di Jacopo Tommasini

“Non c’è altra scelta, non c’è altra scelta!” Questa è la frase ripetuta dal protagonista, tamburellandosi spasmodicamente il dito sulla fronte, in una sorta di rituale che l’azienda per cui lavora gli ha insegnato per gestire le situazioni di stress. Il nuovo film di Park-Chan-Wook, presentato all’82° festival di Venezia, punta proprio a sviscerare i temi dell’alienazione, che simili mantra contribuiscono ad alimentare.

All’interno di un mercato spietato, dove la lotta per la competizione è l’unica legge vigente, i lavoratori scalpitano, consapevoli del fatto che un licenziamento porrebbe fine non solo alla carriera, ma al proprio senso di identità personale. Cosa c’è di più importante della mansione che si svolge, in un mondo dove l’uomo si riconosce – e viene riconosciuto – come tale proprio in virtù del suo essere lavoratore? E cosa importa se questo compromesso appiattisce la volontà stessa, arrivando così a sacrificare tutta la propria essenza?

Questa malsana logica attanaglia You-Man-Su (interpretato da Lee Byung-Hun) quando viene improvvisamente licenziato dalla cartiera di cui era il caporeparto, dopo venticinque anni di servizio. A questo punto, la vita agiata che fino ad allora era riuscito a
garantire alla moglie Miri (Son Yejin) e ai figli non sarà più praticabile, i vizi non più esaudibili e i compromessi a cui sottostare molti. Dopo un anno passato a lavorare in un piccolo negozio, la situazione non cambia, anzi peggiora; ciò lo spinge a presentarsi nella
sede della Moon Paper, un’altra azienda che produce carta, per pregare il caporeparto di assumerlo, ma viene cacciato in malo modo. A questo punto, la conclusione che You-Man-Su trae dalle spietate esperienze che ha esperito in prima persona è chiara: bisogna
eliminare la concorrenza, nel senso letterale del termine. Solo adempiere pienamente alla propria natura di homo homini lupus, spuntandola nell’atroce lotta contro il prossimo, gli consentirà di riappropriarsi della propria identità, del proprio essere.

Il regista coreano confeziona con grande mano una drammatica parabola sociale, in cui emergono gli aspetti più turpi e critici della noncurante logica capitalista, che piega e costringe le persone a vendersi in un mercato sempre più competitivo. La coscienza del
protagonista viene obnubilata dalla teoria della concorrenza, trascinandolo in una lotta perpetua contro altri esseri umani che concorrono per le stesse e identiche motivazioni.

Elogio doveroso alla regia, sempre ispirata e libera di dare vita a sequenze memorabili che rimarranno nello sguardo della spettatore; Park-Chan-Wook si avvale di tutta la propria abilità nel ricercare soluzioni stilistiche sofisticate e virtuosistiche, riuscendo tuttavia a porre la complessità formale della messa in scena al servizio del contenuto. In conclusione, con No Other Choice Park Chan-Wook firma un’opera spietata e lucidissima, che interroga la natura dell’uomo contemporaneo, messo alle corde da un sistema che lo priva di alternative e lo spinge a divorare i suoi simili pur di sopravvivere. Il film non offre redenzione, ma pone allo spettatore una domanda inquietante: se davvero non c’è altra scelta, allora quanto ci resta di umano?