
Portare Italo Svevo in teatro significa affrontare una delle scritture più sottili, complesse e moderne del Novecento europeo. Svevo non racconta semplicemente delle storie: mette in scena coscienze, fratture interiori, giustificazioni, alibi, auto illusioni. Nei suoi personaggi l’azione è sempre preceduta, accompagnata e spesso annullata dal pensiero, e proprio questa centralità della mente rende la sua prosa tanto difficile da tradurre in linguaggio scenico quanto profondamente teatrale.
La rigenerazione, nella messa in scena di Valerio Santoro, non si limita ad adattare un testo, ma assume la forma di una vera e propria interpretazione critica, capace di trasformare la materia letteraria in esperienza visiva, corporea e sonora, mantenendo intatta la complessità della riflessione sveviana sull’uomo moderno.

La scelta di Trieste come luogo simbolico e reale di questa operazione non è soltanto coerente, ma necessaria. Trieste è la città dove Svevo ha imparato a osservare l’instabilità dell’identità, la frattura tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, la convivenza di lingue, culture, appartenenze che non si ricompongono mai in una sintesi pacifica. Nella Trieste di fine anni Venti evocata sulla scena si avverte il respiro di una modernità incompiuta, un tempo sospeso tra passato imperiale e futuro incerto, tra memoria e trasformazione. È una città che pensa, che trattiene, che osserva, e che sembra condividere con Giovanni Chierici, interpretato splendidamente da Nello Mascia, la stessa incapacità di darsi una forma definitiva.
Giovanni Chierici è uno dei personaggi più maturi e più amari creati da Svevo. È un uomo che sente di aver perso il proprio centro, che guarda al proprio corpo come a un segnale di declino e al proprio passato come a una serie di occasioni mancate. Il suo desiderio di “rigenerarsi” non è soltanto fisico, ma morale ed esistenziale: egli vorrebbe tornare a essere altro da sé senza però rinunciare a ciò che è, vorrebbe ricominciare senza realmente cambiare. In questo paradosso si annida il nucleo della sua tragedia, che non è mai urlata, ma lentamente consumata dal tempo e dall’abitudine. Santoro coglie con grande finezza questa dimensione e costruisce intorno al protagonista uno spazio che non è soltanto abitazione o ufficio, ma vera e propria estensione della sua mente, un luogo dove ogni oggetto, ogni luce, ogni ombra partecipa al suo stato d’animo.Il lavoro filologico del regista emerge come un elemento decisivo della messa in scena. Santoro non utilizza Svevo come semplice pretesto narrativo, ma lo interroga come pensatore, come analista della coscienza moderna, come autore che ha fatto dell’inettitudine e dell’autoinganno strumenti per comprendere l’uomo del Novecento e, per riflesso, quello di oggi. Questa consapevolezza produce una regia sobria, misurata, capace di dare valore al silenzio, all’attesa, alla sospensione. Le pause non sono mai vuoti, ma veri spazi di senso, in cui lo spettatore può percepire il peso del tempo che passa e il logoramento lento delle illusioni del protagonista, accompagnato da una superba Emma Ricca, la figlia Roberta Caronia e da un ruolo che può apparire men rilevante ma non lo è, da una bravissima Anna, la moglie interpretata da Matilde Piana.
Da notare da tener in considerazione il ruolo grottesco che si inserisce nella “risata” del pubblico di Massimo De Matteo che con una splendida interpretazione del goffo Enrico Biggioni.Il tempo, infatti, è il vero antagonista di Rigenerazione. Non appare mai in forma spettacolare, ma agisce come una forza invisibile che corrode le promesse, svuota i progetti, rende sempre più fragili le giustificazioni. Chierici tenta in ogni modo di rimandare il confronto con la propria finitezza, ma ogni rinvio diventa una nuova catena che lo lega a ciò che non è stato. La regia rende questa dimensione attraverso una partitura precisa di gesti minimi, ritorni sugli stessi luoghi, posture che cambiano impercettibilmente, facendo sentire allo spettatore che qualcosa si sta consumando anche quando apparentemente nulla accade.
