XXV DI EPISCOPATO
+Giampaolo Crepaldi
Cattedrale di San Giusto
19 marzo 2026
Eccellenza, Sig. Sindaco, distinte Autorità, fratelli nel sacerdozio, diaconi, religiosi e religiose, carissimi fratelli e sorelle in Cristo, predragi bratje in sestre!
- Vi ringrazio molto di aver accolto l’invito che vi è stato rivolto dal Vescovo Mons. Enrico Trevisi a unirvi a me, in festosa e fraterna condivisione, per rendere grazie al Signore per i suoi innumerevoli doni che hanno sostenuto e accompagnato i 25 anni del mio ministero episcopale, svolti prima in Vaticano nel Dicastero della Giustizia e della Pace e poi qui a Trieste come Vescovo diocesano. “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,46s): con queste parole, piene di gioiosa gratitudine per il Signore, Maria andò incontro ad Elisabetta ed è con queste parole che anch’io oggi dico al Signore il mio grazie per il dono del ministero episcopale, un dono che ha trovato e continua a trovare le sue ragioni nel mistero insondabile del suo amore: “Non voi avete scelto me, io ho scelto voi” disse Gesù ai suoi discepoli (Gv 15,16). E sulla scia di questo mistero, voglio qui ricordare il grande Pontefice san Giovanni Paolo II che mi ordinò vescovo il 19 marzo del 2001 nella Patriarcale Basilica di san Pietro assieme ad altri 9 presbiteri, il giorno che la Chiesa dedica alla devota memoria di San Giuseppe. In quella fausta circostanza ci rivolse questa significativa esortazione: “Come san Giuseppe, modello e guida del vostro ministero, amate e servite la Chiesa. Imitate l’esempio di questo grande Santo, come anche quello della sua Sposa, Maria”. Accanto a Lui voglio mettere Papa Benedetto XVI che, con il suo alto magistero, mi insegnò a tenere sempre unite la verità e la carità. Poi il Card. Van Thuan, in quel tempo Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. La sua è la storia esemplare e avvincente di un martire cristiano: era stato, infatti, per ben 12 anni, di cui 9 trascorsi in completo isolamento, nelle carceri comuniste del Vietnam. Dopo l’ordinazione, nel primo pomeriggio, venne a trovarmi a casa e mi portò in dono la croce pettorale che gli avevano regalato i suoi genitori il giorno della sua ordinazione episcopale.
- Carissimi fratelli e sorelle, predragi bratjie in sestre, al grazie al Signore, desidero unire il grazie alla Chiesa tergestina, dove, nei residui anni della mia maturità umana e sacerdotale, ho esercitato per 13 anni il mio ministero episcopale. Sappiamo che esso, in concreto, è molte cose, ma anzitutto, come ci insegna sant’Agostino, è amoris officium (In Evangelium Iohannis tractatus, 123,5), compito e dovere di amore. E questa sera, intendo ringraziare per tutto l’amore che ho ricevuto da questa Chiesa diocesana, molto al di là dei miei meriti personali, semplicemente per l’ufficio che ho ricoperto: un ufficio che, direi, attira l’amore. E questo amore ha trovato espressione soprattutto nella preghiera: un grandissimo grazie, quindi, per tutta la preghiera che mi ha accompagnato e sostenuto in questi anni! E questo amore ha trovato le sue generose manifestazioni poi in molte forme di collaborazione. Non mi è possibile nominare personalmente tutti coloro con i quali ho collaborato e ai quali sono profondamente grato. Mi limito a dire il mio grazie a quello che fu il mio Vicario Generale, Mons. Pier Emilio Salvadè, che ha già raggiunto la casa del Padre, agli altri Vicari episcopali e alla Curia diocesana. Un grazie specialissimo a tutti i sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli laici e alle loro molteplici aggregazioni. Grazie ai rettori dei due seminari di Castellerio e delle Beatitudini, ai loro collaboratori e ai seminaristi, molti dei quali, in questi anni, ho imposto le mani, ordinandoli sacerdoti. Tutta questa collaborazione l’ho sempre considerata come espressione della comunione attuata in concreto nella nostra Chiesa diocesana e come una risorsa fondamentale della sua missione: alla base di essa c’è lo Spirito Santo, che vivifica e guida la Chiesa. Consentitemi anche di allargare il mio grazie ai rappresentanti delle comunità con i quali ho intessuto un sincero e fecondo legame ecumenico e interreligioso e anche ai tanti “laici”, nei quali ho trovato amicizia e vicinanza anche al di fuori delle strutture ecclesiali. Per me Vescovo, questi rapporti furono preziosi e doverosi e li ho considerati, a pieno titolo, parte del mio ministero.
- Predragi bratje in sestre, carissimi fratelli e sorelle, oltre al grazie al Signore e al grazie alla Chiesa diocesana, questa sera voglio dire grazie alla città di Trieste. Città bellissima nelle sue nobili architetture, che ho imparato a conoscere e ad amare piano piano, conquistato dai suoi modi civili di vita, dalle sue istituzioni accademiche e scientifiche, dai suoi uomini e donne di cultura, dal suo personale politico e amministrativo, dalla sua storia millenaria, soprattutto dal suo popolo, semplice e immediato e dotato di un cuore grande, senza fastidiose ostentazioni, ma solerte e provvidente verso chi è nel bisogno, verso il povero, lo sventurato, il migrante. Città ancora piena di dolore per le tragedie belliche e umane che l’hanno investita nel secolo scorso, ma anche capace di non farsi irretire da destini infausti e paralizzanti, anzi coraggiosamente pronta a proiettarsi nel futuro con rinnovata fiducia. Quando, ogni anno, andavo alla Risiera di San Sabba e alla Foiba di Basovizza per le celebrazioni delle giornate della memoria e del ricordo, provavo come un senso di smarrimento in quei due memoriali in cui si concentrava quello che san Paolo nel capitolo sesto della sua Lettera ai Romani chiama il “regno del peccato” (cf. 6,12). Nel tornarmene a casa, però, ringraziavo il Signore, considerando che la Città non era stata sopraffatta da quel regno di maledizione e di morte, ma si era ripresa e rifiorita. Anzi osavo pensare che Dio continuava ad attirare a sé in modo speciale questa nostra Città, in modo che i triestini ormai non erano più persone afflitte, “come gli altri che non hanno speranza” (4,13), secondo ancora le parole di san Paolo nella sua Prima Lettera ai Tessalonicesi. Facendo tesoro di tutto questo, nel mio piccolo, fissai nella Cappella in Cavana come un terzo memoriale dove collocai l’immagine della Madonna di fronte alla quale il Vescovo Mons. Antonio Santin pregò il 30 aprile del 1945, nel momento più oscuro della storia cittadina, ottenendo la grazia della salvezza della Città. Quell’immagine la denominai Madonna della Riconciliazione e intende essere un costante e impegnativo richiamo rivolto alla nostra Città affinché continui ad essere fedele, oggi e nel futuro, alla sua vocazione di Città dell’amicizia, della pace e della riconciliazione. Ai nostri Santi, da san Giusto fino al beato don Francesco Bonifacio e alla Vergine Maria, che noi qui a Trieste amiamo invocare come Madonna della salute, affido la mia persona, la nostra Chiesa e la nostra Città: con la loro sollecita intercessione continuino a garantirci salute materiale e salvezza spirituale, aiutandoci ad essere sempre admirantes Iesum, come ci indica il nostro Vescovo, con lo sguardo fisso su Gesù, il nostro unico e vero Salvatore.