
Ci sono figure della cultura italiana che non appartengono solo alla memoria musicale o teatrale, ma continuano a interrogare il presente con sorprendente lucidità. Giorgio Gaber è una di queste: la sua voce, il suo pensiero, il suo modo di osservare il mondo con ironia affilata e malinconica intelligenza hanno lasciato un’impronta profonda nella storia del teatro-canzone. “Gaber – Mi fa Male il Mondo”, lo spettacolo scritto da Sandro Luporini con drammaturgia e regia di Giorgio Gallione e interpretato da Neri Marcorè, nasce proprio da questa esigenza: riportare alla luce non soltanto le canzoni di Gaber ma soprattutto il suo sguardo sul tempo, sugli uomini e sulle contraddizioni della società.
Non è un semplice omaggio, né una ricostruzione storica, l’idea di fondo è restituire la complessità di un artista che ha saputo unire musica, parola e riflessione civile in una forma teatrale unica. Il titolo stesso dello spettacolo proviene da una canzone degli anni Novanta, contenuta nell’album “E pensare che c’era il pensiero”, ma in scena diventa una dichiarazione più ampia: un sentimento che attraversa molte delle intuizioni di Gaber e del suo storico compagno di scrittura Sandro Luporini. In quel lungo sodalizio artistico, durato decenni, i due autori hanno osservato l’evoluzione della società italiana con uno sguardo insieme affettuoso e disincantato, spesso punteggiato da ironia e da un sarcasmo mai gratuito.
Nel percorso ideato da Giorgio Gallione la materia “Gaber” viene affrontata con rispetto ma anche con libertà teatrale dove non c’è l’intenzione di imitarlo – cosa peraltro impossibile – quanto piuttosto di entrare nel suo universo creativo. Gallione si avvicina a quella figura con la curiosità di chi riconosce in Gaber uno dei grandi narratori del nostro tempo, capace di trasformare il teatro in un luogo di pensiero oltre che di spettacolo. In questo progetto la presenza di Neri Marcorè si rivela fondamentale: l’attore non cerca mai di sovrapporsi alla memoria dell’artista milanese, ma la attraversa con sensibilità, restituendone l’ironia, il dubbio, la tensione morale.
Lo spettacolo costruisce un viaggio attraverso monologhi, canzoni e riflessioni che appartengono al vasto repertorio del noto e compianto cantautore e il pubblico incontra frammenti di un pensiero che ha sempre cercato di smascherare il conformismo e la superficialità del vivere collettivo. Gaber e Luporini, nel loro percorso creativo, hanno raccontato i mutamenti della società italiana osservandone le paure, le mode, le ipocrisie. Lo facevano con una leggerezza apparente che nascondeva invece una lucidità quasi filosofica: quel modo di guardare il mondo torna oggi con sorprendente attualità.
In scena la parola rimane al centro: i monologhi scorrono come piccole confessioni pubbliche, riflessioni che partono da episodi quotidiani per allargarsi a domande più profonde sull’identità individuale e collettiva. Marcorè li affronta con una misura che evita ogni enfasi, il suo Gaber non è mai caricatura, ma una presenza evocata attraverso il ritmo del pensiero, il sorriso ironico, la pausa improvvisa che lascia emergere una verità scomoda.
A sostenere questo percorso c’è il lavoro musicale di Paolo Silvestri, autore degli arrangiamenti e direttore musicale dello spettacolo: il suo contributo è determinante nel rinnovare l’ascolto delle canzoni senza tradirne lo spirito originario, chi non si ricorda canzoni come “Mi Fa Male il Mondo”, “Il Sosia”, “L’Uomo che Sto Seguendo”, “La Nave”, “L’Odore”, “Non è Più il Momento”, “La Festa”, “La Peste”, “Si Può”, “I Mostri che Abbiamo Dentro” , “Io Se Fossi Dio” e “C’è solo la strada”. Le melodie restano riconoscibili, ma la veste sonora viene rielaborata con eleganza, creando un ponte tra la memoria e l’oggi. Le orchestrazioni costruiscono atmosfere diverse: a volte intime, quasi confidenziali, altre più dinamiche, alcune molto forti nell’espressività strumentale, capaci di restituire l’energia musicale e teatrale del repertorio di Gaber, grazie alla presenza di quattro ottimi giovani pianisti: Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Francesco Negri e la triestina Eleonora Lana.
In questo dialogo tra parola e musica emerge la dimensione più autentica del teatro-canzone, quella forma inventata da Gaber e Luporini per unire racconto, riflessione e melodia. Non era semplice intrattenimento, ma un modo per interrogare la realtà attraverso la scena. I due autori si muovevano tra ironia e filosofia, tra osservazione sociale e introspezione. Spesso le loro intuizioni nascevano anche dall’incontro con il pensiero di grandi scrittori e intellettuali: figure come Pasolini, Calvino, Brecht o Beckett hanno lasciato tracce sotterranee nel loro immaginario.
Il risultato è un linguaggio teatrale capace di parlare a epoche diverse. Lo spettacolo ricostruisce questo percorso come un mosaico di momenti significativi, dove le canzoni dialogano con i monologhi e con le riflessioni più amare. L’ironia rimane una chiave fondamentale. Gaber non accusava mai con rabbia, preferiva il sorriso tagliente che smonta le certezze. Quella leggerezza intelligente è uno degli aspetti più difficili da restituire, ma Marcorè riesce spesso a coglierne l’essenza.
Nel corso della serata emergono temi che attraversano l’intera produzione e pensiero di Gaber, la solitudine dell’individuo nella società di massa, la difficoltà di restare liberi nel pensiero, la tentazione del conformismo. Non mancano momenti di autentica comicità, perché Gaber sapeva ridere dei difetti collettivi con una lucidità quasi terapeutica. Ma subito dopo il sorriso lascia spazio a una domanda più inquieta, come se la risata fosse solo un passaggio verso qualcosa di più profondo.
Quando lo spettacolo arriva alla “Sala delle Assicurazioni Generali” del “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Il Rossetti”, si comprende chiaramente quanto il pubblico triestino abbia un legame particolare con il teatro di parola. In questo contesto la figura di Gaber trova un terreno fertile, le sue riflessioni sulla società e sull’individuo risuonano con una forza che va oltre la semplice nostalgia, non per nulla il Comune di Trieste, grazie all’interessamento della Regione FVG e dello stesso “Il Rossetti” ha voluto dedicare lo spazio antistante al nostro Teatro, ” divenuto “Largo Giorgio Gaber” per una amore tra il cantautore e la città iniziato già nel 1970 col suo debutto triestino e che lo ha visto più di 30 volte, fino quasi alla sua morte, esibirsi, amare ed essere amato da questa città.
“Il Rossetti” diventa così un fil rouge tra epoche diverse, le parole nate negli anni Settanta, Ottanta o Novanta si rivelano sorprendentemente vicine al presente, parole che gli spettatori hanno spesso applaudito spontaneamente interrompendo la continuità dello spettacolo, perchè non è soltanto l’emozione di riascoltare canzoni amate, ma la consapevolezza che quel pensiero continua a parlare ed infatti uno degli aspetti più interessanti del progetto è proprio questo dialogo tra passato e presente. Gallione non costruisce uno spettacolo celebrativo nel senso tradizionale, piuttosto invita a ripercorrere il cammino artistico di Gaber e Luporini per comprenderne le radici e da quelle radici nascono intuizioni che ancora oggi risultano condivisibili, perché parlano dell’uomo prima ancora che della cronaca.
Quando la rappresentazione raggiunge i momenti finali, la sensazione è quella di aver gustato una parte della storia culturale italiana, il teatro-canzone di Gaber ha rappresentato un modo nuovo di stare sulla scena: non più cantante né attore in senso tradizionale, ma una figura capace di unire racconto e musica in una forma personale.
La collaborazione tra Sandro Luporini e Giorgio Gaber ha attraversato quarant’anni di storia italiana: in quel lungo cammino creativo i due hanno cercato di tradurre in teatro e musica i cambiamenti della società, osservando le trasformazioni culturali e politiche del paese; lo facevano con una curiosità intellettuale che non smetteva mai di interrogarsi.
“Gaber – Mi fa Male il Mondo” riprende quella ricerca e la riporta davanti al pubblico di oggi, non come semplice memoria, ma come invito a continuare a pensare in un’epoca in cui il rumore mediatico spesso soffoca la riflessione, la voce di Gaber torna a ricordare che il teatro può essere anche uno spazio di consapevolezza.
Ed è forse questo il senso più profondo dello spettacolo: restituire la vitalità di un artista che ha saputo raccontare le fragilità e le contraddizioni dell’uomo contemporaneo. Neri Marcorè, accompagnato dalla visione registica di Giorgio Gallione e dalla sensibilità musicale di Paolo Silvestri, riesce a trasformare quel patrimonio in un’esperienza teatrale viva.
Una pièce che non è costruita per celebrare un mito, ma per ascoltare di nuovo una voce che continua a porre domande, e forse proprio da quelle domande nasce la sensazione, alla fine dello spettacolo, di aver ritrovato qualcosa di necessario: il coraggio di pensare.
Lo spettacolo alla “Sala delle Assicurazioni Generali” de “Il Rossetti” va in replica venerdì 10 Aprile alle ore 20.30, sabato 11 Aprile alle ore 19.30 e domenica 12 Aprile alle ore 16.00-
“Gaber – Mi fa Male il Mondo”
Con Neri Marcorè
Da Giorgio Gaber e Sandro Luporini
Drammaturgia e regia Giorgio Gallione
Arrangiamenti e direzione musicale Paolo Silvestri
Lighting designer Marco Filibeck
Scene e Costumi Guido Fiorato
Pianisti Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana, Francesco Negri
Produzione Teatro Stabile di Bolzano, Fondazione Teatro della Toscana
In collaborazione con la “Fondazione Giorgio Gaber” e “Centro Servizi Culturali Santa Chiara”