27 MARZO 2026: 64° GIORNATA MONDIALE DEL TEATRO
“”In un mondo che sembra diventare sempre più divisivo, autoritario e violento, la nostra sfida come creatori teatrali è quella di evitare la corruzione del teatro in una mera impresa commerciale dedita all’intrattenimento attraverso la distrazione, o in un arido custode istituzionale delle tradizioni, ma piuttosto la nostra sfida è promuovere la forza di connettere popoli, comunità, culture e soprattutto di interrogarci su dove stiamo andando”
Willem Dafoe

Ci sono spettacoli che non si limitano a raccontare, ma interrogano, “Causa di Beatificazione”, presentato alla “Sala Bartoli” del Teatro “Il Rossetti”, appartiene a questa categoria, non accompagna lo spettatore verso una storia lineare, bensì lo espone a un attraversamento verso una domanda finale, è un lavoro che non cerca consenso, ma interesse.

Abbiamo avuto già il piacere di vedere all’opera Rajeev Badhan alla “Sala Bartoli” nel suo riadattamento dell’ultima opera di Henrik Ibsen, “Quando noi morti ci risvegliamo” in una performance completamente “ribelle” con il suo gruppo di attori minuziosamente ricercati. Anche lui innovatore e rivoluzionario come lo fu Ibsen, per il suo accostamento al dramma moderno, che da quel momento non fu più lo stesso, ponendo in modo completamente nuovo, al centro delle sue opere questioni assolute, spesso dibattute e criticato dalla società del suo tempo.”

Quel precedente resta come una traccia che prosegue in questa nuova creazione, Rajeev Badhan procede la sua indagine sui conflitti interiori e spirituali, ma lo fa attraverso una prospettiva dichiaratamente femminile, con un impianto che intreccia epoche, culture e tensioni politiche di sottofondo: al centro resta sempre l’animo umano, i suoi comportamenti, le sue scelte, anche le più disperate. L’ideazione di Massimo Sgorbani diventa materia che la regia trasforma in un organismo scenico stratificato, dove parola, immagine e suono dialogano in modo serrato.

Tre frammenti, tre capitoli, tre donne. Nessuna cronologia rassicurante, ma un movimentazione temporale che attraversa i secoli e li mette in “cortocircuito”, ci pare adatta una frase di Calvino, tratta dalle sue “Cosmocomiche”, come può il singolo essere umano superare il vetro di cristallo che non vede essendo solamente “ figlio di figli”?

Il primo capitolo nasce direttamente dai manoscritti di due grandi mistiche italiane, figure lontane nel tempo ma accomunate da un’esperienza spirituale assoluta. Da un lato Angela da Foligno, vissuta tra il 1248 e il 1309, terziaria francescana, donna che dopo una conversione radicale abbandonò ogni sicurezza mondana per immergersi in una vita contemplativa intensissima, la profondità del suo percorso interiore le valse l’appellativo di “Maestra dei teologi”: non per un sapere accademico, ma per la forza vertiginosa della sua esperienza mistica. Nel suo “Memoriale” l’amore divino non è concetto astratto, ma fuoco che brucia, sofferenza accolta come via di unione con D.o, preghiera continua che attraversa il corpo e la coscienza.

Accanto a lei si staglia la figura di Veronica Giuliani, religiosa e Badessa dell’Ordine delle Clarisse Cappuccine tra Seicento e Settecento. Visse per cinquant’anni nel monastero di Città di Castello, trasformando la clausura in uno spazio di radicale immedesimazione con la “Passione di Cristo”. È venerata come “sposa del Crocifisso” proprio per questa unione mistica intensa, totale, quasi corporale con la sofferenza del Cristo: anche nei suoi scritti la fede non è mai tiepida devozione ma esperienza estrema, fatta di visioni, prove, abbandoni. In scena queste due traiettorie non vengono trattate come semplici cenni biografici, ma diventano materia viva, parola nuova, non c’è oleografia né compiacimento agiografico, la regia scava nella dimensione più intima e insieme più lacerante della sua scelta. La santità appare come una ferita aperta, come un cammino che passa attraverso il dolore e l’amore assoluto. Le voci si intrecciano, si richiamano, sembrano rispondersi oltre i secoli, mostrando come la tensione verso il divino possa assumere forme diverse ma resti, in entrambe, esperienza totalizzante.

Da queste figure religiose, Massimo Sgorbani e Rajeev Badhan fanno “sorgere” un accostamento di una figura di donna e suora, destabilizzante, più intimamente percorsa del desiderio di un “Assoluto” che vive così intensamente in lei da procedere con sfasamenti della realtà vissuta dalla stessa, tanto da credere che il Divino le abbia donato una gravidanza e fieramente, anche dopo essere stata richiusa nella sua cella, strappatole il nascituro, ostenta la sua fede e quel “miracolo” come suo, unico e meraviglioso dono, anche se non riesce più a sentire, sorda a se stessa, la voce di D.o.

Le interpreti, Elena Strada e Isabella Nefar in video non offrono ritratti rassicuranti, il loro lavoro è essenziale, teso, capace di restituire la densità di una parola che nasce dal silenzio della forzata clausura nel primo racconto e dall’urgenza della “rivelazione” delle loro vite che devono esser ascoltate. Le proiezioni video curate da Badhan non illustrano le loro storie, ma ne amplificano il travaglio interiore, dettagli, frammenti, volti che si sdoppiano, creando uno spazio nuovo come nel secondo capitolo, quasi a suggerire che l’unione con la pace interiore mai la si raggiunge, è sempre un attraversamento di un’ombra che non scompare e questo concetto viene ripreso poi nei capitoli finali a tre voci; in sottofondo qui vi è la guerra nel Kossovo e l’attesa e nel terzo, la condanna della propria comunità mussulmana dell’infertilità di una donna che la porta a far suoi nell’anima tutti i bimbi che vede morire giorno dopo giorno, fino al suo estremo gesto di ribellione verso tutti e tutto quello che lo circonda, rifugiandosi anche lei in un gesto di autodistruzione, consapevole che nemmeno questo non le allevierà la sofferenza raggiungendo la morte.

Infatti il secondo frammento ci catapulta appunto nel Novecento, nella guerra del Kosovo: una donna racconta l’atrocità del conflitto, nessuna enfasi retorica, nessuna spettacolarizzazione della violenza, solo la memoria che affiora, spezzata, irregolare, qui la “Causa di Beatificazione” assume un tono quasi ironico e insieme tragico, chi stabilisce quale sofferenza sia degna di memoria? Quale martirio venga riconosciuto e quale resti sommerso tra le statistiche della storia?

Il passaggio dalle mistiche alla guerra non è uno strappo, ma un filo teso, in entrambi i casi il corpo femminile è luogo di attraversamento: dalla grazia o dalla distruzione, la dimensione politica non è un’aggiunta tematica, ma una prosecuzione del discorso spirituale con altri strumenti. Anche la guerra produce martiri, anche la guerra genera narrazioni di sacrificio, ma per cosa?

Il terzo frammento è forse il più destabilizzante, una donna araba e musulmana vive la sterilità come una condanna sociale irrevocabile, la sua identità è ridotta a una mancanza e la vergogna diventa isolamento, l’isolamento disperazione. La scelta di farsi saltare in un attentato a Gerusalemme viene messa in scena senza compiacimento né giudizio esplicito. Non c’è giustificazione, ma nemmeno semplificazione, è il gesto estremo di chi non trova altro modo per esistere agli occhi del proprio mondo.

In questo intreccio di epoche Badhan costruisce una riflessione sul martirio e sulla santità come categorie instabili, le tre donne non sono sovrapponibili, eppure si rispecchiano in un gioco amaro di isolata disperazione. La mistica che cercava l’unione con il divino attraversa la sofferenza per lei disumana di non essere compresa, la testimone di guerra attraversa un dolore impostole che cela sotto un candore e falsa sincerità verso se stessa e la donna sterile trasforma la propria esclusione in un atto distruttivo che pretende significato.

Alla “Sala Bartoli” del Teatro Il Rossetti lo spazio scenico diventa il territorio del pensiero personale, un “buco nero” dove le protagoniste costringono lo spettatore a ragionare, a confrontarsi con se stesso con una drammaturgia che colpisce e che non lascia indifferenti. La scelta di tre ottime attrici, due dal vivo, Elena Strada, Sofija Zobina e Isabella Nefar in video, fanno apparire le distanze tra i tre capitoli quasi inesistenti, come per nulla scollegati tra loro, anzi è proprio il dolore che si traduce nei tre capitoli nell’esaltazione disperata, che sia per l’ amore verso D.o, l’inutile attesa, ben celata a se stessa di un ritorno che è metafora anche su una pace che non si riesce a vivere, o farsi esplodere per essere accettata, danno completezza a queste figure di donne. Le luci scavano ombre profonde, i suoni irrompono o si ritirano lasciando vuoti carichi di tensione e l’uso delle nuove tecnologie non è decorativo, qui è struttura teatrale curatissima ed efficace.

“Causa di Beatificazione” non offre risposte, offre una domanda insistente sulla natura del sacrificio e sul bisogno umano di trasformare il dolore in senso. Ed è proprio in questa domanda che il teatro trova la sua necessità d’essere, lasciare allo spettatore il senso di dover pensare, ragionare a fine spettacolo.

In replica alla “Sala Bartoli” sabato 28 marzo alle ore 19.00

“CAUSA DI BEATIFICAZIONE”

Ideazione, Regia, Video, Luci e Musiche Rajeev Badhan

Drammaturgia Massimo Sgorbani

Con:

Elena Strada, Sofija Zobina e in video Isabella Nefar

Assistenti alla Regia Harbans Badhan eAlberto Baraghini

Produzione Esecutiva Rajeev Badhan

Segretaria di compagnia Elisa Marchese

Fotografa di scena Elisa Calabrese

Produzione SlowMachine 2025 con il sostegno del “Ministero della Cultura”