In questo contesto, la prova attoriale diventa decisiva. Il protagonista non “recita” il disagio, ma lo incarna in ogni movimento, in ogni esitazione, in ogni sguardo che sembra cercare una conferma esterna alla propria esistenza. Il suo corpo diventa il campo di battaglia dove si scontrano il desiderio di ringiovanire e la stanchezza del vivere, la volontà di affermarsi e la paura di esporsi. Intorno a lui, gli altri personaggi non sono semplici comparse, ma figure che riflettono, amplificano o contraddicono le sue illusioni, contribuendo a creare una tessitura corale che rende visibile la sua solitudine.
Alcune scene raggiungono una qualità di alta fattura, soprattutto quelle in cui il desiderio di rigenerazione assume una dimensione quasi onirica. Qui la scena si trasforma in uno spazio mentale, dove i corpi disegnano geometrie instabili, la luce modella i volti come se fossero maschere interiori e il suono accompagna la tensione tra slancio e rinuncia. Non si tratta di effetti, ma di traduzioni visive di un conflitto psicologico che resta fedele allo spirito sveviano, pur parlando un linguaggio pienamente teatrale e contemporaneo.Il nucleo drammatico di Rigenerazione risiede proprio nelle contraddizioni delle ambizioni di Chierici. Egli vuole essere nuovo, ma resta prigioniero di ciò che è stato. Vuole essere libero, ma costruisce da solo le proprie catene. Vuole cambiare vita, ma teme ogni vera trasformazione. Ogni progetto di rinascita si rivela così una nuova forma di immobilità, ogni speranza diventa un alibi, ogni promessa un rinvio. In questa spirale si consuma la sua vicenda, che non ha bisogno di grandi colpi di scena perché la sua tragedia è tutta interna, tutta giocata nella distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Alla fine dello spettacolo, lo spettatore ha la sensazione di aver attraversato non soltanto una storia, ma un territorio della coscienza. La Trieste evocata sulla scena resta impressa come un paesaggio mentale, fatto di luci smorzate, di silenzi densi, di movimenti misurati, di ombre che sembrano trattenere il tempo. La rigenerazione di Valerio Santoro diventa così non soltanto un omaggio a Svevo, ma una meditazione sul nostro presente, su una società che promette continuamente nuove partenze e che allo stesso tempo teme profondamente ogni vero cambiamento. È un teatro che non offre consolazioni, ma strumenti di consapevolezza, e che proprio per questo riesce a parlare con forza e delicatezza a chi, magari per la prima volta, entra nell’universo inquieto e lucidissimo di Italo Svevo.
In replica da Giovedì 14 e Venerdì 16 alle ore 20.30, Sabato 17 alle ore 19.30 e Domenica 18 alle ore 16.00

LA RIGENERAZIONE
di Italo Svevo
regia Valerio Santoro
personaggi e interpreti
Nello Mascia – Giovanni Chierici
Emma Ricca – la figlia Roberta Caronia
Anna, la moglie Matilde Piana
Rita, cameriera Alice Fazzi
Fortunato, chauffeur Nicolò Prestigiacomo
Enrico Biggioni Massimo De Matteo
Guido Calacci, nipote di Giovanni Mauro Parrinello
Dottor Raulli Roberto Burgio
Signor Boncini Roberto Mantovani
scene Luigi Ferrigno
costumi Dora Argento
musiche Paolo Coletta
suono Hubert Westkemper
luci Cesare Accetta
assistenti alla regia Nicasio Catanese, Enrico Spelta
direttrice di scena Valentina Enea
coordinamento dei servizi tecnici Giuseppe Baiamonte capo reparto fonica Pippo Alterno
elettricista Gabriele Circo
macchinisti Francesco La Manna, Giuseppe Macaluso
attrezzista Chiarastella Santalucia
capo sarta Erina Agnello
amministratore di compagnia Andrea Sofia
scene e attrezzeria realizzate da Alovisi Attrezzeria (Napoli)
costumi realizzati dalla Sartoria del Teatro Biondo Palermo
produzione Teatro Biondo di Palermo / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia