Foto Luca d’Agostino ed Elia Falaschi/Phocus Agency © 2026

Teatro Verdi di Pordenone esaurito e un’accoglienza calorosa e partecipata ha segnato l’inaugurazione del festival Dedica, che quest’anno ha accolto lo scrittore e reporter francese Sorj Chalandon. Un pubblico attento ha salutato l’ingresso dell’autore con una vera ovazione, mentre un applauso finale, altrettanto lungo e commosso, ha chiuso la serata, in un clima di evidente emozione condivisa tra platea e protagonista.

Ha aperto l’incontro il curatore del festival Claudio Cattaruzza, che ha introdotto il percorso della rassegna dedicata a uno degli autori europei più intensi nel raccontare le ferite della storia contemporanea.

A portare il saluto della città è stato l’assessore alla cultura Alberto Parigi, che ha ricordato il ruolo del festival nel viaggio che ha accompagnato Pordenone verso il titolo di Capitale italiana della cultura. “Dedica – ha detto – è uno degli appuntamenti letterari più prestigiosi e affascinanti d’Italia, parte integrante dell’identità culturale della città e capace di esprimere una visione alta della cultura, attenta sia all’approfondimento sia alla partecipazione. Un progetto che negli anni ha saputo coinvolgere pubblici diversi e in particolare i giovani, trasformando un festival letterario in un’esperienza culturale diffusa.

Lo stesso Parigi ha consegnato allo scrittore il Sigillo della città di Pordenone, riconoscimento che lo definisce “autore di rara sensibilità e testimone rigoroso del nostro tempo, capace di raccontare con forza e precisione le ferite dell’umanità trasformando la cronaca in memoria universale”. Nel libro d’onore del Comune Chalandon ha lasciato una dedica semplice: «A partire da oggi questa città sarà per me Serenissima. Grazie per la vostra accoglienza, eleganza e gentilezza».

Sul palco lo scrittore ha dialogato con il collega italiano Andrea Tarabbia, che ha sottolineato come nei suoi libri si percepisca sempre una forte tensione morale, quasi un impulso irresistibile a raccontare la verità nascosta nelle vicende umane.

Una conversazione intensa che ha toccato molti dei temi già emersi nel corso della conferenza stampa del mattino, quando Chalandon aveva riflettuto sul nucleo più profondo del suo lavoro. «Quello che vorrei restasse dei miei libri è che non ho mai tradito il bambino che sono stato, il giovane che sono stato e l’uomo che sono oggi».

Molti dei suoi romanzi nascono dall’esperienza di reporter e da vicende personali complesse, come il difficile rapporto con il padre. Nonostante questo, ha spiegato, non ha mai provato odio: «Ho sempre pensato che fosse triste l’appuntamento mancato tra un padre e un figlio. L’odio per me è una sconfitta».

Alla base della sua scrittura resta un principio semplice: difendere chi è più fragile. «Fin da bambino cerco di difendere chi è più povero, più emarginato o più diverso di me. Non sopporto l’ingiustizia».

Parlando del rapporto tra giornalismo e letteratura, Chalandon ha spiegato la differenza tra i due sguardi: il giornalista racconta ciò che vede, mentre il romanziere può restituire simbolicamente vita a chi non c’è più. «Il giornalista racconta i morti. Il romanziere può dire ai morti: alzatevi. Un’immagine che Chalandon ha collegato a uno degli episodi più traumatici della sua carriera di reporter: la sua presenza nei campi profughi dopo il massacro di Sabra e Shatila.

Tra i corpi delle vittime vide anche quello di una giovane ragazza. Anni dopo, nel romanzo La quarta parete, ha provato simbolicamente a restituirle vita. «Nel romanzo la faccio alzare, la chiamo Imane, voglio che diventi insegnante, che abbia dei bambini. Ma alla fine la rimetto sul suo letto di martirio perché non ho il diritto di giocare con la sua storia”.

Parole capaci di restituire tutta la complessità dello sguardo di uno scrittore che continua a interrogare la storia e le coscienze. E che il pubblico di Dedica ha salutato con un lungo applauso finale, carico di emozione.