Vi è una malinconia sottile che “Il Gabbiano” porta con sé fin dalla prima battuta, anzi canzone, di questo spettacolo, del resto questo era l’intento di Anton Čechov: non una malinconia chiassosa o teatrale, ma un sentimento trattenuto, quasi quotidiano, che si insinua lentamente nello spettatore e lo accompagna per tutta la durata dello spettacolo. È in questo clima, totalmente modernizzato e al tempo stesso inquieto, che prende forma l’allestimento diretto interpretato da Filippo Dini, con Giuliana De Sio protagonista, in un scenografia che sceglie di forzare Čechov ma anche ascoltarlo.

“Il Gabbiano” è un testo che non si offre mai facilmente, è un’opera che vive di silenzi, di desideri mancati, di parole dette troppo tardi o troppo presto. Portarlo in scena oggi significa assumersi la responsabilità di non renderlo né un monumento polveroso né un esercizio di stile contemporaneo fine a sé stesso. La regia di Filippo Dini trova invece una linea chiara e coerente nella sua modernità imposta dal regista: restituire l’umanità fragile dei personaggi, senza sovrastrutture inutili, lasciando che il conflitto emerga dai rapporti e non dalle trovate.

Prima di addentrarsi nello spettacolo, è utile fermarsi brevemente su Anton Čechov per comprendere questo “Il Gabbiano” oggi in scena. Nato nel sud della Russia nel 1860, medico di formazione e scrittore per necessità e vocazione, Čechov ha osservato l’essere umano con uno sguardo insieme clinico e compassionevole. La sua scrittura non giudica, non grida: registra. Il”Gabbiano” nasce in un momento di transizione, quando l’autore avverte con lucidità la fine di un mondo e l’incapacità del nuovo di affermarsi davvero. È il dramma di una generazione che sogna l’arte come salvezza e scopre che l’arte, da sola, non basta a guarire la vita.

Scritto alla fine dell’Ottocento, “Il Gabbiano” mette in scena un gruppo di personaggi legati da vincoli affettivi, artistici e familiari, riuniti in una tenuta di campagna. Al centro della vicenda c’è Konstantin, giovane autore inquieto, che cerca una nuova forma d’arte e un riconoscimento che non arriva mai, soprattutto da sua madre Arkadina, attrice affermata e narcisista. Intorno a lui ruotano Nina, aspirante attrice piena di sogni, lo scrittore Trigorin, simbolo di un successo apparentemente solido, e una costellazione di figure che amano senza essere ricambiate, desiderano senza ottenere, vivono senza riuscire davvero a scegliere.

La regia di Filippo Dini si concentra sull’essenza del testo, lasciando respirare forse poco i personaggi. Non c’è compiacimento estetico e non c’è volontà di stupire a tutti i costi. Ogni gesto sembra misurato, ogni pausa ha un peso preciso, Dini conosce profondamente il teatro di parola e sa che Čechov non tollera l’enfasi: la sua direzione degli attori è attenta, quasi artigianale, costruita sul ritmo interno delle battute e sulla qualità dell’ascolto reciproco, ma forse appesantita da una regia predominante.

Non è la prima volta che Filippo Dini lavora al Teatro “Il Rossetti”, poco tempo fa ha portato in scena, come regista e attore, “Parenti Terribili” di Jean Cocteau, dimostrando una notevole capacità di entrare nei meccanismi psicologici dei testi e di tradurli in una scena molto personale, nello stile del regista. Anche in “Il Gabbiano” si riconosce questa chiave, un teatro che nasce dal testo ma non ne è prigioniero, che rispetta non troppo la drammaturgia ma la rende “diversamente”respirabile per il pubblico di oggi. Dini, adattatore teatrale dello spettacolo, conferma una maturità artistica consolidata, sostenuta da una carriera ricca di riconoscimenti e da una presenza ormai familiare al pubblico triestino.

Nel ruolo di Irina Arkadina, Giuliana De Sio offre una prova di grande intelligenza scenica, la sua Arkadina non è una caricatura di diva capricciosa, ma una donna che ha costruito la propria identità sull’essere desiderata e ammirata, e che vive come una minaccia tutto ciò che può incrinare questa immagine. De Sio lavora per sfumature: una risata che dura mezzo secondo di troppo, uno sguardo che si irrigidisce, un improvviso abbassamento di voce. Il rapporto con il figlio Konstantin interpretato da Giovanni Drago è una delle parti essenziali dello spettacolo, ed è proprio nella difficoltà di amare senza ferire che l’attrice trova i momenti più intensi.

Filippo Dini interpreta Trigorin, lo scrittore di successo, con una sobrietà che colpisce, il suo Trigorin non ostenta sicurezza: è un uomo stanco, consapevole dei propri limiti, prigioniero di un ruolo che gli altri gli attribuiscono, ed infatti balbetta, come Čechov vuole per i per i suoi personaggi, sia per riprodurre la naturalezza della conversazione quotidiana sia per esaltare i loro difetti caratteriali; Dini evita ogni tentazione di renderlo cinico o manipolatore, al contrario, lo presenta come un uomo che si lascia vivere, che accoglie le opportunità senza mai interrogarsi davvero sul loro peso morale, questo rende il personaggio ancora più disturbante nella sua apparente innocenza forse il personaggio più vicino all’animo di Čechov.

