IL CORPO COME SCRITTURA, POESIA ARMONIA QUASI RELIGIOSA IL RESPIRO MILLENARIO DELLA DANZA CINESE

Abbiamo visto diversi spettacoli sino-giapponesi, ma questo è stato bello. Perchè solamente bello? Per noi “bello” significa un’infinità di aggettivi, che si racchiudono che si fissano assieme, rimangono nel tempo, non è come dire “meraviglioso”, aggettivo caduco, o “unico”, unico in se ma non nel confronto di altri. Bello perché ha racchiuso cinque millenni di storia cinese in sole due ore di spettacolo, dove la musica e coreutica ci hanno trasportati nella fiaba di un racconto appunto bello che rimane indelebile, fiabesco e si ricorda per sempre. Anche la bellezza di un solo gesto di un movimento di una mano di un ballerino si avviluppava nella trama onirica, spirituale di un viaggio che ci ha portato fino ai giorni nostri, dove i costumi sono “solamente” belli” a completezza di una storia millenaria raccontata ballando, uno spettacolo che non si poteva perdere. Potremmo chiudere così la nostra recensione, ma faremmo uno sgarbo a chi ha disegnato le coreografie dei balletti, ai ballerini, ai costumisti e a chi è riuscito a cucire la storia della Cina in sole due ore, ai nostri lettori. Quindi iniziamo….
“Il Rossetti” ha dedicato una sera alla danza classica cinese e ciò significa entrare in uno spazio che non appartiene più del tutto al presente, ma che per noi, nel suo antichissimo passato di filosofia e poeti come Qū Yuán che col suo incredibile testo ha influenzato il Taoismo e il Confucianesimo. “Lamento dell’Esilio” rappresenta un mondo non solo che deve essere scoperto, ma letto, compreso per trarne una visione più completa della vita, come per la danza. Per la storia cinese stessa la danza è anche una narrazione ed un atto universale, non solo estetico che diventa una vicinanza verso il cielo, un modo di comunicare con i propri antenati, uno strumento per palesare agli altri l’ordine o il disordine terreno. Per questo danza, poesia, potere e religioni cinesi non si possono distaccare l’una dall’altro e tutto questo lo ha rappresentato lo spettacolo di oggi. Prima ancora che il sipario si sollevi, il silenzio della sala ha assunto un peso diverso, quasi rituale, come se il pubblico fosse invitato non solo ad assistere, ma a partecipare a un passaggio. L’arrivo della Beijing Academy Chinese Dance Company, massima espressione della più prestigiosa scuola di danza cinese fondata nel 1987, non è un evento ordinario: è un incontro con una tradizione che ha attraversato secoli e che continua a reinventarsi senza mai tradire la propria origine.
Lo spettacolo non comincia con un gesto, ma con un’atmosfera. Le luci iniziali, leggere e sospese, trasformano il palcoscenico del Rossetti in una superficie neutra, pronta a essere abitata. È come osservare un foglio di carta di riso prima che la calligrafia lo attraversi: tutto è possibile, tutto è ancora da scrivere.
Fin dai primi movimenti il corpo diviene come scrittura, la mente una danza che pensa e appare chiaro che i balletti proposti dalla compagnia non sono solo decorativi ma pensanti. Il corpo non esegue: articola. Ogni passo nasce da una logica interna, da un equilibrio che non è solo fisico ma filosofico. La danza classica cinese, così come viene interpretata da questi danzatori, non racconta storie nel senso occidentale del termine, ma costruisce significati attraverso una grammatica antica, fatta di sospensioni, rotazioni, aperture e improvvise quieti.

I danzatori sembrano muoversi secondo un respiro comune, come se un’unica energia attraversasse l’intero gruppo. Non esiste il virtuosismo fine a sé stesso: anche nei momenti più tecnicamente complessi, l’acrobazia è sempre subordinata all’espressione. Il salto non serve a stupire, ma a suggerire leggerezza, distacco, trasformazione.
In questa danza, l’eleganza non è mai rigida, e la precisione non diventa mai freddezza. Al contrario, ogni gesto conserva una morbidezza naturale, come se fosse nato da un movimento quotidiano lentamente raffinato nei secoli.
Uno degli aspetti più affascinanti dello spettacolo è il modo in cui gli oggetti scenici diventano parte viva del linguaggio coreografico. Ombrellini a ventaglio, spade, lunghe maniche, nastri sembrano il prolungamento armonioso di questo gruppo di eccezionali ballerini usati con una varietà di ritmi e aperture: il volteggio diventa voce, respiro, talvolta silenzio. L’ “aperto” lentamente, suggerisce l’attesa; il “chiuso” con decisione, indica una scelta, una conclusione o un racconto.
