IAN ANDERSON E I SUOI JETHRO TULL CONQUISTANO TRIESTE CON UNA CARRELLATA DI CLASSICI INFRAMEZZATI DAI BRANI DELL’ULTIMO ALBUM “CURIOUS RUMINANT”. CURIOSITÀ COME DESTINO: UN COINVOLGENTE VIAGGIO DI OLTRE UN’ORA E MEZZA NEL SUONO DELLA BAND BRITANNICA

Ci sono serate in cui la storia non pesa, ma vibra. Ed è quello che accade quando sul palco si materializza la presenza più viva che mai di chi ha attraversato epoche, mode e rivoluzioni sonore senza mai perdere la propria identità visionaria: Ian Anderson, il leader indiscusso dei Jethro Tull.

Quella andata in scena ieri a Trieste non è stata soltanto una tournée celebrativa: è un atto di ricerca continua, un’indagine sul tempo e sulla memoria guidata da un musicista che ha trasformato il flauto in un’arma poetica e in un vessillo rock.

Ian Anderson, il “flauto d’oro”, non ha mai accettato etichette: se per anni è stato descritto come il giullare del rock, preferiamo pensarlo come un alchimista irriverente, un artista capace di mescolare ironia e rigore, teatro e disciplina, tradizione popolare e ambizione colta.

La sua figura, sottile e nervosa, resta quella di sempre: un menestrello moderno che avanza su una gamba sola come un trampoliere metafisico, mentre il fiato scolpisce arabeschi nell’aria. Non per nulla, Anderson ha ricevuto l’Ivor Novello Award per il contributo eccezionale alla musica britannica e, con la sua band, ha collezionato un Grammy Award per “Crest of a Knave” e decine di dischi d’oro e di platino per album seminali come “Aqualung”, “Thick as a Brick” e “Songs from the Wood”.

La serata al Teatro “Il Rossetti”, grazie a VignaPR che portato ancora una volta a Trieste Anderson e i Jethro Tull nell’unica tappa nel Triveneto del tour, ha confermato quanto la loro musica sia ancora unica. Non parliamo di nostalgia, ma di continuità: Anderson non rievoca, reinventa. Il nuovo album, di cui regala alcuni estratti, inserendoli sapientemente in un “greatest hits” dal vivo, si colloca tra un passato incredibilmente ricco di novità e invenzioni armoniche e un presente fresco e brillante. E la scaletta di “The Curiosity Tour” ne è la prova: costruita come un viaggio stratificato, coniuga brani tratti dal nuovo disco che si intrecciano, senza soluzione di continuità, a classici che hanno segnato e scandiscono ancora l’immaginario collettivo come capitoli di un unico, grande romanzo sonoro.

Per comprendere davvero ciò che è accaduto ieri sera sul palco bisogna tornare indietro nel tempo, a quando il giovane Anderson muoveva i primi passi nella scena blues britannica. La sua prima formazione stabile prese corpo a metà anni Sessanta, in un’Inghilterra che ribolliva di chitarre elettriche e armoniche sature. Fu in quel contesto che nacque l’idea di una formazione destinata a cambiare pelle più volte, fino a trovare il nome ispirato a un agronomo inglese del Settecento: Jethro Tull, figura storica dedita all’innovazione agricola, che prestò involontariamente il proprio nome a un gruppo che avrebbe coltivato un terreno musicale altrettanto fertile.

Il significato di “Jethro”, dall’ebraico, rimanda all’abbondanza. E abbondanza è parola chiave per definire la loro musica: un intreccio generoso di rock, folk, blues, suggestioni classiche e improvvise aperture progressive. Non una semplice fusione, ma una coabitazione di linguaggi. Anderson comprese presto che il flauto, strumento fino ad allora relegato a contesti orchestrali o folk, poteva diventare protagonista in un universo elettrico. La svolta arrivò con una rilettura incredibile su Bach in “Bourée”, trasformato in un episodio jazz-rock dal groove insinuante. Quella traccia non era un esercizio di stile: era una dichiarazione poetica, quasi il manifesto musicale di Anderson.

Da lì in avanti la sua carriera si è snodata tra album epocali. “Aqualung” ha rappresentato una frattura netta, un affresco critico e spirituale che ancora oggi suona attualissimo. Poi arrivò l’ambizione smisurata di “Thick as a Brick”, un’unica suite che ironizzava sul concetto stesso di concept album, dimostrando come il gruppo sapesse prendersi gioco delle convenzioni mentre le superava.

