Quando la Notte Imparò a Ballare col film musicale “Saturday Night Fever: il momento in cui la musica Disco diventa linguaggio sociale e identità

Questo film musicale è stato inserito nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti perché ritenuto “storicamente e culturalmente significativo” per motivi ben chiari: diversamente dall’immagine patinata che si è poi diffusa, il film è “Un ritratto crudo della classe operaia italoamericana di Brooklyn, racconta la crisi maschile post-anni ’60, del razzismo quotidiano, il sessismo e frustrazione giovanile e mostra la fine dell’utopia del ’68 e l’inizio dell’individualismo anni ’70, considerato un documento sociologico di grande valore”.

Questo offriva e significava il film. Ora comprendiamo bene che per esigenza di struttura e scelte per un pubblico strettamente italiano, questo Musical abbia voluto e dovuto fare delle drastiche modifiche a tutto l’impianto della trama e delle canzoni per linkare le sequenze del Musical. Ad esempio, il finale è diverso: nel film, Manero comprendendo che la giuria aveva favorito la loro coppia perché “bianca” e danneggiato i più bravi portoricani, offre la coppa ai secondi classificati che però la rifiutano, apprezzando comunque il gesto. E’ qui che Manero diventa uomo! Stephanie e Tony si re-incontrano dopo la gara – Tony va a chiederle scusa a Mahattan dopo la gara – e lei comprende il suo repentino cambiamento: è diventato un uomo, anche se nessuna definitiva scintilla scocca… Sarà Manero a “Restare Vivo” – “Stayin’ Alive” come si vedrà nel film sequel appunto “Stayin’ Alive”. Ma nel Musical non è così. Comprendiamo tutto, ma allora dobbiamo renderci conto che questo Musical rimane ed è solamente una rielaborazione discretamente riuscita del film.

Non si riesce se non a tratti, in questa adattamento a Musical e dopo la caduta – siucidio(?) – di Bobby C dal ponte di Verazzano, a comprendere che “Saturday Night Fever “ non era solo un film con bellissima musica, ma offriva molto di più. Capiamo benissimo le esigenze sceniche, fattoriali e di elaborazioni, sia dei testi recitati che cantati, ma così si è perso molto di quello che il film voleva e vuole raccontare in realtà: non è un film allegro anzi, porta tutta la frustrazione e la mancanza di un futuro per i giovani, soprattutto dei quartieri più degradati di New York, come in una qualsiasi altra cittadina americana del tempo e Tony Manero ne diventa il simbolo. Non per il suo ballare, ma per il suo passaggio da ragazzo arrogante e superficiale a giovane uomo che comincia a prendere coscienza della realtà e il desiderio di cambiare il suo futuro ed è qui che, essendo un Musical, non si è potuto forse spingersi di più per raccontarlo appieno.

Infatti quella notte del 1977 non è mai stata solo un momento della settimana, ma un varco, una possibilità, un rito che trasformava il corpo e lo spirito. Quando il film “Saturday Night Fever,” della “Paramount/RSO” esplose, non fu soltanto un successo cinematografico: fu una detonazione culturale. Tony Manero non era un eroe, non combatteva, non si ribellava. Esisteva, semplicemente – “Stayin’ Alive”.- ed infatti il testo della canzone tradotta testualmente è l’inno del film”. Beh, lo puoi dire dal modo in cui cammino – Sono uno sciupafemmine, non ho tempo per parlare… Musica ad alto volume e donne calde… Sono stato preso a calci da quando sono nato e ora va tutto bene, va tutto bene e puoi guardare dall’altra parte… Possiamo provare a capire…” – ma poi prosegue – “Sto rimanendo vivo… La vita non va da nessuna parte, qualcuno mi aiuti… Qualcuno mi aiuti, sì… La vita non va da nessuna parte, qualcuno mi aiuti” che nel Musical vien tradotta in tutt’altro modo.

Parla di sopravvivenza e di paura in una città dura, di resilienza e orgoglio.

Il celebre passo di Travolta per strada incarna perfettamente il messaggio, “Puoi provare a schiacciarmi, ma io resto vivo.” Non è solo una canzone da ballare: è un manifesto esistenziale che sconfina nella paura soffocata dal ballo.

Tony Manero esordisce come un ragazzo senza una vera identità, un vero motivo per lottare, carpire e capire il mondo, con i suoi passi, la sua camicia aperta, il suo sguardo intenso. E milioni di giovani si riconobbero in lui. Ogni passo, ogni rotazione, ogni movimento in quella discoteca di Brooklyn era un manifesto di esistenza. Era la prima volta che il corpo diventava linguaggio, che la notte diventava luogo di libertà. Ma anche il riscatto di Tony che diventa uomo fu compreso da quelle generazioni.

I Bee Gees, con la loro voce inconfondibile, non crearono semplici canzoni, “Night Fever,” “How Deep Is Your Love”, “More Than a Woman” erano dichiarazioni di identità, di sopravvivenza, di desiderio. E ancora “Stayin’ Alive”, con il suo “Well, you can tell by the way I use my walk, I’m a woman’s man, no time to talk”, non parlava di vanità, ma di presenza, di diritto a esistere, di resistenza quotidiana. La Disco Music arrivava nelle radio, nelle cassette, nelle automobili, nelle case e nelle camerette. Si diffondeva come un messaggio segreto: non sei solo, ci siamo anche noi.

Il Musical, adattato da Robert Stigwood con la collaborazione con Bill Oakes “North American Version” e Sean Cercone autore della versione per il palco del Musical “Saturday Night Fever” / “La Febbre del Sabato Sera” e David Abbinanti che ha curato gli arrangiamenti musicali e le orchestrazioni nella versione nord-americana da cui derivano le produzioni internazionali, incluse quelle italiane, arriva al Teatro “Il Rossetti”, limitandosi a raccontare una storia frammentata, o meglio mancante di alcune parti fondamentali, che non la restituisce come esperienza totale. Comunque ottima regia di Mauro Simone che non copia il film, lo traduce in corpo, luce, suono e movimento. Il Teatro “Il Rossetti” diventa comunque pista, radio, notte. Ogni scena, ogni cambio di luci, ogni movimento ha un senso, grazie anche a una traduzione e adattamento alle canzoni di Franco Travaglio che nel contesto del Musical possono avvicinarsi a dare un ricordo della vera trama del film. Le luci di Francesco Vignati non illuminano, sussultano; disegnano lo spazio e il tempo, trasformano la scena in un organismo vivente: strobo quando la pista esplode, morbide quando l’emozione è intima, tagli netti quando la realtà pesa. Ogni cambio di colore diventa un respiro, un battito, un invito a sentire.

Le scene di Lele Moreschi trasformano lo spazio con plasticità; il marciapiede diventa casa, la casa diventa gabbia, la discoteca diventa tempio, il ponte, il senso di frustrazione e di dolore che diviene poi comprensione. Nulla è stabile, tutto scorre, come la vita stessa. I costumi di Riccardo Sgaramella raccontano i personaggi: ogni giacca, pantalone, camicia è desiderio, sfida, aspirazione. La giacca bianca di Tony rimane un manifesto, la volontà di brillare in un mondo che non concede spazio. Le coreografie non sono decorazione: sono linguaggio. Ogni gesto tenta di raccontare una storia, e in parte ci riesce, e ogni passo ha uno scopo, ogni gruppo diventa comunità, ogni duo diventa dialogo muto tra corpi e anime, come note che si inseguono in un accordo in questo, lo ripetiamo, riadattamento a Musical.

Simone Sassudelli incarna Tony Manero come realtà di una ricerca, una vita che ha urgenza di uscire dall’anonimato: non c’è compiacimento, solo necessità. Quando balla, respira la storia di chi non ha potere ma ha il diritto di esistere e superare ogni ostacolo. Gaia Soprano è Stephanie Mangano: non sogna la pista, sogna altri luoghi, scappare via dalla sua condizione di vita. Eppure balla perché la danza è il linguaggio che le permette di essere ascoltata. Il loro ballo insieme non è romanticismo semplice, ma attrito, confronto, desiderio di comprendere l’altro attraverso il ritmo. Annette, interpretata da Jessica Lorusso, Dj Monty da Natascia Fonzetti e Candy da Alice Grasso portano intensità e verità, completando la rappresentazione di una generazione che cerca, sbaglia, ama, soffre.

Le canzoni sono protagoniste narrative. “How Deep Is Your Love” non è solo un brano romantico: è una domanda universale: “Quanto sei disposto ad andare in fondo per me?”ma viene quasi persa nel contesto generale.

I giovani ballavano stretti, occhi chiusi, respirando un mondo più semplice, in cui non c’erano genitori, lavori, aspettative, solo la possibilità di essere visti per ciò che si era davvero. “If I Can’t Have You”, di Yvonne Elliman, diventa, per chi consce bene quel film come noi, ferita aperta: “If I can’t have you, I don’t want nobody, baby”, ma la traduzione qui diviene “Se tu non mi vuoi…” quindi si perde la sensazione che la canzone voleva offrire: non è possesso, ma bisogno totale: per molti giovani, allora, l’amore era motivazione, energia, spinta verso il futuro e la traduzione in Musical non ha lo stesso effetto della versione in inglese.

