“TRA PAROLE E MUSICA NEL PROGETTO CHE UNISCE I DUE GRANDI TEATRI: “IL VERDI” E “IL ROSSETTI”

Foto di Simone Di Luca

C’è un punto, in certe esperienze teatrali, in cui la percezione dello spettatore smette di distinguere nettamente tra ciò che appartiene alla parola e ciò che appartiene al suono, tra il gesto e la musica, tra la memoria e il presente. È esattamente lì che si colloca questo “Romeo e Giulietta” in prosa, concepito nella visione registica di Paolo Valerio, capace di tenere insieme non soltanto il testo di Shakespeare, ma anche l’eco ancora viva dell’opera di Gounod rappresentata ieri, sempre per la sua regia, in un dialogo continuo che non ha bisogno di dichiararsi per esistere.

L’idea di fondo, nella sua apparente semplicità, è in realtà un dispositivo complesso: unire due linguaggi distinti, farli convivere nello stesso spazio scenico e affidare a una sola regia e a una sola scenografia il compito di farli risuonare come variazioni di uno stesso racconto. Non si tratta di un accostamento, ma di una vera e propria sovrapposizione di piani, come se la tragedia shakespeariana e la sua traduzione lirica si riflettessero l’una nell’altra senza mai annullarsi.

Foto di Simone Di Luca

Questa sera era Shakespeare a “parlare”, a donarci la sua bellezza del verso, della prosa che lo ha reso immortale, basti accennare alle ultime parole di Romeo “….Oh, qui voglio fissare la mia dimora eterna e scuotere dal giogo delle stelle avverse questa carne stanca del mondo. Occhi, guardate per l’ultima volta!

Braccia, prendete il vostro ultimo abbraccio! E voi, labbra, porte del respiro, suggellate con un giusto bacio un patto eterno con la morte divoratrice!

Vieni, amaro conduttore, vieni, guida ripugnante! Pilota disperato, scaglia subito la tua nave contro gli scogli frastagliati!”

Qui il lavoro di Francesca Tunno in collaborazione con Valerio diventa centrale per fare della scenografia un tutt’uno con due opere completamente diverse ma al contempo uguali per i temi che le strutturano: dominata da un sistema di superfici riflettenti, non si limita a restituire immagini, le moltiplica, le frammenta, le rimanda indietro allo spettatore sotto forma di memoria dei temi centrali dell’opera del “Bardo”. Il gioco di specchi non è un espediente estetico, ma un principio drammaturgico. In esso convivono due teatri, due tempi, due modi di raccontare la stessa vicenda. Il Teatro “Giuseppe Verdi”, con la sua tradizione lirica e la dimensione della prosa de “Il Rossetti” si incontrano in un unico spazio che non appartiene più a nessuno dei due, ma che li contiene entrambi. Questa incantevole, stupefacente idea di Paolo Valerio, direttore artistico del Teatro Rossetti, ha portato a due Prime eccezionali concatenate, legate assieme in un lavoro d’eccezione.

La regia di Valerio si muove con precisione dentro questo dispositivo teatrale, non cerca di stupire con forzature o riletture eccessive, lascia emergere la struttura profonda del testo. Shakespeare, in fondo, non ha bisogno di essere reinventato: ciò che serve è un contesto capace di offrirgli una nuova veste attuale e nuovamente evocativa, ed è proprio in questa direzione che si inserisce la scelta di Sarajevo come orizzonte temporale inedito.

Foto di Simone Di Luca

Non si tratta di una trasposizione, né di una ricostruzione storica. Piuttosto, di un richiamo, di un’ombra che attraversa la scena. L’idea che una città possa diventare simbolo di conflitto, di frattura, di convivenza impossibile. La tragedia dei due giovani amanti trova così un terreno che non è più soltanto Verona, ma un luogo universale dove l’odio si eredita e si perpetua: Sarajevo.