Ad esempio i nastri, maneggiati come spade, con una precisione che ricorda la disciplina delle arti marziali, non trasmettono aggressività, ma concentrazione sono il simbolo delle guardie degli imperatori cinesi, in particolare durante le ultime dinastie come quella Qing, che utilizzavano elementi distintivi di colore rosso nelle loro uniformi e armature per segnalare il loro status d’élite e la loro funzione di protezione imperiale,
I nastri, le lunghe maniche, i costumi stessi Sono strumenti di equilibrio, prolungamenti dell’asse corporeo, simboli di una forza che non ha bisogno di mostrarsi. Nei duetti e nei gruppi, il corpo riflette la luce come se disegnasse traiettorie invisibili nello spazio.
Le maniche lunghissime, elemento iconico della danza classica cinese, diventano onde, ali, fiumi. Quando si muovono, lo spazio si dilata. Il corpo non finisce più nella pelle, ma continua nel tessuto, e il gesto si prolunga oltre l’articolazione. I nastri stessi, invece, tracciano linee continue, accompagnando salti e rotazioni, creando una calligrafia in movimento che sembra scritta direttamente nell’aria del palcoscenico del Teatro Stabile del FVG, “Il Rossetti”.
La musica, non accompagna la danza: la sostiene, la struttura, la anticipa e diventa la sua architettura invisibile. Gli strumenti tradizionali dialogano con sonorità più contemporanee in un equilibrio sorprendente, mai forzato. Il suono dello erhu, chiamato violino cinese, sembra nascere dal respiro stesso dei danzatori, mentre le percussioni scandiscono il tempo interno del movimento, non quello esterno della battuta.
In alcuni momenti, la musica si ritrae fino a diventare quasi un’eco lontana, lasciando che il silenzio diventi parte della coreografia. In altri, cresce improvvisamente, come un vento che spinge i corpi a espandersi nello spazio. È un rapporto organico, mai meccanico, che rende lo spettacolo un’esperienza unica e totale.
Molte delle coreografie si nutrono di storie che appartengono alla grande tradizione narrativa cinese, ma non vengono mai spiegate. Sono racconti antichi senza parole, sono la memoria di un popolo e delle sue varie etnie, la sua memoria, mito, letteratura vengono affidati al gesto, alla postura, allo sguardo. Si riconoscono echi di eroi leggendari, di figure femminili sospese tra fedeltà e sacrificio, di viaggi simbolici che attraversano il tempo e la natura.
La danza diventa così un modo per trasmettere la letteratura senza narrarla, per farla vivere attraverso il corpo invece che attraverso la pagina. È un sapere incarnato, che non ha bisogno di essere compreso razionalmente per essere sentito.
Le luci modellano il palcoscenico con delicatezza estrema. Non costruiscono scenari realistici, ma atmosfere, paesaggi mentali. A volte il palco sembra un giardino imperiale immerso nella nebbia, altre volte una montagna lontana, altre ancora un luogo astratto, fuori dal tempo. Il colore non è mai casuale: ogni variazione accompagna un cambiamento emotivo, un passaggio narrativo, una trasformazione del ritmo.
Lo spazio scenico del Rossetti viene così completamente ripensato: non è più un contenitore, ma un paesaggio mentale che cambia con la danza. Anche quando la scena è vuota, non lo è mai davvero: resta abitata dall’energia dei movimenti appena compiuti.
La direzione artistica è un equilibrio tra studio e visione, affidata a Hu Huaibei e Zhang Thema, emerge con discrezione ma con estrema chiarezza vi è un chiaro equilibrio tra studio e visione del progetto. Non impone uno stile, ma lo rende coerente. Si percepisce un lavoro profondo di ricerca, di selezione tra rigore accademico e libertà espressiva. È una guida che non schiaccia la danza, ma la lascia respirare, offrendo una cornice solida dentro cui i danzatori possono muoversi con sicurezza e poesia.
Vedere questo spettacolo al “Teatro Stabile del FVG Il Rossetti” non è solo aver assistito a un evento artistico, ma partecipare a un incontro tra mondi lontani come il nostro teatro ci ha abituati. La danza cinese, così intensamente radicata nella propria tradizione, non si chiude mai in sé stessa. Al contrario, dialoga con lo sguardo a noi, lo invita a rallentare, a osservare, a lasciarsi attraversare da una temporalità diversa.
Un meraviglioso viaggio di colori musiche e balli di altri “mondi”, che ancora convivono e si rinnovano in paesi che i realtà non conosciamo affatto.
Il pubblico questa sera è riuscito a trattenere per almeno dieci minuti i danzatori sul palco ritmando gli applausi forse perchè voleva ancora sognare un mondo poco conosciuto e bello.
Rimaniamo sempre stupiti della varietà degli spettacoli offerti dal Teatro “Il Rossetti” che si conferma anche stasera uno dei teatri con un cartellone così complesso e vario, donandoci qualcosa di BELLO