STEFANO ACCORSI RENDE LA TRAGEDIA, UNA COMPRENSIONE DELL’UOMO

“Nessuno. Le avventure di Ulisse” rappresenta uno spettacolo che non si limita a essere osservato: accade, lentamente prende forma nella percezione dello spettatore e lo accompagna oltre le mura del teatro. Andato in scena questa sera per la “prima al Teatro “Il Rossetti”, questo lavoro trascende la semplice messa in scena del mito, restituendo all’Odissea la dimensione umana e vulnerabile di chi la attraversa, una estrema attualizzazione sul testo di Omero e un Ulisse che Accorsi ad altissimi livelli recitativi e una grande presenza scenica rende il personaggio di Omero uomo, tra gli uomini. Non è la storia di Ulisse a guidare lo spettacolo, ma l’esperienza di un uomo che cammina tra ricordi, desideri, smarrimenti e ritorni, un uomo che resiste più di quanto conquisti. Stefano Accorsi non interpreta semplicemente Ulisse: lo abita, lo lascia scorrere attraverso il corpo, la voce e il respiro, costruendo una presenza scenica che è insieme fragile, ironica, inquieta e instancabilmente viva. Accorsi, nato a Bologna nel 1971, ha attraversato il cinema, la televisione e il teatro con una coerenza rara, consolidando negli anni un suo carattere interpretativo inconfondibile. Dopo il suo esordio negli anni ’90 e i ruoli memorabili in film come “Radiofreccia”, “L’ultimo bacio” e “Le fate ignoranti”, Accorsi ha mostrato una capacità unica di passare dal grande schermo al palcoscenico senza perdere intensità, portando al teatro una sensibilità cinematografica che si fonde con l’energia del gesto dal vivo. “L’Odissea”, riarrangiata o pièce tratte da essa risalgono a diversi anni fa, in produzioni che già avevano esplorato il corpo come strumento narrativo, ma questo ritorno segna un passo ulteriore verso la sottrazione del mito e l’esplorazione del singolo come essere complesso e fragile. Ogni passo di Accorsi, ogni movimento e ogni sospensione vocale diventano strumenti di racconto: la voce non narra, confessa; il corpo non recita, traduce stati interiori. Non è l’eroismo a definire Ulisse in questa Odissea contemporanea, ma la resistenza, la fatica, la tensione tra desiderio e memoria. E in questo risiede la forza dello spettacolo: la trasformazione del mito in esperienza condivisa, dove l’eroe diventa tutti noi. La riscrittura del testo di Emanuele Aldrovandi è il primo atto di coraggio e lucidità dello spettacolo: Aldrovandi libera il poema dalla sua crosta mitologica, togliendo Dèi e prodigi, asciugando la retorica eroica e restituendo spazio all’uomo, all’erranza e alla memoria. Potremmo anche non chiamarla Odissea per la lucida rielaborazione dei testi e diventa materia sensibile, tessuta di assenze, silenzi e pause cariche di significato, in cui l’attenzione dello spettatore si concentra su ciò che accade interiormente più che esternamente. Aldrovandi evita qualsiasi compiacimento epico, lasciando emergere la stanchezza di Ulisse, il suo bisogno di ritorno, il suo smarrimento e la frantumazione della propria identità. La drammaturgia non racconta eventi, li fa percepire, traducendo il testo antico in un linguaggio contemporaneo fatto di ritmo, pause, gesti e respirazioni. Questo lavoro sul testo permette a Finzi Pasca di costruire una regia che non impone, ma accompagna: Daniele Finzi Pasca è un regista il cui percorso artistico ha sempre esplorato l’equilibrio tra corpo, gesto, suono e immagine, e in “Nessuno. Le avventure di Ulisse” porta questa visione a un livello di raffinatezza raro. Non ci sono effetti scenici gratuiti, non ci sono grandi apparati scenografici: lo spazio è costruito attraverso la precisione invisibile dei movimenti, la modulazione della luce e la presenza costante dell’attore e di Francesca Del Duca che, nei panni di Penelope, spinge, aiuta, richiama con semplici poche parole quando “Ulisse” vorrebbe fermare il suo racconto o si dimentica un importante particolare del suo peregrinare, diviene essenziale anche lei netta trama di questo splendido spettacolo, ricordando la bravura della Del Duca a riprodurre, a volte con la voce i lamenti interiori di Ulisse o descrivendo intonando quasi delle litanie sugli atti di estrema crudezza e con i vari strumenti a percussione e non solo ad accentuare, i momenti topici del racconto, dalla presa di Troia, al mare, al vento alla rena e dando ancora più risalto alle scene più drammatiche come l’incontro con Polifemo o la tempesta scatenata dopo aver aperto l’otre dei venti regalatogli da Eolo ad Ulisse. La scelta della Del Duca è stata acuta ed essenziale per una miglior riuscita di questo spettacolo, da applauso.

La scenografia è un’altro capolavoro di intelligenza, una struttura tubolare mastodontica girevole con scale e piani dove l’attore si districa durane il racconto, rendendo il suo movimento non statico; lo spettacolo, con le luci perfettamente inquadrate nei tagli e nelle riprese ad “occhio di bue” o ad apertura e chiusura sul protagonista sono state perfette.

Ogni gesto di Accorsi è calibrato, ogni silenzio costruisce una tensione, ogni respirazione scandisce il ritmo emotivo dello spettacolo, e ogni interazione è parte di un organismo unico in cui il teatro si fa esperienza fisica ed emotiva. La luce non descrive luoghi ma stati interiori, creando profondità attraverso ombre e tagli, evocando mare, isola, casa senza mai mostrarli, lasciando allo spettatore il compito di riempire lo spazio con la propria immaginazione e i propri ricordi. Il tempo scenico è lento, respirato, non subordinato alla narrazione lineare, e questa dilatazione permette di percepire ogni minima variazione, ogni transizione emotiva. In questo contesto si inserisce la presenza della musicista Francesca Del Duca, figura centrale non come attrice tradizionale ma come corpo-sonoro e tessuto emotivo. Del Duca non recita, non pronuncia battute: il suo linguaggio è fatto di gesti, sguardi, ritmi e movimenti minimi, di vibrazioni corporee. Il suo corpo parla per lei, dialoga con Accorsi senza mai replicarlo, generando risonanze che costruiscono uno spazio teatrale vivo e dinamico; la figura di Penelope come forza evocativa, costante, testimone della traversata di Ulisse. Il ritmo dello spettacolo nasce dall’incontro tra corpo, voce e pausa, non da effetti musicali esterni: i suoni sono gestiti come materia drammaturgica, integrati nei movimenti e nei respiri degli interpreti. Il tambureggiare, i rintocchi, le vibrazioni percepite nello spazio diventano segnali di cambiamento emotivo e scenico, scandendo la progressione interna della narrazione senza mai sovrastarla. La relazione tra Accorsi e Del Duca si sviluppa attraverso risonanze, non risposte: lei non guida, non commenta, risuona e accompagna, creando una densità emotiva che amplifica la fragilità e la forza di Ulisse. L’azione scenica diventa così un organismo unico in cui ogni gesto, ogni respiro, ogni suono e ogni luce contribuiscono a restituire l’esperienza interiore del protagonista. Non ci sono mostri, non ci sono eroi invincibili: ci sono uomini che resistono, che si interrogano e che camminano tra attesa e memoria. La chiave di lettura è l’umanità, la vulnerabilità, il senso di perdita e di ritrovamento. La regia di Finzi Pasca e la scrittura di Aldrovandi trasformano il teatro in esperienza fisica e sensoriale, dove lo spettatore non osserva passivamente ma viene immerso in uno spazio che pulsa, vibra e si trasforma insieme ai personaggi. Accorsi incarna Ulisse magistralmente con variazioni continue, dettagli sottili, mentre la bravissima Del Duca ne scandisce il ritmo cantando soavemente e amplifica il senso di continuità e presenza. Non c’è bisogno di narrazione esplicita: ogni inclinazione, ogni sguardo diventa segnale di trasformazione interiore, consentendo di leggere il viaggio di Ulisse come percorso universale di interrogazione su sé stessi, sul tempo, sulla memoria e sul ritorno. La sospensione con cui si conclude lo spettacolo lascia il pubblico in una dimensione di riflessione aperta, con la sensazione di aver partecipato a un percorso condiviso, fragile e necessario, senza il conforto di una conclusione netta, ma con la ricchezza di aver percepito il mutamento dell’uomo. “Nessuno. Le avventure di Ulisse” è così un’opera di rara maturità artistica, in cui convergono l’esperienza e la sensibilità di Accorsi, la poetica riconoscibile e rigorosa di Finzi Pasca, la drammaturgia precisa e visionaria di Aldrovandi e la presenza corporea e sonora di Francesca Del Duca, dimostrando come il teatro possa parlare senza parole e trasformare la parola in gesto, il gesto in esperienza, lo spazio scenico in organismo vivente. Al Teatro “Il Rossetti” con l’intimità e la profondità dei personaggi, si è percepito in modo diretto ciò che significa essere uomini in viaggio, tra attesa, perdita e ritorno. La forza dello spettacolo sta nella capacità di rendere visibile l’invisibile, di dare forma a ciò che normalmente resta nascosto nella percezione e nella memoria, trasformando l’Odissea in un’esperienza di riflessione e di tensione emotiva contemporanea, un viaggio condiviso che non termina con la chiusura del sipario, ma prosegue nello spazio interiore di chi ha assistito, lasciando una traccia di presenza, di domanda e di partecipazione che si mantiene viva, vibrante e profondamente umana

In replica venerdì 13 febbraio ore 20.30, sabato 14 febbraio alle ore 19.30, domenica 15 febbraio alle ore 16. 00

STEFANO ACCORSI

In

“NESSUNO.

Le avventure di Ulisse”


Riscrittura Testo di Emanuele Aldrovandi

Con Francesca Del Duca

Diretto da Daniele Finzi Pasca

Scene Luigi Ferrigno

Costumi Giovanna Buzzi

Produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo