
Il monologo “First Love”, scritto e interpretato da Marco D’Agostin, illumina la scena con un memorabile frammento di vita che attraversa la memoria sportiva e personale di Stefania Belmondo e dell’Italia sportiva intera. Sul palco della “Sala Bartoli” del Teatro “Il Rossetti”, lo spettacolo prende forma come una presenza fisica e mentale intensa, capace di trasformare il teatro in uno spazio di ascolto e di concentrazione emotiva. Vogliamo ricordare che Il ballerino e coreografo ha incontrato il suo mito d’infanzia, la campionessa di sci di fondo Stefania Belmondo, in età adulta, durante la fase di ricerca e creazione del suo spettacolo teatrale intitolato “First Love” dedicato proprio a lei.
D’Agostin, coreografo e performer tra le figure più interessanti della scena contemporanea italiana, premiato con l’UBU come miglior performer under 35 e da anni attivo tra danza e performance, costruisce qui un racconto che non si limita alla narrazione biografica. Il suo lavoro, spesso orientato a interrogare la memoria e il rapporto tra esperienza personale e immaginario collettivo, trova in questa storia un terreno fertile: la vicenda di un’atleta diventa il pretesto per esplorare il modo in cui le passioni modellano una vita.
La “Sala Bartoli” si conferma luogo ideale per una performance di questo tipo, Il gesto dell’attore, la parola e la luce trovano uno spazio che ne amplifica la precisione. In scena, la storia di “First Love” emerge con una chiarezza narrativa rara, il racconto segue i ricordi, le sensazioni e le emozioni di Stefania Belmondo, icona dello sci di fondo italiano, accennando anche alla sua infanzia, le prime gare, la scoperta di una disciplina che diventa presto un destino, nella meravigliosa ed ultima gara della Belmondo ai Giochi Olimpici di Salt Lake City nel 2002 vincendo la medaglia d’oro nello sci di fondo nella 15 km a tecnica libera – Ricordiamo che in quella stessa edizione ha ottenuto anche un argento nei 30 km e un bronzo nei10 km – chiudendo una carriera olimpica straordinaria con 10 medaglie totali.
La pièce nasce dall’incontro tra la sensibilità teatrale di D’Agostin e il mondo dello sport, mediato anche dal confronto con Stefania Belmondo e con l’allenatore Tommaso Custodero. L’intenzione non è quella di costruire un racconto celebrativo delle imprese sportive, ma di restituire la dimensione umana che si nasconde dietro ogni traguardo: il rigore, la solitudine dell’allenamento, le paure e la tenacia che accompagnano la formazione di un atleta.
Il percorso artistico di D’Agostin, formatosi con coreografi internazionali e interprete negli anni per artisti come Claudia Castellucci, Alessandro Sciarroni e altri protagonisti della danza contemporanea europea, emerge qui nella precisione con cui il corpo diventa strumento narrativo. In scena non c’è imitazione della figura di Belmondo: piuttosto una sorta di attraversamento, un modo di lasciare che la memoria dell’atleta passi attraverso il gesto e la voce del performer.
È una dimensione che l’artista conosce bene. Nei suoi lavori, presentati negli anni in numerosi festival europei, da Parigi a Londra fino alle principali rassegne italiane, il rapporto tra memoria e partecipazione del pubblico è spesso centrale. Anche qui lo spettatore viene coinvolto in modo sottile: non come osservatore distante, ma come testimone di un processo emotivo che si costruisce in tempo reale.
Il contributo di Belmondo e Custodero risulta decisivo per dare consistenza alla materia narrativa. Dalla campionessa arrivano i dettagli più intimi di quella gara, la tensione che la precede, la solitudine della piste innevate; dall’allenatore la dimensione tecnica dell’allenamento e della preparazione mentale. Questi elementi permettono a D’Agostin di incarnare la storia non come narratore esterno, ma come corpo immerso nella stessa logica di quei momenti.
Le luci di Alessio Guerra accompagnano il racconto con discrezione, costruendo spazi di atmosfera più che effetti scenici. La scena resta essenziale: tutto nasce dal ritmo della parola, dal respiro, dalla presenza fisica dell’interprete.
In questo minimalismo scenico emerge anche la cifra di un artista che negli ultimi anni ha consolidato una posizione rilevante nella scena performativa italiana, riconosciuta da premi come il Riccione speciale per l’innovazione drammaturgica e da numerosi riconoscimenti internazionali, senza mai rinunciare a un approccio personale, spesso sospeso tra racconto autobiografico e immaginazione teatrale.
Il monologo diventa così un’indagine sul rapporto tra corpo e mente: lo spettatore percepisce il freddo della pista, il silenzio della neve, il battito accelerato prima e durante la gara.
D’Agostin ne fa una vera e propria telecronaca ma usa la sua fisicità, la sua abilità di ballerino per raccontare lo sforzo, la volontà, la caparbietà e lo stesso personaggio Belmondo, il pubblico si ritrova avvolto dalla voce di D’Agostin che non dà tregua, come un vero e proprio giornalista televisivo che offre quasi un filmato della gara. La voce di D’Agostin guida lo spettatore dentro una storia che lentamente smette di essere soltanto quella di un’atleta: diventa di tutti e su ciò che significa dedicarsi completamente a qualcosa e lasciarsi definire da una passione che diventa trionfo.
Il fascino di “First Love” risiede proprio qui, nella capacità di trasformare una vicenda individuale in esperienza condivisa, da una passione a una medaglia olimpica italiana. Chiunque abbia conosciuto la forza di un primo amore, o la disciplina ostinata necessaria per inseguire un sogno, riconosce qualcosa di sé in questo racconto, l’intensità di D’Agostin è amplificata dalla regia scenica implicita, dalla capacità di trasformare il palco in uno spazio quasi privato, dove il pubblico diventa testimone privilegiato di emozioni intime. D’Agostin non recita Stefania Belmondo, non la imita ma la fa rivivere attraverso di sé, con una immedesimazione vera, profonda e una sensibilità che raramente si vede in scena.
In conclusione, “First Love” si conferma un lavoro di grande intensità. Marco D’Agostin costruisce un ponte sottile tra teatro e vita reale, tra memoria e disciplina, tra passione e tecnica. Ne emerge un monologo che non celebra soltanto una campionessa dello sport, ma la capacità umana di trasformare la dedizione in una forma di racconto.
Da ricordare il garbato e apprezzabile piccolo cadeau in ricordo dello spettacolo che è stato offerto ad ogni spettatore che sicuramente farà ricordare questa performance
teatrale e la grande Belmondo.
Un progetto di e con Marco D’Agostin
Suono LSKA
Consulenza scientifica Stefania Belmondo, Tommaso Custodero
Assistente alla drammaturgia Chiara Bersani
Luci Alessio Guerra
Direzione tecnica Paolo Tizianel
Promozione Damien Modolo
Organizzazione Eleonora Cavallo
Amministrazione Federica Giuliano
Grafica Isabella Ahmadzadeh
Produzione VAN
Coproduzione “Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Torinodanza festival” e “Espace Malraux scène nationale de Chambéry et de la Savoie dans le cadre du projet Corpo Links Cluster, sou-tenu par le Programme de Coopération PC INTERREG V A” – Italia-Francia (ALCOTRA 2014-2020)
In collaborazione con “Centro Olimpico del Fondo di Pragelato”
Con il sostegno di “Lavanderia a Vapore – Centro Regionale per la Danza, inTeatro”, “Teatro Akropolis, ResiDance XL”