Valerio costruisce questo legame senza mai appesantire il racconto ma nello stesso tempo lo fa penetrare nello spettatore. Le immagini legate alla guerra balcanica emergono come frammenti, come segnali che lo spettatore raccoglie e ricompone solamente dopo lo spettacolo. Tra questi, uno dei più disturbanti è il riferimento ai cosiddetti “cecchini” che ora si scopre anche da “weekend”, personaggi che andavano a Sarajevo solo per “giocare” ad uccidere persone inermi, donne, vecchi e bambini per poi ritornare placidamente alle loro case in altri paesi, tra cui l’Italia. Figure reali e agghiaccianti che trasformavano la violenza in passatempo. Inserire un’eco simile all’interno di Shakespeare significa mettere in crisi ogni possibile distanza storica, riportare la tragedia dentro un presente che continua a ripetersi. Ma non finisce qui, il dramma shakespeariano è rispettato correttamente, però vi è un passaggio essenziale, geniale di Valerio che come detto, si recepisce forse solo dopo essere usciti da teatro: sia Mercuzio che Tebaldo uccisi prima e Romeo e Giulietta suicidatisi dopo, nella giusta descrizione recitativa dei protagonisti nella piece, sono tutti e quattro, – giovani ragazzi pur sempre adolescenti, presi sì anche loro dall’odio tra “famiglie” o dal loro infinito amore nel caso di Romeo e Giulietta – uccisi da “altri”: dalle loro mani non scorre il sangue di un omicidio o di un suicidio, ma sono colpiti da cecchini con i loro puntatori, una trasposizione dell’odio, della guerra che porta a drastiche e impensabili soluzioni, come sei i 4 protagonisti esponessero il loro petto al fuoco dei tiratori del soprannominato Viale dei Cecchini: Snajperska aleja. Vogliamo sottolineare che non vi è alcuna forzatura registica a proporre i perfetti video di Alessandro Papa: rendono al dramma la giusta profondità senza tempo, qui fermato soltanto in un determinato spazio fisico: Sarajevo.

In questo contesto, la storia dei due protagonisti assume un significato diverso e ben più significativo, una trasformazione silenziosa del dramma di Shakespeare che rispecchia la realtà più cruda vissuta a Sarajevo, ma anche in tutte le guerre. Non è più soltanto il racconto di un amore contrastato, ma diventa un atto di resistenza fragile e disperato contro tutto e tutti, Romeo e Giulietta non sono eroi, ma adolescenti travolti da un mondo che non lascia spazio alla loro possibilità di esistere insieme.

Giacomo Albites Coen costruisce un Romeo credibile proprio nella sua vulnerabilità. Non cerca la grandezza tragica, ma lavora su una forma di recitazione più intima che non diventa mai retorica. La parola è sempre precisa, mai sovraccarica, e questo permette di restituire la dimensione più umana del giovane amante.

Foto di Simone Di Luca

Caterina Truci, nel ruolo di Giulietta, sceglie una strada simile. La sua interpretazione evita ogni ingenuità e costruisce una figura consapevole, capace di attraversare rapidamente il passaggio dall’adolescenza alla tragedia. Non c’è compiacimento nella sua recitazione, ma una tensione continua che accompagna ogni scena.

Al centro di questo equilibrio si colloca Mercuzio, interpretato da Pietro Sparvoli. Il suo è un personaggio chiave, non soltanto per la struttura del dramma, ma per la lettura complessiva dello spettacolo. Mercuzio è il punto di rottura, la voce che introduce il disordine, che incrina l’illusione di un mondo governato da regole stabili. Sparvoli lo interpreta con energia e precisione, costruendo una presenza scenica che non passa inosservata. La sua ironia non è mai leggera, ma sempre attraversata da una vena più scura, che anticipa la tragedia.

Accanto a loro, il resto del cast contribuisce a creare un tessuto compatto. Sebastiano Caruso dà a Benvolio una misura equilibrata, mentre Pietro Desimio costruisce un Tebaldo netto, privo di sfumature concilianti. Alessandro Dinuzzi, nel ruolo di Capuleti, il padre di Giulietta, restituisce la rigidità di un’autorità che non ammette deviazioni, mentre Fulvio Falzarano si muove tra Frate e Nutrice con una versatilità che arricchisce entrambe le figure, un attore di grande levatura artistica che offre all’intero spettacolo la solidità di un recitativo sostanziale e sostanzioso in entrambi i ruoli.

Francesca Masini e Giulia Perelli delineano presenze femminili che non rimangono sullo sfondo, ma contribuiscono a definire l’ambiente familiare e sociale in cui si muove Giulietta. Stefano Scandaletti, infine, aggiunge una dimensione ulteriore con il suo doppio ruolo, di principe e cecchino inserendosi con precisione nel disegno complessivo.

Uno degli elementi più interessanti di questo allestimento è la presenza della musica, non si tratta di un semplice accompagnamento, ma di una componente strutturale. Le composizioni originali di Valter Sivilotti si intrecciano con l’azione scenica in modo organico, creando un ponte diretto con l’esperienza operistica e il dramma shakespeariano senza mai però sminuire o interporsi al recitativo sovrastandolo ma fondendosi con esso, per comprendere meglio il ruolo di questo perfetto spartito vi rimandiamo all’intervista del compositore.

L’orchestra del “Teatro Verdi” non resta confinata in una funzione decorativa, ma entra nel cuore della narrazione: il lavoro sui timbri, sulle dinamiche, sulle variazioni interne contribuisce a costruire un paesaggio sonoro che sostiene e amplifica la parola.

Il violino di Stefano Furini, anche Direttore d’Orchestra, emerge con una linea espressiva che attraversa lo spettacolo, mentre il violoncello di Maria Giulia Lanati introduce una profondità emotiva che accompagna i momenti più intensi, quasi a cornice strumentale come nell’opera di Gounod. Il trombone di Domenico Lazzaroni, invece, aggiunge una dimensione più aspra, quasi metallica, che si lega ai momenti di tensione e di sospensione, suonando anche dal palco.

In questo intreccio tra prosa e musica si riconosce uno degli aspetti più riusciti del progetto. Non si tratta di una contaminazione superficiale, ma di una vera integrazione tra linguaggi, la parola non perde la sua centralità, ma si apre a una dimensione più ampia, dove il suono diventa parte del racconto.

Questa doppia natura dello spettacolo nasce da un’idea precisa: mettere in relazione due modi di raccontare la stessa storia. Da un lato, la forza del verso shakespeariano, con la sua capacità di costruire immagini e significati. Dall’altro, la dimensione musicale che trasforma quelle stesse emozioni in suono. Veramente indovinata l’idea di Valerio nel duello tra Mercuzio, Tebaldo e poi con Romeo, dove mentre gli attori sembrano ballare un rap, Sivilotti scrive un fraseggio sincopato e disarmonico ritmato: eccezionale connubio.

Non si tratta di attualizzare Shakespeare in modo forzato, ma di riconoscere quanto la sua scrittura sia già capace di parlare al presente, i temi dell’amore e dell’odio in questo senso, non hanno bisogno di essere spiegati, sono già lì, nella struttura stessa del dramma. Ciò che cambia è il modo in cui vengono percepiti, in un contesto come quello evocato dalla regia, l’amore diventa un gesto fragile, quasi impossibile, mentre l’odio assume una dimensione sistemica, che travolge ogni tentativo di resistenza.

La città, pur non essendo mai nominata esplicitamente, diventa un personaggio. Non è Verona, non è Trieste, non è neppure Sarajevo, ma un luogo che le contiene tutte: un luogo dove le divisioni non si risolvono, ma si stratificano nel tempo.

In questo senso, il progetto complessivo assume un valore che va oltre il singolo spettacolo. Non si tratta soltanto di mettere in scena due opere, ma di costruire un percorso che coinvolge linguaggi, pubblici, istituzioni. Il fatto che questa esperienza nasca dalla collaborazione tra il “Teatro Verdi”e “Il Rossetti” non è un dettaglio organizzativo, ma una scelta culturale precisa.

Mettere in dialogo prosa e opera significa anche mettere in dialogo spettatori diversi, abitudini diverse, modi diversi di vivere il teatro. E in questo incontro si apre uno spazio nuovo, dove le differenze non vengono annullate, ma valorizzate.

“Il Rossetti”, in questo contesto, non è semplicemente un partner, ma una presenza dell’intero progetto. La sua identità legata alla prosa si riflette nella costruzione dello spettacolo, contribuendo a definire un linguaggio che non appartiene più a un solo ambito.

Allo stesso modo, il “Teatro Verdi” porta con sé la sua tradizione musicale, che si innesta nella struttura della prosa senza sovrastarla. Il risultato è un equilibrio delicato, che funziona proprio perché non cerca di uniformare le differenze.

Ciò che rimane, alla fine, è la sensazione di aver assistito a qualcosa che non si esaurisce nel momento della rappresentazione. Uno spettacolo che continua a lavorare nella memoria, che chiede di essere ripensato, riletto, rimesso in relazione con ciò che lo ha preceduto.

Non è un’esperienza semplice, né immediata. Richiede attenzione e capacità di lasciarsi attraversare da più livelli di lettura. Ma è proprio in questa complessità che trova la sua forza.