L’intreccio tra Arkadina e Trigorin, così come il loro impatto devastante su Nina e Konstantin, è delineato con grande chiarezza. La scena non forza mai il melodramma, ma lascia che il dolore emerga dalle piccole fratture quotidiane. In questo equilibrio delicato tra parola e silenzio, la regia trova uno dei suoi punti di forza.

Per quanto riguarda gli altri personaggi, è possibile riconoscere una costruzione coerente e funzionale. Giovanni Drago interpreta il ruolo di Konstantin Treplev restituendone l’irrequietezza e l’orgoglio ferito, mentre Virginia Campolucci dà vita a Nina con una fragilità luminosa, evitando ogni ingenuità eccessiva. Enrica Cortese nel ruolo di Maša, incarna con precisione quella disperazione ironica che rende il personaggio uno dei più moderni del testo. Ogni figura, anche secondaria, è trattata come parte integrante di un organismo drammaturgico complesso, senza gerarchie rigide ma con una chiara consapevolezza del proprio peso nella storia. Lo spazio scenico è essenziale, mai decorativo, ma capace di evocare la vastità emotiva della tenuta di campagna e, al tempo stesso, la claustrofobia interiore dei personaggi. Gli ambienti non cambiano radicalmente, ma si trasformano attraverso la luce e la disposizione degli attori, accompagnando il mutare degli equilibri emotivi.

I costumi di Alessio Rosati dialogano con la scena senza imporsi. Sono credibili, coerenti, privi di qualsiasi esibizionismo estetico. Ogni abito racconta una condizione sociale e psicologica, aiutando lo spettatore a orientarsi nei rapporti senza mai distrarre dall’azione. In particolare, il contrasto tra l’eleganza controllata di Arkadina e la semplicità quasi dimessa degli altri personaggi rafforza visivamente le dinamiche di potere mentre le luci di Pasquale Mari costruiscono atmosfere che accompagnano il testo con discrezione e precisione.

Le musiche di Massimo Cordovani intervengono in una misura alquanto inaspettata: vi sono anche canzoni, diventando momenti portanti della narrazione, accompagnando le scene, cercando l’effetto e contribuendo a creare quella sensazione di spinta modernità che caratterizza l’intero spettacolo.

Questo “Il Gabbiano” visto al Teatro “Il Rossetti”, si rivela uno spettacolo sicuramente pensato profondamente ma una delle principali critiche che uno spettatore potrebbe rivolgere allo spettacolo riguarda l’interpretazione contemporanea e l’impostazione scenica moderna, che possono risultare discutibili per chi preferisce una lettura più tradizionale dell’opera di Anton Čechov. Alcune scelte stilistiche e visive rischiano infatti di distrarre lo spettatore dal testo originale, spostando l’attenzione dalla dimensione psicologica dei personaggi alla costruzione scenica anche se il cast è composto da ottimi attori, come un eccellente Giovanni Drago, la De Sio e soprattutto lo stesso Filippo Dini nel ruolo di Trigorin.

Va riconosciuto che la regia di Dini riesce a rendere l’opera molto attuale: ambientazione e linguaggio scenico contemporanei mettono in luce temi ancora vivi oggi, come il desiderio di successo, il fallimento artistico e le relazioni sentimentali impossibili o difficili.

È, in fondo, una questione di gusti e di scelte che Dini, da regista esperto qual è, ha sicuramente messo in conto.

In replica venerdì 13 marzo alle ore 20.30, sabato 14 marzo alle ore 19.30 e domenica15 marzo alle ore 16.00

“IL GABBIANO”

Di Anton Čechov 

Regia Filippo Dini 

Personaggi e Interpreti 

Irina Nikolaevna Arkadina – Giuliana De Sio

Kostantin Gavrilovič Treplev – Giovanni Drago 

Petr Nikolaevič Sorin – Valerio Mazzucato 

Nina – Virginia Campolucci  

Il’ja Afanas’evič Šamraev – Gennaro Di Biase 

Polina – Andreevna Angelica Leo 

Maša – Enrica Cortese 

Boris Aleskseevič Trigorin – Filippo Dini  

Evgeneij Sergeevič Dorn – Fulvio Pepe 

Semen Semenovič Medvedenko – Edoardo Sorgente  

Regia della scena “lo spettacolo di Kostja” Leonardo Manzan 

drammaturgia e aiuto regia Carlo Orlando 

Traduzione Danilo Macrì 

Scene Laura Benzi 

Costumi Alessio Rosati 

Luci Pasquale Mari 

Musiche Massimo Cordovani  

Foto e Video Serena Pea  

Produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale 

Si ringrazia per la preziosa collaborazione Fabbro Lamecca Design