Ovvero, come si combatte un muro che non si vede

Non esiste muro più difficile da superare di quello che non si vede.
“Il muro trasparente. Delirio di un tennista sentimentale” parla esattamente di questo: della difficoltà, per tutti,
di attraversare ciò che ci separa dagli altri e da noi stessi. In amore, nel corpo, nella parola. Anche quando quel muro ha la forma leggera e crudele di una rete da tennis.
In scena Paolo Valerio non interpreta un personaggio: si espone. È un uomo che palleggia, che parla, che confessa, che resiste. Un uomo che per quaranta minuti di fila tiene in aria una pallina da tennis senza farla mai cadere, mentre racconta di un amore travolgente extraconiugale, quello per Giulia, e una moglie che non sa. O forse sa. O forse fa finta. Come spesso accade quando il muro non è fuori, ma dentro.
Quel palleggio non è virtuosismo. È lotta. È ostinazione. È un corpo che cerca di non cedere mentre la parola scava. Ogni colpo è una frase, ogni esitazione un rischio di crollo. La pallina che non cade diventa il simbolo di un equilibrio precario: basta un attimo, e tutto finisce.
Valerio interpreta un tennista professionale, o almeno un insegnante di tennis: lo è nel gesto, nella concentrazione assoluta, nella disciplina fisica. Ma soprattutto è un tennista sentimentale, uno che combatte contro la propria rete, contro ciò che separa desiderio e responsabilità, verità e menzogna, amore e paura. “Il Muro trasparente”è anche, e forse soprattutto, uno spettacolo che parla della sfida di fare teatro oggi. Una sfida quotidiana che Paolo Valerio conosce bene, sia come artista che come direttore di un’istituzione culturale come “il Rossetti”. Il teatro, in questo lavoro, non è mai dato per scontato: è un luogo fragile, esposto, continuamente messo in discussione.
Lo spettacolo è multimediale e coinvolgente: prima il pubblico ascolta in cuffia, come se fosse dentro la testa del protagonista. Davanti agli spettatori c’è un telo trasparente, lo stesso muro invisibile contro cui Valerio palleggia, parla, sbatte. È lì, ma sembra non esserci. Proprio come certi limiti che ci paralizzano la vita.
E poi accade qualcosa di decisivo: il pubblico viene invitato a entrare. A palleggiare. A tentare. A misurarsi con quel muro, ricordando comunque il nostro grande tennis, con un frammento di immagine del nostro campione Sinner. Non come esercizio ludico, ma come gesto simbolico: combattere, distruggere, attraversare ciò che ci separa. Succede lì, alla Sala Bartoli, dentro il Teatro Rossetti. Non altrove. Qui e ora.
Il muro, allora, non è più solo metafora. È esperienza. È fatica. È imbarazzo. È esposizione. È capire che nessuno,davvero nessuno, attraversa indenne i propri confini interiori.
“Il Muro trasparente” è uno spettacolo che non spiega. Ti mette davanti alla rete e ti dice: adesso gioca. E se la pallina cade, cade. Come cadono gli amori, le bugie, le resistenze.
Valerio regge la scena come regge il palleggio: con ostinazione e fragilità insieme. Il corpo suda, la voce trema, la concentrazione vacilla. Ed è proprio lì che lo spettacolo colpisce: quando capisci che superare il muro non significa vincere, ma restare in gioco.
Questo non è uno spettacolo da guardare, è uno spettacolo da attraversare, Con il corpo, con l’amore e con la paura che, prima o poi, la pallina cada.
“IL MURO TRASPARENTE. DELIRIO DI UN TENNISTA SENTIMENTALE”
a cura di Monica Codena, Marco Ongaro e Paolo Valerio
con Paolo Valerio
scena Antonio Panzuto
progetto fonico Nicola Fasoli
fonica Borut Vidau
direttore di scena Paolo De Paolis
disegno luci Marco Spagnolli
luci Alessandro Macorigh
una coproduzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Teatro Stabile di Verona