Uno studio internazionale pubblicato sul Journal of Glaciology rivela l’origine recente di un deposito di ghiaccio sotterraneo nel massiccio del Canin grazie a una nuova tecnica di datazione.

Un deposito di ghiaccio nascosto all’interno di una grotta delle Alpi Giulie si è formato alla fine della Piccola Età Glaciale, tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. È quanto emerge da un nuovo studio internazionale pubblicato sul Journal of Glaciology (Cambridge University Press), che per la prima volta ha applicato una tecnica innovativa basata sull’isotopo radioattivo argon-39 per datare il ghiaccio presente in una cavità carsica alpina.
Lo studio, guidato da Renato R. Colucci, Primo Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e docente di glaciologia presso l’Università degli Studi di Trieste, riguarda un deposito di ghiaccio presente nella grotta di ghiaccio del Monte Leupa, situata nel massiccio del Canin nelle Alpi Giulie.
L’articolo scientifico è disponibile liberamente al seguente link: 
https://doi.org/10.1017/jog.2026.10125

Una nuova tecnica per datare il ghiaccio delle grotte

Le grotte di alta quota possono conservare depositi di ghiaccio sotterraneo che rappresentano archivi naturali preziosi delle condizioni climatiche del passato. Tuttavia, per poter interpretare questi archivi è fondamentale disporre di una cronologia affidabile. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno applicato per la prima volta a un ghiaccio di grotta la tecnica di datazione con argon-39, basata sull’Argon Trap Trace Analysis, sviluppata presso l’Università di Heidelberg in Germania.
I risultati ottenuti sono stati confrontati con altri indicatori indipendenti quali l’analisi dei pollini intrappolati nel ghiaccio, la datazione U-Th (Uranio-Torio) di calcite criogenica presente nel deposito e la datazione radiocarbonica (¹⁴C) della frazione organica insolubile contenuta nel ghiaccio.
Questo approccio multiproxy ha permesso di ricostruire con buona precisione l’età del deposito.

Un ghiaccio sorprendentemente giovane

Le analisi indicano che il ghiaccio si è formato verosimilmente tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, cioè alla fine della Piccola Età Glaciale, una fase più fredda dell’Olocene che ha caratterizzato il clima europeo tra il 1260 e la metà dell’Ottocento.
Secondo i ricercatori, il risultato è legato all’evoluzione del permafrost nelle rocce del massiccio del Canin.
Durante la fase più fredda della Piccola Età Glaciale, la roccia del sistema carsico era probabilmente perennemente congelata, impedendo o limitando fortemente la circolazione dell’acqua all’interno delle fratture ed inibendo quindi lo stillicidio. Solo con l’inizio di un parziale scongelamento del permafrost la roccia ha iniziato a permettere la percolazione dell’acqua, che in un ambiente ancora freddo ha poi formato il deposito di ghiaccio nella grotta.

Un archivio climatico che sta scomparendo

Oggi questo ghiaccio sotterraneo sta rapidamente scomparendo a causa del riscaldamento climatico. La perdita di questi depositi non rappresenta solo un fenomeno locale: significa anche la scomparsa di archivi paleoambientali unici, capaci di conservare informazioni sulle condizioni climatiche del passato.
La fusione del ghiaccio sotterraneo potrebbe inoltre avere implicazioni per la circolazione dell’acqua nei sistemi carsici alpini, con possibili effetti sulla disponibilità futura delle risorse idriche sotterranee.

Le voci dei ricercatori

“L’area del Canin, riserva MAB Unesco del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, e le Alpi Giulie in genere, si confermano un prezioso laboratorio ambientale per lo studio degli effetti delle variazioni climatiche antiche e recenti sulla criosfera”, spiega Renato R. Colucci. “Guidare un gruppo di ricerca internazionale così autorevole è stato un onore ed un onere particolarmente significativo e remunerativo in termini scientifici.”
“Per la prima volta al mondo abbiamo potuto testare il nostro metodo innovativo di datazione con argon-39 su un deposito di ghiaccio sotterraneo”, aggiunge Werner Aeschbach, professore all’Institute of Environmental Physics, Heidelberg University (Germania). “I risultati ottenuti sono estremamente promettenti per lo studio di molti altri archivi di ghiaccio naturali”. “Testare questa metodologia di datazione innovativa con altri metodi consolidati è stata la vera forza di questo lavoro scientifico” conclude Marc Luetscher, direttore dell’Istituto svizzero di speleologia e studi carsici (SISKA).

Una collaborazione scientifica internazionale

La ricerca è stata realizzata nell’ambito del progetto C3 – Caves, Cryosphere and Climate, finanziato dalla Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano attraverso il proprio gruppo speleologico, la Commissione Grotte Eugenio Boegan, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dalla Austrian Science Fundation, dalla German Science Foundation e dalla Società Meteorologica Alpino-Adriatica.

Il progetto ha coinvolto numerosi istituti di ricerca internazionali, tra cui: Heidelberg University (Germania), Paul Scherrer Institute (Svizzera), University of Innsbruck (Austria), Swiss Institute for Speleology and Karst StudiesOeschger Centre for Climate Change ResearchUniversity of Bern, l’Istituto di Scienze Polari del CNRGeosphere Austria.

Riferimento scientifico

Colucci R.R., Bohleber P., Aeschbach W., Luetscher M., Schwikowski M., Moseley E.G., Wachs D., Jenk T., Eichler A., Securo A., Edwards L., Manzan S., Hoffmann D.L., Oberthaler M.K., Festi D. (2026) 39Ar dating of cave ice combined with pollen, cryogenic 1 calcite, and radiocarbon analyses reveals late Little Ice Age origin (Leupa Cave, SE Alps). Journal of Glaciology – Cambridge University Press: https://doi.org/10.1017/jog.2026.10125