“LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA”; “ CAT ON A HOT TIN ROOF “VIENE PRESENTATO PER GENTILE CONCESSIONE DE LA UNIVERSITY OF THE SOUTH, SEWANEE, TENNESSEE.

La “Gatta sul Tetto che Scotta” di Leonardo Lidi è un’esperienza teatrale senza compromessi, un incontro con il nucleo crudo e pulsante di Tennessee Williams, drammaturgo americano nato nel 1911 a Columbus, Mississippi, e considerato tra le voci più incisive del Novecento.
Figlio di un Sud profondamente contraddittorio, Williams trasforma le tensioni familiari, sociali e sessuali in un teatro di conflitti emotivi e morali, dove il desiderio, la repressione e la solitudine si intrecciano con la fragilità umana.

Con oltre settanta opere tra pièce e sceneggiature, tra cui “Un tram che si chiama Desiderio” e “La Gatta sul Tetto che Scotta”, oscillando tra lirismo e brutalità, sogno e tragedia, evoca un Sud americano in cui le tensioni psicologiche diventano visibili sul palcoscenico come un organismo pulsante di emozioni represse.
Leonardo Lidi prende il testo di Williams e lo scompone radicalmente, eliminando ogni orpello, ogni residuo di naturalismo o familiarità consolatoria: niente verande accoglienti, letti a baldacchino, ritratti di famiglia o oggetti domestici che possano distrarre lo spettatore o offrire rifugio emotivo.
Al loro posto, uno spazio bianco, totale, quasi clinico che ospita i personaggi come figure sospese, vulnerabili ed al contempo ostinate nella loro esistenza,In più, fa trasmigrare le coscienze, le pulsioni, irrequietudini e la paura della verità degli interpreti che si nasconde in loro, attraverso uno specchio posto al cospetto dei singoli attori quale “verità” da cui nascondersi o definitivamente, illusoriamente cercare di fuggire o arrendersi a ciò che rappresentano e sono; quello di un’ anima complessiva ed individuale, dove ogni protagonista interpreta un suo ruolo celandosi a fatica in una realtà che non vuole accettare.

Dobbiamo, per essere onesti dirvi che la performance di Valentina Picello “Maggie” è stata superbamente eccelsa, ci auguriamo di poter magari scambiare due parole con lei, per ringraziarli e come pure con Nicola Pannelli, il ”Padre Padrone” anche dei sentimenti della famiglia:capofamiglia autoritario e ormai minato dalla malattia, forse l’unico personaggio in grado di comprende, nella sua errata vita, alla fine della pièce. “Big Daddy Pollitt” non si arrende nemmeno alla sua fine domina la sua famiglia con durezza e controllo m è l’unico personaggio che ammette l’inudibilità delle cose e scegliendo lui cosa stabilire alla sua morte. È il perno attorno a cui ruotano silenzi, mezze verità e inganni, gli specchi presentati dalla superba regia di Leonardo Lidi, il regista, e soprattutto quelli legati alla propria condizione fisica e alla spartizione dei beni.
Il suo confronto con il figlio Brick e con la determinata Maggie diventa così un vero scontro di volontà, dove il potere familiare è continuamente messo in discussione.
Senza togliere nulla all’intero cast di elevata bravura, ci hanno emozionato per intensità e interpretazione da brividi.
La scenografia di Nicolas Bovey trasforma la scena in un unico ambiente rettangolare e minimale che scandisce la collisione inevitabile tra i corpi e i desideri dei personaggi. Ogni movimento, ogni entrata e uscita è calcolata come ingranaggio di un meccanismo teatrale complesso; ogni silenzio pesa, ogni parola rimbalza nello spazio e ogni gesto diventa amplificato, quasi chirurgico.

La regia si dispone attraverso momenti chiave che cadenzano il conflitto e la tensione familiare: l’apertura con Margaret (Valentina Picello) che attraversa lo spazio bianco definisce subito la sua lotta per sopravvivere emotivamente e rivendicare la propria identità; il confronto con Brick (Fausto Cabra), rigido e dolorante, mette in scena la frattura tra desiderio e repressione, tra amore taciuto e colpa, accentuata dai controluce accecanti e dalle ombre nette che tracciano lo spazio tra i due.
L’ingresso di Big Daddy (Nicola Pannelli), illuminato da tagli luminosi che ne amplificano la presenza dominante, segna l’inizio del conflitto aperto e della tensione morale; Big Mama (Orietta Notari), con luci più calde e morbide, rivela la fragilità nascosta dietro l’illusione delle apparenze.
Gooper e Mae (Giordano Agrusta e Giuliana Vigogna) incarnano avidità e manipolazione, con geometrie di luce dure che sottolineano i loro movimenti meccanici, strumenti della metastasi familiare. La bambina (Greta Petronillo), piccola e simbolica, appare come testimone inquietante della perpetuazione del male, della brutalità psicologica e dell’ipocrisia trasmessa di generazione in generazione, mentre il reverendo (Nicolò Tomassini) funge da osservatore impotente e distaccato, punto di equilibrio neutrale in un contesto di violenza emotiva costante.

Lidi, attraversando questo dramma teatrale monumentale di Williams, riesce ricostruire la trama portandola allo spettatore come una trama odierna che ruota attorno a Maggie, detta “la Gatta”, e al marito Brick, alle prese con l’omosessualità inesplicata di quest’ultimo, la pressione familiare per l’eredità, la competizione tra fratelli e i ruoli sociali imposti dalla maternità e dalla mascolinità.
Il lavoro degli attori è magistrale nel tradurre queste tensioni in fisicità e voce: Valentina Picello costruisce Maggie come creatura nervosa e combattiva, la “gatta” che lotta per esistere, con una presenza intensa e gesti calibrati che alternano desiderio, ironia e vulnerabilità; Fausto Cabra modella Brick come un fantasma sospeso tra dolore, alcol e negazione, con movimenti contenuti che traducono l’impossibilità di affrontare la verità o il sentimento per Skipper.
Orietta Notari e Nicola Pannelli restituiscono due figure genitoriali dominate da potere e crudeltà lucida, mentre Giordano Agrusta e Giuliana Vigogna incarnano la freddezza e la manipolazione dei figli più avidi, strumenti della disfunzione familiare. Riccardo Micheletti dà forma all’assenza di Skipper come fantasma emotivo, mentre la bambina e il reverendo completano il quadro, tessendo una rete di corpi e presenze che amplifica la tensione, la claustrofobia e la violenza latente tra i personaggi.
Le luci, affidate a Nicolas Bovey, diventano elemento narrativo e psicologico: tagli verticali accecanti, controluce che fa emergere ogni piega emotiva, ombre nette e riflessi mobili sullo specchio deformano lo spazio e sottolineano oppressione e alienazione.
Solo in rare sequenze più morbide emergono sfumature di fragilità o intimità. Il suono di Claudio Tortorici integra questo disegno: passi amplificati, sospiri, silenzi pesanti scandiscono il ritmo, accentuano la tensione e diventano strumenti drammatici autonomi, creando un contrappunto alla violenza psicologica. I costumi di Aurora Diamanti rimangono sobri, essenziali, funzionali: linee nette, colori neutri, assenza di ornamenti, con abiti che evidenziano la spersonalizzazione dei personaggi e il loro isolamento emotivo.
Lidi non concede mediazioni né abbellimenti: la maternità diventa dovere sociale, la mascolinità una performance distruttiva, l’eredità una guerra privata, l’omosessualità un peccato da espiare; ogni parola, gesto e silenzio misura colpa, rifiuto o accusa.
La famiglia Pollitt si mostra come organismo patologico, le relazioni come dinamiche di potere e menzogna: il conflitto tra Maggie e Brick nella parte finale è il punto più alto di questa esposizione chirurgica, dove luci accecanti, specchi in movimento e spazi asettici trasformano il palcoscenico in un laboratorio di emozioni crude, e lo spettatore diventa testimone costretto della violenza emotiva e della brutalità delle relazioni.
Questa lettura de “La Gatta sul Tetto che Scotta” è testimonianza della capacità di Lidi di affrontare i classici con lucidità, contemporaneità e coerenza estetica. Lo spazio bianco, il suono amplificato, i costumi essenziali e il cast straordinariamente calibrato creano un’esperienza teatrale intensa, claustrofobica, in cui ogni elemento concorre a rendere visibile la solitudine, il desiderio frustrato e la violenza psicologica dei rapporti familiari.
Non c’è consolazione, non ci sono vie di fuga: il teatro di Lidi è una sfida allo spettatore, un invito a confrontarsi con verità scomode, un’esperienza emotiva e intellettuale destinata a imprimersi nella memoria.
In replica Alla “Sala delle Assicurazioni Generali “ de “Il Rossetti Venerdì 9 Gennaio alle ore 20,30, Sabato 10 Gennaio alle ore 19,30, Domenica 11 Gennaio alle ore 16,00
“LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA”
Di Tennessee Williams
Traduzione Monica Capuani
Regia Leonardo Lidi
con: Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo, Nicolò Tomassini
Scene e Luci Nicolas Bovey
Costumi Aurora Damanti
Suono Claudio Tortorici
Assistente alla Regia Alba Maria Porto
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
DISTRIBUZIONE PERSONAGGI – INTERPRETI
Margaret, Valentina Picello
Brick, Fausto Cabra
Mamma – madre di Brick e Gooper, Orietta Notari
Papà – padre di Brick e Gooper, Nicola Pannelli
Mae – moglie di Gooper, Giuliana Vigogna
Gooper – fratello di Brick, Giordano Agrusta
Skipper, Riccardo Micheletti
Bambina, Greta Petronillo
Reverendo, Nicolò Tomassini
DUE PAROLE CON IL PRESIDENTE FRANCESCO GRANBASSI
A una grande serata di TEATRO con Tennessee Williams ed una compagnia d’eccezione non potevano mancare due cordiali parole da scambiare col sempre presente e accogliente Presidente Francesco Granbassi de “Il Politeama Rossetti”, prima di questa grande prima, gioco di parole che ci ha fatto sorridere entrambi.
Come a scuola alla prima campanella, il vulcanico Presidente del teatro “Il Rossetti” ci ha dedicato volentieri alcuni minuti del suo tempo per due parole, come sempre gentilissimo verso di noi.
“Grandi Eventi”, grandi spettacoli dei generi più disparati ed incantevoli, da “40 Fingers” a “From The Rehearsal Room Trieste – Il Ritorno” e oggi un grande superbo TEATRO, vero carissimo Francesco?
“Devo dire che il pubblico ha risposto molto bene a questa nostra gamba tesa nel mondo teatrale del grande drammaturgo statunitense Tennessee Williams: “La Gatta sul Tetto che Scotta” scritta nel 1955 che è l’opera di Williams, forse più conosciuta ed attuale di quello che può apparire”.
“Il Rossetti” non si smentisce mai nelle sue scelte per il suo pubblico: Una grand soirée teatrale con una compagnia altrettanto importante e splendida.”
Certo che non si può non essere un po’ orgogliosi di questo spettacolo…
“Sì, sono sia curioso che contento di questa serata, immagino che il dramma dello scrittore statunitense sarà portato a continuare a vivere agli occhi anche dei più giovani, come “materia scottante” e ancora viva.”
Carissimo Francesco ancora grazie è suonata la terza campanella e ci apprestiamo a goderci una serata di grande teatro.
