Nessuna inversione di rotta per il commercio al dettaglio triestino o, almeno, per quello lontano dalle vie della movida e dalle zone più nobili.

A testimoniarlo sono i dati dell’ultimo Osservatorio “Città e demografia d’impresa” di Confcommercio che evidenzia come dal 2012 alla fine del 2025, a Trieste siano venute a mancare 611 attività del settore.

In base all’indagine, realizzata con il contributo del Centro Studi delle Camere di Commercio “G. Tagliacarne”, si è passati  infatti da 1.887 realtà a produttive a 1276, con le chiusure che, nell’oltre 80% dei casi (533 cessazioni), sono avvenute nelle aree meno battute da turisti e comunque rionali e periferiche

Guardando quindi alle singole categorie, il depauperamento maggiore è stato quello che ha coinvolto  abbigliamento e calzature, con l’addio al mercato di ben 172 negozi ed il segmento profumerie-gioiellerie, che ha riscontrato invece 107 abbandoni.

Da dimenticare anche il trend del commercio ambulante, con 81 realtà in meno, una perdita che ha riguardato quasi interamente i quartieri, del comparto mobili, ferramenta e accessori per la casa (-68) e dei punti vendita di alimentari e bevande, che presentano un saldo negativo di 47 imprese. Questi ultimi precedono di poco gli esercizi la cui offerta era un mix di libri, giocattoli ed articoli di cartoleria (-44).

L’assottigliamento, tuttavia, non ha risparmiato neppure le rivendite di giornali con 72 “chioschi” inattivi e di cui 65 nei rioni, quelle di tabacchi con 23 addii, anche in questo avvenuti lontano dal centro storico ed i carburanti (-11)

Restando sempre in tema di commercio, le note positive giungono invece dal vending, con un incremento di 19 postazioni e, sia pure in misura più contenuta, dal settore informatico- comunicazioni, con un bilancio che parla di + 8 unità.

L’Osservatorio ha dedicato un focus anche all’accoglienza, incentrato sulla macrocategoria costituita da ristorazione e ricettività (alberghi, altre forme di alloggio, ristoranti, bar, rosticcerie, pasticcerie e gelaterie) che riferisce di un incremento di 53 imprese.

Sul dato, tuttavia, impatta in particolar modo la voce legata all’alloggio extralberghiero, passato dalle 42 attività del 2012 alle 114 censite a dicembre scorso, un andamento determinato ovviamente dalla costante crescita dei flussi turistici sul territorio.

Tale performance ha pertanto compensato il trend dei bar che, resilienti  in centro, hanno invece abdicato altrove, facendo registrare oltre un centinaio di chiusure.

Situazione analoga pure per i ristoranti, aumentati di una ventina di unità nelle aree più ricche di appeal ed in chiara difficoltà (-51) in altre zone.          

“La crisi del commercio al dettaglio – interviene quindi il presidente della Confcommercio provinciale, Antonio Paoletti – è frutto di molteplici fattori. Tra questi, le transazioni online, che necessiterebbero di una nuova e più precisa cornice normativa da definire in sede comunitaria, l’intensa pressione fiscale, l’alto costo delle locazioni, il calo demografico, ma anche la desertificazione commerciale dei centri urbani.

“Una problematica, quest’ultima –  prosegue Paoletti – che in quanto ormai consolidata e, anzi, con chiare dinamiche espansive, richiede perciò la messa in campo di strategie strutturate, corredate da competenze solide, risorse adeguate, quadri normativi propizi e condivise tra istituzioni, associazioni datoriali, imprese e tutti gli altri portatori d’interesse dei singoli territori.

Interventi che non devono tradursi in azioni spot o di contingenza, bensì in azioni ad ampio raggio, che sappiano individuare criticità, peculiarità e potenzialità delle varie aree e che si traducano in politiche di rigenerazione e riqualificazione tese a rivitalizzarle nel loro complesso.

Una visione, questa, che Confcommercio, d’intesa con soggetti pubblici e privati, l’amministrazione comunale in primis, concretizza e declina organizzando e promuovendo iniziative ed eventi di vario carattere, in diversi periodi e numerose aree della città, nell’ambito delle attività del Distretto del Commercio “Vivi Trieste”. Non solo questo, però – ricorda ancora Paoletti – visto che la nostra associazione assicura al contempo una presenza costante e capillare sui territori, fornendo informazioni, supporto ed assistenza agli operatori economici, per cogliere e farsi al caso pure portavoce, in virtù della sua riconosciuta rappresentatività, di esigenze e priorità di imprese e cittadini durante i nostri quasi quotidiani confronti con istituzioni, amministrazioni ed altre parti sociali”.

Per il presidente di Confcommercio, tuttavia, i processi di rigenerazione urbana, possono essere corroborati anche da altre opzioni di sviluppo multidirezionali.

“Penso, ad esempio – spiega – alla sottoscrizione di patti locali per la riattivazione dei fori sfitti, al varo di una logistica urbana sostenibile e connessa con i sistemi digitali, alla fruibilità di piattaforme di welfare territoriale che permettano alle imprese di erogare crediti spendibili nei negozi e nei servizi di prossimità o anche all’avvio di partenariati, tra aziende del terziario di mercato ed operatori immobiliari, per integrare, nelle politiche rigenerative, location dedicate al tessuto sociale di cui, i negozi di prossimità, sono componente essenziale.

Si tratta – conclude Paoletti –  come lo ha ribadito anche il periodo pandemico, di realtà di grande valenza non solo in termini produttivi ed occupazionali, ma anche di presidio sociale, in quanto garanti di fruibilità degli spazi comuni, capaci di contribuire allo sviluppo di socialità sane, partecipazione, confronto e pure di alimentare la percezione di luogo inteso quale patrimonio collettivo in tutte le sue espressioni”.