
“A Night for James Joyce” dei “ The Shamrocks” si inserisce con naturalezza nel cartellone “Musical, Concerti & Crossover” come un oggetto scenico difficilmente classificabile, sospeso tra concerto, racconto e celebrazione culturale. Non è soltanto una sequenza di brani irlandesi ben eseguiti, ma un percorso che sembra voler restituire, con misura e senza eccessi, un immaginario condiviso fatto di letteratura, musica popolare e identità. Nella “Sala delle Assicurazioni Generali”, lo spettacolo prende forma senza bisogno di dichiarazioni programmatiche: è piuttosto un fluire di atmosfere che si costruiscono lentamente, grazie a una sapiente combinazione di voci, presenza scenica e scelte musicali.
I cinque interpreti, i tenori Raymond Walsh, Jimmy Johnston, Matthew Campbell, Jack Walsh e Nathan Johnston sono artisti con percorsi diversi tra teatro musicale, concerti classici e musica tradizionale, che si sono riuniti proprio per questo progetto che punta molto sull’armonia a cinque voci e sulla varietà del repertorio. Come riporta la brochure de “Il Rossetti” “The Shamrocks” hanno affrontato il loro primo tour internazionale nel 2024 iniziando con un concerto alla “Grand Opera House” di Belfast: è stato subito sold out e da lì i trionfi si sono ripetuti fino ad arrivare al “West End” di Londra, alla vittoria dell’”Emmy Award”, a concerti in luoghi iconici come la “Sydney Opera House” o addirittura ad esibirsi dal vivo per la festa di Saint Patrick’s Day davanti a 10 milioni di persone durante il programma “The Today Show” della “NBC” a Times Square, quindi un’altra perla musicale ha raggiunto la nostra città grazie alla capacità esplorativa e intelligenza culturale dello Staff dirigenziale de “Il Rossetti”.
Ognuno di loro apporta allo spettacolo un significativo contributo per la sua ottima riuscita, che non è mai però, in competizione con gli altri. Questi ottimi artisti irlandesi lavorano su un equilibrio delicato, la loro forza non sta nel singolo virtuosismo, che pure affiora in diversi momenti, ma nella capacità di costruire un suono collettivo compatto, riconoscibile. Le armonie a cinque voci, curate con attenzione quasi artigianale, danno corpo a una complesso sonoro che rimane sempre affidabile, mai ridondante, ed è proprio in questa apparente semplicità che si avverte il lavoro più profondo, ogni passaggio è calibrato per non sovraccaricare, per lasciare spazio al respiro del brano.
Le canzoni scelte appartengono a un repertorio che molti spettatori riconoscono fin dalle prime note, eppure la loro esecuzione evita accuratamente la trappola della nostalgia facile. “Danny Boy”, ad esempio, emerge con una sobrietà che ne ridimensiona l’enfasi abituale, restituendone il carattere più intimo, “Whiskey in the Jar” e “Wild Rover” si aprono invece a un’energia più espansiva, ma senza mai trasformarsi in caricature di festa. C’è sempre una linea di controllo, una distanza consapevole che impedisce allo spettacolo di scivolare nell’intrattenimento superficiale.
Le scenografie sono essenziali, quasi trattenute, la scena non racconta, ma accompagna, lasciando che sia la musica a costruire il paesaggio emotivo.
Le luci giocano un ruolo fondamentale in questa costruzione, i cambi luminosi non cercano mai l’effetto spettacolare fine a sé stesso, ma seguono con precisione l’andamento dei brani. Toni caldi avvolgono le ballate più intime, mentre una luminosità più aperta sostiene i momenti corali. È un lavoro che si percepisce soprattutto per la sua discrezione: nulla appare forzato, tutto sembra nascere da una necessità interna al ritmo dello spettacolo.
Nel corso della serata si sviluppa una sorta di viaggio musicale che attraversa diversi registri emotivi. Si passa con naturalezza da momenti più raccolti, quasi meditativi, a passaggi in cui l’energia cresce e si diffonde nella sala come nel “Irish Medley” o nel finale con “Holy Ground” e “Irish Rover”. Questa alternanza è uno degli elementi più riusciti dello spettacolo, evita la monotonia e mantiene viva l’attenzione senza ricorrere a espedienti facili.
Una delle caratteristiche più interessanti è il modo in cui il repertorio viene trattato come patrimonio condiviso, le canzoni non vengono presentate come pezzi da museo ma come materia viva, capace di essere rielaborata senza perdere la propria identità. In questo senso il lavoro dei “ The Shamrocks” “A Night for James Joyce” si colloca in una linea di continuità con una tradizione che non smette di trasformarsi. Ricordiamo che sono stati accompagnati da poli strumentisti di valore che hanno suonati anche il tipico “Bodhrán” , il folkoristico tamburo a cornice, la cornamusa irlanedese: “Uilleann Pipes” e il “Tin Whistle”, il loro flauto metallico.
All’interno della programmazione del Teatro “Il Rossetti” ciò rappresenta un esempio significativo di uno spettacolo fuori dalle righe, non c’è una fusione forzata di generi, ma un dialogo naturale tra elementi diversi: musica irlandese colta e popolare, racconto e performance, memoria e presente.
Il riferimento a James Joyce, evocato nel titolo, non si traduce in una narrazione esplicita o in citazioni letterarie dirette, è piuttosto un’ombra discreta, un filo sottile che attraversa lo spettacolo che con il brano “Finnegans Wake” si accorda al suo ricordo collettivo e Trieste, con la sua storia legata allo scrittore, diventa un punto di risonanza implicito, e dichiarato, sempre presente. Questo legame contribuisce a dare allo spettacolo una profondità ulteriore.
Gli interpreti mostrano una padronanza scenica che deriva chiaramente da esperienze consolidate. Alcuni di loro provengono da produzioni importanti, altri da percorsi musicali più legati alla tradizione, ma ciò che colpisce è la capacità di mettere queste esperienze al servizio di un progetto comune. Non c’è mai la sensazione di assistere a una somma di individualità: tutto converge verso un risultato unitario.
Nel corso della serata, emerge anche una certa capacità di modulare il rapporto con il pubblico. Senza ricorrere a interazioni dirette o a coinvolgimenti espliciti, gli artisti riescono comunque a creare una connessione, è un rapporto che si costruisce attraverso la musica stessa, attraverso la sua capacità di evocare immagini e ricordi.
Alcuni brani, come “Parting Glass”, assumono un valore particolare proprio per questa capacità di toccare corde profonde senza bisogno di enfatizzazioni, la loro esecuzione si mantiene sempre su un registro controllato, evitando qualsiasi eccesso sentimentale. È una scelta che richiede coraggio, perché rinuncia a effetti immediati per costruire un impatto più duraturo.
L’impressione complessiva è quella di chi sa dosare con intelligenza i propri elementi, nulla è lasciato al caso, ma allo stesso tempo nulla appare rigido o predefinito. C’è una qualità organica nel modo in cui le diverse componenti, musica, luci, presenza scenica, si intrecciano tra loro.
Anche la durata dello spettacolo contribuisce a questa sensazione di equilibrio. Non ci sono momenti di stanchezza o di ripetizione: ogni passaggio sembra avere una funzione precisa all’interno di un disegno più ampio, è un aspetto che si percepisce soprattutto nella seconda parte, quando il ritmo si fa più serrato senza perdere chiarezza.
THE SHAMROCKS
A Night for James Joyce
con Jimmy Johnston, Matthew Campbell, Raymond Walsh, Jack Walsh, Nathan Johnston