In replica al Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” il 12, 13, 15, 17 Maggio alle ore 20.30 e il 18 Maggio alle ore 16.00

“ROMEO E GIULIETTA”

Di William Shakespeare

Adattamento e Regia di Paolo Valerio

Scene Francesca Tunno

Costumi Stefano Nicolao

Coreografie Monica Codena

Luci Claudio Schmid

Video Alessandro Papa

PERSONAGGI ED INTERPRETI

ROMEO  Giacomo Albites Coen

GIULIETTA  Caterina Truci

MERCUZIO  Pietro Sparvoli

BENVOLIO  Sebastiano Caruso

TEBALDO  Pietro Desimio

PADRE CAPULETI  Alessandro Dinuzzi

FRATE/NUTRICE  Fulvio Falzarano

LINA/YURI  Francesca Masini

MAMMA CAPULETI  Giulia Perelli

PRINCIPE/CECCHINO  Stefano Scandaletti

Musiche Originali Valter Sivilotti

Orchestra della Fondazione “Teatro Lirico Giuseppe Verdi” di Trieste

Konzertmeister e Violino Solista Stefano Furini; violoncello solista Maria Giulia Lanati; trombone solista Domenico Lazzaroni; collaboratore musicale Davide Coppola

Aiuto Regia Giulia Bonghi

Fonico e Video Alberto Pozzolo

Elettricista Alessandro Macorigh

Direttore di Scena Paolo De Paolis

Nuova produzione di “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Il Rossetti”, “Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste”, “Teatro Biondo Stabile di Palermo”, “Teatro Stabile di Catania”, “Centro Teatrale Bresciano”

Fuori dallo spartito: il Maestro Valter Sivilotti ci racconta la sua esperienza creativa musicale della sua importantissima collaborazione per il progetto “Romeo e Giulietta/”Romèo et Juliette”

Abbiamo avuto il piacere di incontrare questa sera a “Il Verdi” il Maestro Valter Sivilotti, compositore, pianista e direttore d’orchestra di nota fama che ha scritto le musiche per il “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare prodotto da “Il Rossetti” in sinergia con il “Teatro Lirico Giuseppe Verdi”, di cui abbiamo assistito entusiasti alla “Prima”. Vogliamo ricordare che Sivilotti ha scritto musiche per il teatro, sinfoniche e da camera premiate in vari contesti come il “Premio Friuli”, il “V. Bucchi” di Roma ed altri. Abbiamo potuto ascoltare tra l’altro, le sue musiche originali per lo spettacolo teatrale “Magazzino 18” di e con Simone Cristicchi, restandone impressionati. Vogliamo ricordare che le sue musiche sono state pubblicate da “Pizzicato”, “TauKay” e “C.B. Music”.

Carissimo Maestro La ringraziamo del tempo che ci dedica, ma era per noi un dovere porle alcune domande su queste due serate così al di fuori del contesto usuale sia per il teatro che per l’opera: uno stesso autore comune: Shakespeare, lo stesso regista, Paolo Valerio e due spettacoli che usualmente vanno in “conflitto” tra loro: l’opera e la prosa, qui unite in un cartellone comune, un unicum che reputiamo mondiale che è stato un piccolo capolavoro anche grazie alle sue musiche.

Possiamo chiederle come ha vissuto questa esperienza, per il “Romeo e Giulietta de “Il Rossetti”, musicale – creativa e la complessità di un lavoro così impegnativo fuori dagli schemi usuali, sapendo bene che prima della sua musica per la parte teatrale recitativa era stata preceduta ieri sera, dalla raffinatezza di Gounod e la sua opera “Romèo et Juliette”?

Lo spettacolo Romeo e Giulietta andato in scena ieri sera al Teatro Verdi di Trieste in collaborazione con il Teatro Stabile “Il Rossetti”, è nato da un progetto complesso e stimolante. Ho scritto le musiche di commento, e fin dalla fase di studio ho voluto tenere insieme due mondi.
Da un lato c’è stato l’approfondimento delle musiche del territorio di Sarajevo, della tradizione balcanica.
Dall’altro, il confronto inevitabile con Gounod, che conoscevo molto bene e la cui raffinatezza resta un punto di riferimento.

La sfida era questa: non assecondare la parte più folkloristica, ma dare al materiale balcanico un taglio classico. Oltre alle musiche originali ho rielaborato e riorchestrato temi tradizionali di quell’area scegliendo un linguaggio più classico, più raffinato. Era una richiesta precisa del regista: serviva una patina romantica, capace di dialogare con il testo shakespeariano senza sovrastarlo.
È stato un lavoro fuori dagli schemi abituali proprio per questo equilibrio. Togliere, levigare, far parlare il balcanico con la voce del grande repertorio europeo. Complesso sì, ma è lì che nasce la musica per il teatro: quando ascolta la scena e trova una sintesi che non ti aspetti.

Pensiamo che tutto il complesso teatrale sia per la parte operistica, che di prosa, i due cast sia organizzativi che creativi e interpretativi si siano fusi assieme e non vissuti come due parti distanti e Lei ne faceva parte. Ci può raccontare le sue impressioni?

Sì, la fusione c’è stata ed è stata sorprendente. Non avevo mia lavorato con la coreografa Monica Codena. Eppure fin dall’inizio c’è stata una sintonia immediata.Lo spettacolo dà anche rilevanza alle parti coreografiche, e lì la musica ha un ruolo centrale. La vera condivisione è nata proprio su quel terreno. Io avevo scritto le partiture senza aver visto nulla delle coreografie. L’ho fatto apposta, per lasciare spazio.La mia impressione, a ridosso del debutto, è stata fortissima: quando ho visto per la prima volta le scene, ho capito che la coreografia aveva accolto esattamente il linguaggio musicale. Lo ha restituito, amplificato, senza tradirlo. Non due parti distanti, ma un unico corpo espressivo.Operistica, prosa, danza, organizzazione: tutto ha lavorato nella stessa direzione. E quando succede, lo senti. Senti che stai dentro un progetto vero, non in una somma di reparti.

Ascoltando la Sua musica, sotto la direzione di Stefano Furini, anche violino solista, siamo rimasti colpiti dalla sua versatilità: da una polacca stile “ Čajkovskij ” a una musica gitana per la festa dei Capuleti per passare al quasi puro melodramma nella fase più drammatica dell’opera di Shakespeare, passando a dei passaggi sincopati come per il duello. La Sua partitura non si nascondeva, ma dava ancora più tono all’essenzialità della piece, come ha fatto a fondere così perfettamente prosa e musica, da farne un tutt’uno, quale è stato il guizzo mentale per scrivere veramente questo meraviglioso filo conduttore del dramma?

Il “guizzo”, come lo chiamate voi, nasce sempre da due cose: studio preliminare e curiosità. Sono sempre stato molto curioso di come la musica può stare addosso a un testo teatrale. Mi affascina l’idea di abbinarla, ma mi affascina ancora di più quando la musica va in contrasto con il testo. È da quel contrasto che nasce una terza suggestione, qualcosa che non è né solo parola né solo suono.
Qui il percorso era stimolante al massimo: da una parte un testo importantissimo, che conoscevo molto bene. Dall’altra, quel mondo balcanico che pure conosco e frequento da anni. Il guizzo è scoccato proprio lì, nel punto di attrito tra questi due estremi.
Per questo la partitura passa dalla polacca stile Čajkovskij alla festa gitana dei Capuleti, dal melodramma puro ai ritmi sincopati del duello: sono i due mondi che si parlano. La musica non commenta, non si nasconde. Diventa parte della drammaturgia. Il filo conduttore è nato da quella scintilla: tenere insieme Shakespeare e i Balcani, la prosa e il gesto, senza che nessuno dei due chiedesse all’altro di abbassare la voce.
La direzione di Stefano Furini, anche violino solista, ha fatto il resto: ha colto subito questa doppia anima e l’ha portata in scena senza mediazioni.

Il pubblico è rimasto entusiasta anche questa sera per lo spettacolo di prosa e le Sue musiche, cosa pensa di questa città, di questa regione che vede ancora così tanti giovani accostarsi al teatro, vuoi di prosa o operistico e sinfonico e di questa incredibile idea dei due teatri triestini più importanti uniti assieme in un progetto che sulla carta non era assolutamente facile da comporsi?

L’unione dei due teatri è stata una cosa meravigliosa. Il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia “Il Rossetti” e il Teatro Verdi di Trieste sono due realtà importantissime per il nostro territorio, due istituzioni di rilevanza nazionale capaci di esprimere grande arte. Vederle lavorare insieme su un unico progetto, che sulla carta sembrava complesso, è stato bellissimo.
Io sono friulano e ogni volta che vengo a Trieste mi si apre il cuore. Ammiro questa città per il fermento culturale che la attraversa. Qui si respira teatro, si respira musica. E si respira un pubblico vero: attento, preparato, con tantissimi giovani in sala. Non è scontato.
Ho lavorato in passato sia con lo Stabile che con il Verdi, conosco bene il valore di entrambe le strutture. Entrare in questo progetto comune mi ha reso felice. Dimostra che quando c’è visione, le differenze diventano forza. Trieste sta dando un esempio a tutta Italia: si può fare cultura ad alto livello mettendo insieme, non dividendo.

Carissimo Maestro la ringraziamo per le sue parole e ci auguriamo di sentirla a breve per altre novità sui suoi lavori futuri tra cui vogliamo già accennare che all’“Auditorium Concordia” di Pordenone per la rassegna “Festival Talk Radio” che andrà in scena il 13 Maggio alle ore 20.30 “Battisti al Femminile” con Deborah Iurato la “Women Orchestra” e “Naonis Women Orchestra” e tutti gli arrangiamenti sono del Maestro Valter Sivilotti, come le musiche da lui composte per il “Concerto “Suoni di Tenebra e Luce” all’“Auditorium Comunale”di Talmassons: un percorso musicale e narrativo che, a 50 anni dal terremoto del Friuli del 1976, accompagna il pubblico in un viaggio tra memoria, dolore e rinascita.

Due “note” con il Direttore e Violino solista Stefano Furini prima della Prima de “Romeo e Giulietta” di Shakespeare allestita da “Il Rossetti” al “Teatro Verdi”

Carissimo Stefano, ci ritroviamo ancora una volta ma questa volta nella sede naturale della tua passione e lavoro, la musica: Il Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” che ospiterà la prosa con il dramma di William Shakespeare. Abbiamo applaudito ieri all’esecuzione di “Romèo et Juliette” di Gounod che ci ha veramente impressionato, sia per nota qualità orchestrale diretta da Leonardo Sini che dalla splendida voce della soprano Minasyan e un ottimo Mercutio per la voce e presenza scenica di Christian Federici.

Ora andremo a vedere un “Romeo e Giulietta” del “Bardo” ma con te Konzertmeister e violino solista per le musiche originali di Valter Sivilotti.

Cosa ne pensi di questi due spettacoli così diversi, un unico tema l’amore un unico regista, Paolo Valerio e questo unicum tra prosa e lirica?

Penso sia un operazione vincente. Unire due realtà come “Il Verdi” e “Il Rossetti”, le due più grandi realtà della città è un’idea magnifica. Gli spettacoli sono diversi ma uniti dalle scene e dalla regia

Un tuo pensiero sulle ambientazioni e scenografie uguali ma diverse in un gioco di specchi: Miramare e Sarajevo dei due spettacoli, possono apparire strane ma da esperto quale sei tu avranno l’effetto sperato verso il pubblico?

Sicuramente si. Sono da vedere entrambi. 

Certamente anche le musiche di Sivilotti sono una eccezione per il dramma shakespeariano, che effetto ti ha dato, durante le prove questo connubio tra dramma teatrale e la musica?

Le musiche di Sivilotti calzano alla perfezione, studiate nei minimi particolari. Anche questo è un esperimento, l’unire la musica dal vivo con i colleghi dell’orchestra ad una produzione di prosa

Dirigerai tu, non credo tu sia emozionato data la tua esperienza nei più grandi teatri del mondo, ma che sensazioni ti offre accostarsi con la musica all’opera più conosciuta del grande Bardo?

Sento il peso, seguire il copione perché devi attaccare sempre sulla battuta non è facile, non avendolo mai fatto. Ma come sempre le novità mi attraggono

Tra gli orchestrali, in “solo” vi saranno la violoncellista Maria Giulia Lanati e il trombone di Domenico Lazzaroni, che ne pensi di questa scelta solistica, sopratutto per il violoncello che sembra riprendere l’idea di Gounod di usarlo quasi da raccordo durante tutta la sua opera”Romeo et Juliette”?

Il trombone finirà anche in scena come un personaggio vero e proprio, trovata stupenda! La violoncellista, bravissima aveva una parte ben più importante di quella che farà ma è stata tagliata perché non calzante con il ritmo della prosa. Di sicuro la scelta del violoncello solo non è casuale, conoscendo Valter (Sivilotti).

Grazie Stefano, non vediamo l’ora di gustare questo inedito “Romeo e Giulietta” di applaudire anche te