Con Federico Faggin in qualità di ospite centrale della serata, “Play the Future” ha trasformato il traguardo dei 30 anni in una riflessione su ciò che l’Intelligenza Artificiale può fare davvero — e su ciò che resta irriducibilmente umano 

Un anniversario importante trasformato in un’occasione di confronto sul futuro.  Stesi Srl, software factory con sede a San Fior (TV), ha celebrato i propri 30 anni con “Play the Future: etica e visione nell’era dell’AI”, il convegno ospitato alla Cantina Le Contesse di Vittorio Veneto, nel cuore delle colline del Prosecco Patrimonio UNESCO. Più che una celebrazione, l’evento è stato costruito come un dialogo tra impresa, ricerca e management su uno dei temi che oggi stanno entrando più a fondo nella vita delle aziende: l’impatto dell’Intelligenza Artificiale su processi, organizzazione, competenze e capacità decisionale .

Ad aprire la serata sono stati il presidente Stefano Cudicio  e l’amministratore delegato Enzo Cancian, che hanno ripercorso un cammino iniziato con 4 clienti e 5 persone, cresciuto nel tempo fino all’attuale dimensione di 40 persone, con una presenza che si estende in 8 Paesi e 2 continenti. Un’evoluzione costruita lungo tre decenni di sviluppo, nuovi prodotti e relazioni di lungo periodo, con un’idea di innovazione sempre legata a bisogni concreti delle imprese.

Il fulcro della serata è stato il dialogo con l’Ing. Federico Faggin  , che ha spostato il confronto oltre la dimensione tecnica dell’AI. Il suo intervento ha riportato al centro una domanda radicale: che cosa distingue davvero l’essere umano dalla macchina? Secondo Faggin, l’Intelligenza Artificiale può elaborare simboli, correlazioni e regole con una potenza straordinaria, ma non comprende il significato. Può eccellere nei problemi ben definiti, dove esistono regole e soluzioni calcolabili, ma mostra il suo limite quando entra in gioco ciò che è umano: coscienza, esperienza, giudizio, responsabilità. Da qui il richiamo a non usare l’AI come un oracolo e a non delegare automaticamente alla macchina ciò che richiede comprensione autentica.

Su un piano più operativo, il professor Giovanni Miragliotta  del Politecnico di Milano ha mostrato quanto il tema sia già concreto dentro le organizzazioni ricordando che il mercato AI sta crescendo a ritmi molto elevati e che l’adozione individuale corre spesso più veloce della capacità delle aziende di governarla: il 67% dei lavoratori utilizza strumenti AI non controllati dall’azienda, e  solo il 5% dei progetti AI integrati riesce oggi a estrarre valore rilevante  , segno che il problema non è soltanto avere la tecnologia, ma saperla inserire in processi, dati e modelli organizzativi adeguati. È stato sottolineato, inoltre, il rischio di un uso passivo della GenAI l’83% di chi aveva svolto un task con supporto AI non era poi in grado di citare accuratamente il proprio lavoro, contro l’11% di chi lo aveva svolto senza AI  .

Nel corso della tavola rotonda, che ha visto uno scambio tra Enrico Casiraghi  di Lega Serie A, Carlos Manuel Veloso dos Santos, amministratore delegato di Amorim Cork Italia, e Francesco Pistorello  , Sales Director di Toyota Material Handling Italia, l’AI è uscita dal terreno delle definizioni astratte per entrare in quello dei casi concreti: documenti amministrativi letti e precompilati automaticamente prima della verifica umana, processi aziendali da preparare con attenzione per evitare resistenze o deleghe inconsapevoli, magazzini che da reattivi diventano predittivi, simulazioni che oggi possono essere costruite in poche ore, strumenti che alleggeriscono le attività ripetitive ma obbligano le imprese a investire di più su formazione, responsabilità e ruoli nuovi. Nel corso del confronto è emersa così una linea condivisa: l’Intelligenza Artificiale non si governa soltanto con norme e adempimenti, ma con principi chiari, trasparenza, tracciabilità e soprattutto con persone messe in condizione di capire ciò che stanno usando. Casiraghi ha insistito proprio su questo aspetto, sottolineando che i l cambiamento non funziona se viene calato dall’alto e che l’adozione degli strumenti va accompagnata, spiegata e costruita insieme alle persone, perché la vera sfida non è solo tecnologica ma culturale .

Il tema delle persone è tornato con forza anche nell’intervento di Santos, che ha definito l’AI uno strumento, non il cuore del modello aziendale, e il valore nasce dal talento, dallo spirito critico e dalla qualità delle relazioni . Per questo ha raccontato un approccio alla selezione in cui l’osservazione umana resta decisiva: non basta leggere un profilo, bisogna capire attitudini, comportamento, compatibilità con l’ecosistema aziendale. In questa prospettiva ha portato anche alcuni numeri concreti della propria esperienza: decine di misure di conciliazione  attivate in azienda e una presenza femminile pari al 69%. Numeri che, nel suo ragionamento, non sono un dettaglio, ma il segno di una cultura organizzativa che lega innovazione, attrattività e retention dei talenti.

Sul versante della logistica, Pistorello ha mostrato quanto il cambiamento sia già visibile sul campo: mezzi autonomi capaci di adattare i percorsi, bracci robotici che riconoscono prodotti e materiali, sistemi che analizzano grandi quantità di dati per gestire meglio scorte, spazi e priorità. Ha descritto  un magazzino che, grazie all’AI, passa da un modello prevalentemente reattivo a uno più predittivo . Ma ha anche ricordato che il vero punto è il lavoro: meno attività ripetitive, più richiesta di competenze in software, automazione, cyber security e analisi dei dati. Emblematico, in questo senso, il paradosso raccontato durante il dibattito: aziende della logistica che hanno spazi, attrezzature e clienti potenziali, ma non riescono ad accettare nuovo lavoro per mancanza di persone. Anche per questo Toyota ha avviato una propria academy interna, puntando non solo sulla formazione iniziale ma soprattutto sulla riqualificazione .

Nel complesso, “Play the Future” ha restituito un’immagine dell’AI molto distante sia dall’entusiasmo automatico sia dall’allarmismo generico . Ne è uscita piuttosto una questione concreta e già attuale per le imprese: come usare la tecnologia per migliorare efficienza, qualità e capacità decisionale senza impoverire il lavoro, l’apprendimento e la responsabilità delle persone . È su questo terreno che Stesi ha scelto di collocare il proprio trentesimo anniversario: non come punto di arrivo, ma come momento per rilanciare una visione dell’innovazione capace di tenere insieme impresa, competenze e futuro .

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