer, qui riletto con sensibilità affilata, diventa un processo dell’anima. A guidarlo sono Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, che firmano uno spettacolo compatto, teso, attraversato da un senso costante di resa dei conti. La loro regia non indulge mai nel melodramma, ma costruisce un percorso fatto di confessioni, scarti improvvisi, memorie che riaffiorano come fantasmi. È un teatro che chiede allo spettatore di restare dentro il conflitto senza cercare scorciatoie.
Al centro c’è Antonio Salieri, interpretato dallo stesso Ferdinando Bruni, figura che si impone fin dal primo apparire come un uomo consumato dal proprio stesso racconto. Non è un figura negativa, non è una caricatura dell’invidioso: è un artista che ha creduto nella disciplina, nella preghiera, nel sacrificio come via verso la grandezza. E invece si trova davanti un ragazzo irriverente, volgare, incontenibile, che riceve da Dio ciò che lui ha implorato per tutta la vita. Bruni costruisce un Salieri complesso, ironico e disperato, capace di rivolgersi direttamente al pubblico come a un tribunale invisibile, oscillando tra orgoglio e autoaccusa.
Di fronte a lui, Daniele Fedeli è un Wolfgang Amadeus Mozart che sorprende per leggerezza e profondità insieme. Il suo Mozart ride troppo forte, si muove con un’energia quasi infantile, sembra non comprendere fino in fondo la portata della propria musica. Eppure, quando la partitura entra nella scena – evocata, suggerita, respirata – tutto si trasforma. Fedeli restituisce l’idea di un genio inconsapevole, di una mente che crea bellezza assoluta senza filtri, senza difese. È proprio questa naturalezza a ferire Salieri: non l’eccellenza in sé, ma la sua spontaneità.
La drammaturgia si struttura come un lungo flashback. Un Salieri anziano, recluso in una sorta di limbo tra memoria e rimorso, ripercorre la propria storia e quella del suo rivale. La scena diventa una stanza della coscienza: pareti che si aprono e si richiudono, spazi che si restringono fino a soffocare, luci che isolano i personaggi come sotto interrogatorio. Ogni taglio luminoso sembra costringere alla verità, ma la verità resta sfuggente. È stato davvero lui a uccidere Mozart? O la vera colpa è aver desiderato la sua caduta?
In questo intreccio di accuse e suggestioni, lo spettacolo richiama inevitabilmente l’eco della tradizione letteraria che ha alimentato il mito dell’avvelenamento, a partire dalla breve tragedia di Aleksandr Puškin. Ma la regia non si ferma al gusto del sospetto: utilizza quel mito come lente per osservare l’invidia, la frustrazione, il rapporto tra talento e giustizia divina. Salieri non sopporta Mozart perché è migliore di lui come uomo; lo detesta perché incarna l’arbitrarietà di Dio. È l’ingiustizia del dono a generare il conflitto.
Attorno ai due protagonisti si muove un coro di figure che rendono vivo l’affresco della Vienna settecentesca. Valeria Andreanò interpreta Costanze Weber, moglie di Mozart, ma anche altri ruoli femminili, con una presenza che unisce grazia e concretezza. La sua Costanze non è solo compagna devota: è una donna che lotta per la sopravvivenza, che cerca di proteggere il talento del marito in un mondo che lo consuma e lo umilia.
Riccardo Buffonini e Alessandro Lussiana sono i Venticelli, procuratori di informazioni e pettegolezzi, incarnazioni di quella voce collettiva che diffonde sospetti, amplifica maldicenze, costruisce reputazioni e le distrugge. Matteo de Mojana dà volto al Barone Gotrfried Van Swieten, prefetto della Biblioteca Imperiale, mentre Umberto Petranca è Giuseppe II, Imperatore d’Austria, figura che rappresenta il potere politico, spesso più distratto che realmente consapevole del genio che ha davanti. Luca Toracca interpreta il Conte Franz Orsini-Rosenberg, direttore dell’Opera Imperiale, simbolo delle logiche istituzionali che soffocano l’arte quando non la comprendono. Ginestra Paladino si divide tra la Contessa Johanna Kilian Von Strack e Katharina Cavalieri, cantante, offrendo un doppio ritratto che sottolinea il ruolo delle donne nel sistema culturale dell’epoca.
L’insieme degli interpreti costruisce una macchina teatrale compatta, in cui ogni personaggio è tassello di un mosaico più grande. Non esistono figure marginali: ciascuno contribuisce a delineare il contesto sociale, politico e umano in cui si consuma la rivalità.
Un capitolo a parte meritano i costumi di Antonio Marras, realizzati con la collaborazione di Corti Giuseppe Tessiture Jacquard e Gianni Gallucci. Non si tratta di semplici abiti d’epoca, ma di vere dichiarazioni estetiche. Salieri veste tonalità sobrie, linee rigorose, quasi monastiche, che parlano di disciplina e controllo. Mozart, invece, è avvolto in colori più chiari, talvolta eccentrici, che ne riflettono l’irrequietezza e la vitalità. I tessuti, le trame, i dettagli sartoriali diventano parte integrante del racconto: raccontano il contrasto tra ordine e caos, tra forma e ispirazione.
La collaborazione con Corti Giuseppe Tessiture Jacquard si avverte nella ricchezza materica dei costumi, nella qualità delle superfici che catturano la luce e dialogano con la scena. È un lavoro che unisce artigianato e visione artistica, contribuendo a definire l’identità visiva dello spettacolo. Anche la realizzazione scenica, curata da Marina Conti, Giancarlo Centola e Tommaso Serra, sostiene questa idea di spazio mentale più che realistico.
“Amadeus” diventa così un giallo dell’anima. Non interessa tanto stabilire se Salieri abbia davvero avvelenato Mozart; interessa capire cosa significhi vivere accanto al genio senza esserlo. La musica. pur non eseguita integralmente, attraversa lo spettacolo come una presenza costante, quasi un personaggio invisibile. Ogni volta che si allude a una composizione, la scena cambia temperatura: l’aria si fa più densa, il silenzio più carico.
Nel corso della rappresentazione al Teatro “Il Rossetti”, si avverte una progressiva trasformazione di Salieri. Dall’arroganza iniziale, dalla sicurezza dell’uomo che si crede favorito da Dio, si passa a una consapevolezza dolorosa. Egli comprende di essere stato testimone di qualcosa di irripetibile e di non averlo saputo amare. La sua confessione finale non è tanto l’ammissione di un delitto, quanto il riconoscimento della propria piccolezza.
Il tempo scenico è sospeso, quasi incerto, non c’è un prima e un dopo nettamente distinti: tutto si svolge in una dimensione interiore, dove passato e presente si sovrappongono. Questa scelta registica rende lo spettacolo compatto e avvolgente, capace di mantenere alta la tensione senza ricorrere a effetti superflui.
La produzione del Teatro dell’Elfo, sostenuta anche dal contributo di “NEXT”, “Laboratorio delle idee per la Produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo”, conferma una linea artistica che privilegia la qualità della parola e la profondità dell’interpretazione. La traduzione di Ferdinando Bruni restituisce al testo una musicalità italiana che non tradisce l’originale, ma lo rende vicino, pulsante.
“Amadeus”, nella visione di Bruni e Frongia mostra la fragilità, la genialità ma anche, la gelosia e la cupidigia di successo dell’essere umano in tutta la sua complessità. E nel farlo, restituisce al pubblico del Teatro “Il Rossetti” uno spettacolo maturo, intenso, capace di fondere rigore formale e passione interpretativa in un equilibrio raro dove Bruni svetta per la sua perfetta interpretazione.
In replica alla “Sala delle Assicurazioni Generali” venerdì 20 febbraio alle ore 20.30, sabato 21 febbraio alle ore 19.30 e domenica 22 febbraio alle ore 16.00
AMADEUS
Di Peter Shaffer
Spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
Traduzione Ferdinando Bruni
Costumi Antonio Marras
Interpreti:
Ferdinando Bruni – Antonio Salieri
Daniele Fedeli – Wolfgang Amadeus Mozart
Valeria Andreanò – Costanze Weber, moglie di Mozart
Riccardo Buffonini – Venticello, procuratore di informazioni e pettegolezzi
Matteo de Mojana – Barone Gotrfried Van Swieten, prefetto della Biblioteca Imperiale
Alessandro Lussiana – Venticello, procuratore di informazioni e pettegolezzi
Ginestra Paladino – Contessa Johanna Kilian Von Strack / Katharina Cavalieri, cantante
Umberto Petranca – Giuseppe II, Imperatore d’Austria
Luca Toracca – Conte Franz Orsini-Rosenberg, direttore dell’Opera Imperiale
Sssistente ai costumi Elena Rossi
Realizzazione costumi Elena Rossi, Alessia Lattanzio, Monica Fedora Colombo, Grazia Ieva
Realizzazione scene Marina Conti, Giancarlo Centola, Tommaso Serra
Produzione Teatro dell’Elfo con il contributo di “NEXT” “Laboratorio delle idee per la Produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo”
Si ringrazia Corti Giuseppe Tessiture Jacquard e Gianni Gallucci