Il concorso di ballo è il cuore pulsante: Tony vince e realizza che la vittoria non gli appartiene davvero. La pista rifugio, diventa specchio. È qui che il personaggio cresce, smette di fuggire e comincia a scegliere. Non balla meglio, ma balla e consapevolmente, nel Musical regala il denaro e la coppa ai secondi classificati, Tony ha compreso cosa significhi realmente razzismo, emarginazione in un sol colpa, è esce da quella gara come un uomo vero. La regia di Mauro Simone rende non del tutto visibile questa trasformazione non forza l’accento, lasciando comunque il pubblico partecipe.

In Italia, le radio libere trasmettevano la Disco Music come una rivoluzione silenziosa: i Dj non erano star, erano voci amiche, compagni invisibili, narratori della notte e noi eravamo una di queste per questo ci permettiamo di parlarne così chiaramente.

La musica cambiava i giovani, li rendeva audaci, sicuri, visibili. La pista diventava spazio libero, dove il corpo era linguaggio, dove si imparava a stare insieme, a riconoscersi, ascoltarsi senza parole.

Le traduzioni di Franco Travaglio rendono il recitativo quasi all’altezza del film cercando di rimanere sulla rotta dell’anima originale del film, del resto è un Musical. Però non cercano la rima facile, non addolciscono il senso ed è un bene. Ogni parola arriva diretta, evocativa, potente. Le canzoni, cantate in inglese come “Disco Inferno” e le altre canzoni cantate da Natascia Fonzetti che interpreta Dj Monty fanno esaltare la sua voce, la più perfetta e splendida dello spettacolo.

“How Deep Is Your Love” diventa un’intimità condivisa, seppure lasciarla cantare nella versione in inglese sarebbe stato assai meglio, anche se il pubblico de “Il Rossetti” è riuscito a sentire ogni passo, ogni pausa, ogni luce cambiare colore. E’ riuscito ad intravvedere la febbre della pista, il silenzio della consapevolezza, il peso delle scelte, la leggerezza della danza, la profondità dell’amore. La febbre non è nostalgia, è esperienza viva, che attraversa gli spettatori e li fa vibrare. Il sabato sera diventa universale: ieri, oggi e domani. Quindi le nostre non sono critiche, ma piuttosto un voler far comprendere che un capolavoro come “Saturday Night Fever” per trama e significato, canzoni e attori non è assolutamente facile da ripresentarlo nella sua totalità di trama e musica in un Musical che possa piacere ma questo ci è piaciuto: la musica comunque ci è restata addosso, nel corpo, nella memoria, nella testa.

La febbre non è passata, ha solo cambiato forma. È ancora capace di parlare ai giovani, di ricordare agli adulti cosa significhi essere visti, amati, riconosciuti. Il Musical non è un ricordo, è un tramite, forse da perfezionare, tra epoche, tra generazioni, tra bisogni. Finché qualcuno balla, ama, ascolta, la storia continua. La musica non finisce mai davvero, perché quando è vera, resta per sempre.

La “Febbre del Sabato Sera” non è solo spettacolo, non è solo cinema, non è solo Musical: è testimonianza, energia, identità. È la voce dei giovani che cercano, la pista che li accoglie, le luci che li abbracciano, le canzoni che li definiscono. La regia, le coreografie, i costumi, le luci, il suono, le traduzioni: tutto concorre comunque a raccontare non solo un’epoca, ma l’esperienza universale di chi vuole vivere, sentire, amare. E in questo senso, il Musical al Teatro “Il Rossetti” è buon lavoro e rende visibile ciò che la memoria custodisce, restituisce ciò che il corpo ricorda, fa cantare ciò che il cuore sente.

Finché qualcuno ascolta, finché qualcuno balla, finché qualcuno ama, quella febbre non morirà mai.

In replica alla “Sala Assicurazioni Generali” de “Il Rossetti” sabato 28 febbraio alle ore 20.30 e domenica 1 marzo alle ore 16.00

“LA FEBBRE DEL SABATO SERA il Musical”

Presentata dalla “Compagnia della Rancia”

Basato sul film Paramount/RSO e sulla storia di Nik Cohn

Adattato per il palcoscenico da Robert Stigwood in collaborazione con Bill Oakes

“North American Version” scritta da Sean Cercone e David Abbinanti

Musiche e Liriche originali Bee Gees

Regia Mauro Simone

Arrangiamenti e orchestrazioni David Abbinanti

 Traduzione e adattamento testo e liriche italiane Franco Travaglio

 Con
Simone Sassudelli Tony Manero

Gaia Soprano Stephanie Mangano – Jessica Lorusso Annette

Natascia Fonzetti Dj Monty – Alice Grasso Candy

 Coreografie Chris Baldock

Direzione musicale Andrea Calandrini

Scene Lele Moreschi

Costumi Riccardo Sgaramella

Disegno luci Francesco Vignati

Disegno fonico Enrico Porcelli