Nel tempo sono arrivati altri lavori, fino alle pubblicazioni più recenti, che testimoniano una vitalità creativa sorprendente.

Il “Curiosity Tour” attinge anche a quest’ultima fase, in cui Anderson esplora la mitologia nordica con piglio narrativo e arrangiamenti che alternano durezza e lirismo. Dal vivo, questi pezzi acquistano una dimensione ancora più teatrale: le luci, calibrate con intelligenza, disegnano atmosfere cangianti, ora fredde e siderali, ora calde come un falò pagano. Non c’è mai un abuso di effetti, ma un uso funzionale alla narrazione musicale.

La scaletta della serata triestina si è aperta con un brano senza età: “Some Day the Sun Won’t Shine for You”, seguito da “A Song for Jeffrey” e “Beggar’s Farm”, una tripletta tratta dal primo album del 1967, quasi a ribadire che la storia del gruppo non è relegata in un museo. E poi, irriverente, fragoroso e attesissimo da un pubblico che non smette per un attimo di apprezzare e applaudire, ecco riecheggiare le inconfondibili note di “Thick as a Brick”, il primo vero concept album del gruppo: un segmento particolarmente suggestivo, in parte riarrangiato e proposto in una versione ridotta, ma intensa. Dove emerge la natura quasi teatrale della scrittura di Anderson: cambi di tempo, passaggi acustici, improvvise accelerazioni. L’entusiasmo è alle stelle, nella consapevolezza di trovarsi di fronte a un capolavoro che ha segnato un’epoca. Degna conclusione di una prima parte di spettacolo che promette altre emozioni in forma di pentagramma.

La seconda parte del concerto si avvicina ai giorni nostri, ma solo anagraficamente parlando, partendo da lontano con “My God” del 1970, per poi conquistare la platea con “The Zealot Gene”, dall’omonimo album del 2022, seguita da “The Donkey and the Drum” datata 2007 e ritornare al nuovo album con una squisita “Over Jerusalem”, che sembra legarsi naturalmente al brano successivo, la splendida “Budapest” uscita nel 1987.

Si arriva così al fulcro dei “ricordi” con “Aquadiddley”, un medley strumentale basato su “Aqualung” per poi, finalmente, ascoltare, per la gioia di tutti, un’esecuzione superba e stratosferica di “Locomotive Breath”, proposta per concludere la performance alla maniera di Anderson, che ha chiuso il cerchio con la sua progressione inarrestabile, costruita su un crescendo che dal pianoforte ha condotto all’esplosione collettiva della band, che ha dimostrato compattezza e vigore, senza indulgere in virtuosismi gratuiti, guadagnandosi una meritata standing ovation finale, e agli assoli di flauto.

“Aqualung”, attesa e temuta, è arrivata nel finale del concerto e Anderson l’ha cantata con una voce meno graffiante rispetto agli anni Settanta, ma più consapevole, quasi narrativa, che non cerca più la rabbia giovanile, bensì la profondità del racconto.

Dal nuovo album hanno strappato applausi calorosi “Curious Ruminant” e “Over Jerusalem”, confermando quanto scritto da “Loudersound”, uno dei portali musicali più influenti al mondo, specializzato in rock, metal e progressive: “L’eredità musicale che lasceranno i Jethro Tull pochi altri gruppi nella storia potranno eguagliarla”.

E per il bis, finalmente possono scatenarsi i telefonini, per immortalare i momenti più epici di una serata da incorniciare.

Tra quelli più intensi va citata sicuramente una versione cesellata di “Bourée”, in cui il dialogo tra flauto e tastiere ha assunto contorni quasi cameristici per cui “Il Rossetti” si è dimostrato una cassa armonica perfetta, capace di restituire ogni sfumatura e ogni respiro. Le luci si sono fatte più intime, avvolgendo i musicisti in un elegante chiaroscuro e il finale con “Locomotive Breath” ha ricordato con forza, se mai ce ne fosse stato bisogno, chi sono i Jethro Tull.

Accanto ad Anderson, voce, flauto e chitarra acustica, una formazione affiatata e quadratissima composta da Jack Clark, capace di alternare potenza e raffinatezza senza scimmiottare il passato, alla chitarra; al basso David Goodier, che sostiene l’architettura ritmica con precisione chirurgica; alle tastiere John O’Hara, che aggiunge colori e contrappunti passando con naturalezza dall’organo alle orchestrazioni sintetiche; alla batteria Scott Hammond, musicista di grande esperienza, che garantisce dinamica e controllo rispettando le complessità metriche che da sempre caratterizzano il repertorio.

Della formazione originaria non restano presenze stabili sul palco, ma da quel lontano 1967, quando i Jethtro Tull pubblicarono il primo album “This Was” con Anderson, Glenn Cornick, Clive Bunker e Mick Abrahams, lo spirito dei primi anni aleggia ancora nelle strutture dei brani e nell’atteggiamento anticonvenzionale che Anderson non ha mai abbandonato, nemmeno nel nuovo lavoro.

Nel corso della serata non sono mancati momenti di ironia. Anderson introduce i brani con brevi racconti, battute sottili, ricordi filtrati da un umorismo britannico che smorza ogni possibile retorica; è in questi frangenti che si raccoglie la “cifra del giullare riletto”: non un buffone, ma un narratore sagace che usa l’ironia come strumento critico.

Le luci, curate con misura, hanno accompagnato ogni brano con coerenza cromatica: toni ambrati per le ballate, blu profondi per le atmosfere più introspettive, rossi controllati nei momenti di maggiore tensione. La postura di Anderson, meno scattante rispetto al passato, ma ancora sorprendentemente agile, racconta una dedizione fisica totale.

Al “Rossetti” si è percepito chiaramente come questa musica abbia attraversato generazioni: in platea volti maturi accanto a giovani curiosi. Segno che l’abbondanza evocata dal nome non è soltanto un’etimologia, ma una realtà concreta. Il repertorio dei Jethro Tull continua a parlare linguaggi diversi a seconda di chi ascolta.

Riflettendo sull’intera carriera di Anderson, colpisce la coerenza nella metamorfosi: dai club blues degli esordi alla complessità progressive, dalle sperimentazioni folk alle incursioni orchestrali, fino ai lavori più recenti. Il filo conduttore resta la curiosità: non a caso il titolo della tournée insiste su questo concetto, come motore creativo e antidoto all’inerzia.

Nato in Scozia, cresciuto artisticamente nell’Inghilterra del boom rock, Ian Anderson fonda i Jethro Tull alla fine degli anni Sessanta, dopo esperienze in formazioni blues; trasforma il flauto in strumento cardine del rock; firma album che diventano pietre miliari del progressive; sperimenta strutture complesse e testi visionari. Attraversa cambi di formazione, crisi del mercato discografico e mutamenti di gusto senza mai smettere di scrivere e incidere. Alterna progetti solisti all’attività con la band, esplora temi letterari, storici e mitologici. Oggi, superati i settant’anni, continua a portare in tour nuova musica e classici con una dedizione che ha pochi eguali nel panorama internazionale.

Ciò che rende speciali “The Curiosity Tour” e il nuovo album “Curious Ruminant” non sono soltanto la qualità dell’esecuzione, ma l’atteggiamento. Anderson non si limita a riproporre un repertorio consolidato: lo rimodella, lo adatta alla propria voce attuale, ne sottolinea aspetti talvolta trascurati. È un lavoro di cesello, quasi artigianale.

Abbiamo assistito non a una celebrazione del passato, ma a un atto di continuità creativa: i Jethro Tull, sotto la guida instancabile di Anderson, dimostrano che il rock può invecchiare senza perdere dignità ma, anzi, guadagnando profondità e vigore. E il flauto, ancora una volta, si è fatto voce narrante di un viaggio che dura da oltre mezzo secolo.

Forse è proprio questa la lezione più preziosa della serata: la curiosità non è un vezzo, ma una disciplina, è ciò che permette a un artista di restare vivo, di non trasformarsi in una statua ingessata nel tempo remoto. Anderson continua a interrogarsi, a cercare nuove combinazioni, a rileggere il proprio repertorio con sguardo critico. In questo senso, il concerto al Politeama non è stato un punto d’arrivo, ma una tappa di un percorso ancora aperto, che gli “innamorati” della sua musica come chi scrive continueranno a seguire. Grazie, Mister Anderson.