L’idea dell’intervista nasce dopo aver assistito ad “Algo Ritmo” alla “Sala Bartoli” del Teatro Stabile “Il Rossetti” nasce lì, a caldo, quando lo spettacolo è finito ma il pubblico non se n’è ancora andato. Dieci minuti di applausi veri, quasi ostinati. Applausi che non chiedono il bis, ma trattengono gli artisti, li tengono sul palco, li costringono a restare. È da quel momento, da quel successo così netto e condiviso, che è venuta la voglia di fermarsi e parlare con Raffaello Tullo e Martina Salvatore non solo dello spettacolo, ma soprattutto di loro.

Raffaello Tullo è uno di quegli artisti che non attraversano la scena: la abitano. Sceneggiatore, produttore, fondatore della “Smilemaker Production”, ha costruito nel tempo un linguaggio personale in cui la comicità non è mai evasione, ma un modo lucidissimo per leggere il presente. Il ritmo, la musica, il corpo, diventano strumenti di pensiero prima ancora che di intrattenimento.

Martina Salvatore, al suo fianco, è una performer completa, rigorosa e insieme sorprendentemente libera. Attrice, cantante, presenza scenica di grande precisione, riesce a essere profondamente comica senza mai rinunciare alla grazia. La sua voce, riconoscibile, mai ostentata, è uno degli elementi che più restano impressi, perché sembra nascere sempre da un ascolto profondo della scena e dell’altro interprete.

“Algo Ritmo” fa ridere in modo quasi incontenibile, ma sotto la risata si percepisce chiaramente qualcosa di più serio, quasi sotterraneo. Quanto vi interessava, fin dall’inizio, nascondere temi profondi quali la troppa tecnologia che estirpa nell’uomo la sua voglia di comunicare e di interagire con gli altri in modo reale dietro una comicità che sembra voler solo divertire?

“Mi hanno insegnato che la profondità non va mai nascosta, ma nemmeno ostentata. Come ogni cosa, viene fuori naturalmente, se un po’ ti appartiene. È così anche per l’ironia. Ogni cosa deve avere la sua misura, nella vita come a teatro. La tecnologia è un tema che mi appassiona. Già nei miei precedenti spettacoli avevo più volte utilizzato il tema della tecnologia come pretesto per smascherare i vizi dell’uomo moderno. La tecnologia è sempre una grande ispirazione. Perché il modo in cui la utilizziamo racconta molto di cosa siamo diventati. E poi la tecnologia, essendo sempre in evoluzione, fornisce continuamente nuovi stimoli creativi. Diciamo che nella mia testa c’era l’idea di creare una serie di spettacoli che declinavano il tema della tecnologia in modi sempre diversi. Come degli episodi teatrali di “Black Mirror” ma in chiave fortemente comica. Sto provando a realizzare questo piccolo cofanetto teatrale. Vediamo come andrà.”

Il pubblico ride molto, ma ride perché riconosce dinamiche che vive ogni giorno, spesso senza rendersene conto. Scrivendo e costruendo questo lavoro, pensavate più allo spettatore seduto in sala o a quel sistema invisibile che, fuori dal teatro, governa le nostre abitudini, i desideri, perfino il tempo?

“Pensavamo all’idea che già in sè era surreale e divertente e che apriva scenari drammaturgici interessanti. Un’umanoide che interagisce con un umano era già un’idea buffa che offriva mille possibilità alla creatività. E poi io e mia moglie abbiamo potuto metterci un sacco di giochi nostri che colorano la nostra quotidianità. Insomma, per quanto futuribile e fantasioso, questo racconto è anche molto autentico e autobiografico e dice un sacco di cose che sono intimamente nostre. Ma dice anche quanto la musica abbia contribuito ad arricchirci come individui e come coppia. È bellissimo poterci raccontare con questa autenticità. Vogliamo un sacco di bene a questo spettacolo anche per questo.

“Algo Ritmo” non racconta una storia tradizionale, non segue una progressione narrativa classica, ma costruisce un vero e proprio meccanismo scenico della risata e dalla trama nascosta al di sotto. È stata una scelta istintiva, nata dal vostro modo di lavorare, oppure una necessità per parlare del presente addolcendolo con le risate?

Ho sempre costruito spettacoli comici, ironici, divertenti. Un tempo portavo in scena solo degli show che erano considerati una specie di “macchina da risata”. Da qualche anno sto cercando di costruire un mio stile, più maturo e profondo, più teatrale, con una drammaturgia più solida, ma puntellata da situazioni comiche e battute che scandiscono il ritmo, senza rinunciare alla circolarità del racconto. Un lavoro molto più appassionante e complesso che, per questo spettacolo, è stato possibile anche grazie all’aiuto di Andrea Delfino, un autore giovane e talentuoso, che mi ha aiutato nella scrittura.”

Raffaello, guardando indietro al tuo percorso, quali sono i lavori che ti hanno dato più soddisfazione non per i risultati ottenuti, ma perché ti hanno fatto sentire, anche solo per un momento, esattamente nel posto giusto?

“I miei lavori sono sempre stati caratterizzati dalla volontà di aggiungere valore a quanto già acquisito in precedenza. Sono sempre andati più o meno bene, ma non ho mai smesso di ricercare, di spiazzarmi, di distruggere certezze, per non cadere nella pericolosa trappola del “basta che funzioni”. Prima lavoravo con una comic band, la “Rimbamband”. Poi mi sono messo alla prova con uno spettacolo da solista, tutto fisico, una visual comedy in cui non parlo mai.
Poi uno show in cui dirigo maldestramente un’orchestra.
E adesso uno spettacolo con mia moglie. Ogni spettacolo è stato un viaggio laborioso e appassionante che mi ha dato progressivamente tutti gli strumenti che oggi utilizzo per raccontare delle storie divertenti, a teatro. E come ogni viaggio, non è importante la meta, ma il viaggio stesso
. E questo mi ha fatto sempre sentire nel posto giusto. Sono molto felice e soddisfatto di quanto fatto fin qui. Ma so anche di avere ancora tanto da fare e da imparare. Ho già l’idea per il prossimo spettacolo e non vedo l’ora di rimettermi al lavoro.”

Martina, lavorare accanto a un autore, interprete e marito come Raffaello, cosa ti ha insegnato, non solo artisticamente, ma anche nel modo di stare in scena e di stare dentro un processo creativo?

“Raffaello è un artista instancabile, che cerca costantemente di trovare la formula migliore di ciò che porta in scena, anche quando le cose già “funzionano”. I suoi spettacoli sono in continua evoluzione, non si accontenta mai. C’è sempre qualcosa da migliorare, da aggiornare, da integrare, per raccontare le sue storie al pubblico in modo più efficace. Prova un amore smisurato per quello che fa ed è inevitabile farsi contagiare. E per quanta tensione e attenzione possa avere fino ad un minuto prima di essere in scena, quando si apre il sipario tutto svanisce e sembra non esserci posto al mondo in cui lui si senta più a suo agio. Il palco è il suo posto ed è in grado di creare fin da subito una connessione con il pubblico con una naturalezza sbalorditiva. Questo non può che dare sicurezza e serenità a chi va in scena con lui. Tanto più se consideriamo che per me questa è la prima esperienza da attrice. Farlo accanto a lui, è un grande onore e privilegio. Siamo entrambi molto precisi e rigorosi nella fase di studio, ma l’unica vera regola quando andiamo in scena è divertirsi. E noi ci divertiamo come due bambini.”

Cara Martina, in scena giocate a volte sull’errore, sullo scarto, sull’imprevisto che diventa parte viva dello spettacolo. Quanto è importante, per entrambi, non proteggersi troppo e restare esposti davanti al pubblico?

“Io mi sento molto protetta dalla sua esperienza. E per il mio debutto è stato fondamentale. Questo ci permette di gestire l’imprevisto, l’errore, con naturalezza e, anzi, di coglierlo come l’occasione per creare qualcosa di ulteriormente divertente, senza nasconderlo.
L’errore non spaventa, ma ci dà addirittura la sensazione di avvicinarci ancora di più al pubblico, che empatizza con noi.”

Il vostro rapporto scenico è fatto di ritmo, di ascolto continuo, di silenzi, di sguardi che valgono quanto una battuta. Quanto contano questi elementi rispetto al testo e alla tecnica pura?

“Il testo è fondamentale. Un buon teatro non può prescindere da un buon testo. Ma il teatro è fatto anche da cose non dette, cose invisibili, quasi mistiche, che lo spettatore percepisce con la pancia, prima che con la testa. E credo che la nostra sintonia, l’amore, l’ammirazione e il rispetto che naturalmente ci regaliamo, siano il vero valore aggiunto che il pubblico ha imparato a riconoscere e ad apprezzare in noi. E ti assicuro che ci impegniamo moltissimo per tenere viva quella fiamma, perché per quanto possiamo essere anime affini – e lo siamo, vero Martina? – serve sempre tanto impegno per tenere viva una qualsiasi fiamma. E in questo noi siamo davvero bravi.

Martina, la tua voce colpisce per forza e delicatezza insieme, ma non è mai esibita. Come l’hai costruita nel tempo e come fai a mantenerla sempre al servizio della scena, senza farla diventare protagonista di se stessa?

“La mia voce è una recente scoperta per me. Come tutto il resto, è stato Raffaello a farmela notare, solo qualche anno fa, ed è infatti solo da un paio d’anni che prendo lezioni di canto e ho imparato a conoscerla e a gestirla, a metterla al servizio dei nostri spettacoli. Non mi ritengo una cantante. Sono una performer che usa diversi strumenti per raccontare. La voce è una di questi. E nello spettacolo “Algo Ritmo: Lui e l’AI” la performance è sempre al servizio del racconto, mai del proprio ego.
È uno dei linguaggi con cui portiamo avanti la storia che raccontiamo. Il regista, Marco Rampoldi, ha fatto un grande lavoro per evitare l’effetto “esibizione” e questo mi ha arricchito molto.
Succede con il brano “What Was I Made For”, in cui Martie si rende conto di non essere umana, sebbene stia iniziando a vivere sensazioni sempre più umane, e si interroga su quale sia la sua vera natura e sulla possibilità di essere felice. Anche “All That Jazz”, che è un pezzo molto virtuoso e impegnativo vocalmente, non l’ho mai vissuto come una esibizione di tecnica, ma
come un momento chiave dello spettacolo, anche un po’ inquietante, che dà un inatteso sapore agrodolce a tutto lo spettacolo. La vocalità utilizzata è molto diversa dai precedenti momenti musicali, proprio a sottolineare questo cambio di registro. Mi concentro sempre molto sull’emozione da trasmettere. Questo credo aiuti lo spettatore a sintonizzarsi di pancia e contestualmente ad empatizzare coi protagonisti.”

Raffaello, dopo tanta esperienza, quando oggi sali su un palco cosa cerchi davvero: la risata del pubblico, il rischio dell’errore o quel contatto umano che, a volte, arriva solo per pochi secondi ma resta addosso a lungo?

“Cerco banalmente di divertirmi e questo accade solo se mi sento in sintonia con ciò che faccio. L’errore in scena è sempre un’ottima occasione per inventare soluzioni estemporanee all’errore stesso. Un imprevisto in scena è sempre un’occasione ghiottissima. Di solito dobbiamo inventarci i conflitti per far ridere. Quando la scena te ne offre uno, è sempre un grande regalo, una grande opportunità. In questo momento mi sento molto centrato e con le idee molto chiare su cosa costruire per il mio futuro artistico. Voglio vivere di teatro e voglio continuare a farlo con mia moglie. Mi piace far ridere la gente, mi gratifica molto e credo di voler continuare a ricercare sempre nuove formule per riuscirci.

Guardandovi ora, dopo questo percorso condiviso, cosa vi sorprendete ancora a scoprire l’uno dell’altra ogni volta che entrate in scena insieme?

“Ad ogni replica mi ripeto sempre quanto sia stato fortunato ad incontrare Martina Salvatore nella mia vita. Una donna incredibile, determinata, piena di amore e bellezza e con un talento cristallino, reso ancora più prezioso dalla naturalezza con cui lo indossa. Amo mia moglie e condividere la scena con lei è il regalo più bello che la vita mi abbia fatto finora.”

E guardando al futuro, Raffaello, quale idea ti sta passando per la testa in questo momento, anche solo come desiderio, come intuizione ancora da far crescere?

“Come anticipato prima, ho l’idea per il prossimo show. Si tratta di una nuova sfida creativa tutta da scrivere e da realizzare. Ho un sacco di idee da sviluppare, ma ho già chiaro tutto il plot. L’unica cosa che posso anticipare è che siccome “squadra che vince non si cambia”, saremo in scena io e mia moglie. La regia sarà di Marco Rampoldi, la collaborazione alla regia sarà affidata a Paola Ornati e il coautore sarà Andrea Delfino. Quindi, tutta la squadra di “Algo Ritmo: Lui e l’AI” sarà integralmente riconfermata.
Spero solo che loro non facciano fuori me.”

La nostra sensazione è chiara: Raffaello Tullo e Martina Salvatore non costruiscono solo spettacoli, ma relazioni. Con il pubblico, prima di tutto, e poi tra loro. La loro forza sta in una precisione che non diventa mai freddezza, in una comicità che non rinuncia alla profondità, in un ascolto reciproco che si vede, si sente, si respira, sarà anche perché si sente quanto amore vi sa tra loro. Come “Algo Ritmo” è stato un successo travolgente, ma è soprattutto la conferma di un modo di fare teatro che non ha paura di far ridere mentre pensa, di sbagliare mentre cerca, di restare umano in un tempo che umano lo è sempre meno. E forse è per questo che, a fine spettacolo, nessuno aveva voglia di alzarsi dalla poltrona e restare con loro.