
È riduttivo parlare di un Premio Nobel per la Letteratura quando si nomina Dario Fo, è riduttivo perché quella definizione, pur altissima, non riesce a racchiudere la natura irregolare, ribelle e insieme popolare della sua opera. Nel 1997 l’Accademia di Svezia gli assegnò il Nobel con una motivazione precisa e illuminante: l’aver seguito la tradizione dei giullari medievali nel dileggiare il potere e restituire dignità agli oppressi. In quella frase c’è tutto Fo, il suo teatro che agita, che non si limita a raccontare ma scava, ironizza, smonta le ipocrisie e accanto a lui, sempre, Franca Rame, compagna d’arte e di vita, attrice di straordinaria forza scenica, autrice lucida, presenza teatrale che ha contribuito a costruire un linguaggio nuovo. Parlare di Fo senza la Rame significherebbe amputare metà della storia: lei fu interprete, coautrice, voce femminile di un teatro che cercava continuamente il contatto diretto con la realtà sociale. Insieme hanno dato forma a un modo di fare teatro che non teme la satira, che recupera la tradizione orale, che sa diventare racconto, invettiva, parabola comica e drammatica nello stesso respiro; ricordiamoci che proprio il 24 marzo di cento anni fa nasceva questo grande narratore delle nostre storie del Novecento.
Lo spettacolo, in questa forma di dittico, continua a vivere sulle scene italiane perché non è soltanto un testo: è una forma teatrale aperta, una macchina narrativa che si trasforma con chi la interpreta. Alla “Sala Bartoli” del “Il Rossetti”, lo spettacolo ha trovato una dimensione quasi raccolta, ma capace di amplificare ogni gesto e ogni variazione della voce. È in questo spazio che Ugo Dighero ha portato il suo confronto con il capolavoro di Fo, non con l’intenzione di imitarne il segno, ma di restituirlo con un timbro personale, riconoscibile.
Il risultato non è un’operazione di restauro, né un omaggio reverenziale, è un lavoro vivo, in cui l’attore e regista affronta il testo come un materiale ancora incandescente. Il pubblico che si ritrova alla “Sala Bartoli” comprende che “Mistero buffo” continua a parlare con sorprendente chiarezza al presente, non si tratta di un racconto storico né di una lezione sulla tradizione dei giullari, piuttosto di una serie di parabole teatrali che smontano la retorica del potere e restituiscono ai personaggi popolari la loro voce irriverente. Si deve far attenzione al titolo “Mistero Buffo”, iniziato a essere rappresentato nel 1969 che per Fo non indicava una trama unica né una storia compatta, ma un modo di fare teatro che nasce dalla tradizione dei cosiddetti misteri medievali. Nel Medioevo i “misteri” erano rappresentazioni popolari che mettevano in scena episodi biblici o vite di santi nelle piazze, spesso con toni solenni ma anche con inserti comici affidati ai giullari e per questo motivo lo spettacolo non è mai stato un testo chiuso ma è stato un contenitore teatrale sempre aperto per i suoi nuovi lavori.
Ugo Dighero affronta questa materia con una consapevolezza precisa, il cuore di “Mistero buffo” è il racconto, la capacità di trasformare la parola in gesto e il gesto in immagine. Non c’è un apparato scenico complesso a sostenere la narrazione; tutto nasce dal corpo dell’attore e dalla sua voce. In questo senso la scelta di presentare lo spettacolo alla “Sala Bartoli” sembra quasi naturale: uno spazio che permette di cogliere ogni minimo spostamento, ogni vibrazione del volto, ogni improvvisa torsione del linguaggio.
Dighero si muove dentro il grammelot con un’energia che non è mai esibizione tecnica fine a se stessa. L’impressione è che il linguaggio inventato, quella mescolanza di dialetti, suoni e parole deformate, diventi nelle sue mani un organismo vivo. Non si limita a replicare il codice attoriale di Fo, ma lo reinventa, lo modula, lo rende elastico. Così la narrazione non procede come un monologo lineare: prende deviazioni improvvise, si accende di immagini, costruisce personaggi che nascono e scompaiono nel giro di pochi istanti.
I due episodi sono il cuore dello spettacolo: “Il Primo Miracolo di Gesù Bambino” tratto dallo spettacolo “Storia della Tigre e altre Storie “del 1977e “La Parpàja Topola”, da “Il Fabulazzo Osceno” del 1982 sono due racconti molto diversi tra loro, ma uniti da una stessa capacità di guardare al sacro attraverso la lente del comico e del paradosso.
Nel “ Il Primo miracolo di Gesù Bambino”, Dighero dà vita a una scena che ha il sapore delle antiche narrazioni popolari. Il miracolo non viene raccontato con solennità religiosa, ma con lo stupore ingenuo di un mondo contadino. Il piccolo Gesù diventa una figura vicina alla quotidianità della gente: un bambino capace di prodigi, ma anche immerso in una dimensione familiare e domestica. L’attore costruisce la scena con una precisione quasi pittorica: ogni gesto sembra evocare un dettaglio, ogni cambio di voce suggerisce la presenza di nuovi personaggi. Il racconto cresce lentamente, come se il pubblico assistesse alla nascita di una leggenda tramandata di bocca in bocca.
Il tono non è mai dissacrante nel senso superficiale del termine. Piuttosto emerge quella forma di ironia che appartiene alla tradizione popolare, dove il sacro e il quotidiano convivono senza contraddizione. Dighero riesce a restituire questo equilibrio con grande naturalezza: il miracolo diventa così un episodio che diverte, ma che nello stesso tempo conserva una dimensione poetica.
Se il primo racconto si muove su una linea quasi favolistica, “La Parpàja Topola” introduce invece un ritmo completamente diverso. Qui il gioco linguistico si fa più serrato, più scattante. Il grammelot, così amato da Fo – che è la tecnica teatrale basata su suoni, parole inventate, deformazioni linguistiche e onomatopee – diventa una sorta di danza sonora, un vortice di suoni e immagini in cui l’attore si trasforma continuamente.
Dighero costruisce la storia come una giostra di personaggi. Basta un movimento delle spalle, una variazione del timbro, e la scena cambia direzione. L’effetto è quello di una narrazione che sembra nascere sul momento, come accadeva nelle piazze medievali quando i giullari raccontavano storie improvvisando davanti alla folla.
È in questi passaggi che si percepisce la piena padronanza dell’attore. Non si tratta solo di bravura tecnica, ma di una capacità di ascolto del pubblico. Dighero modula i tempi, rallenta quando sente che l’attenzione si concentra, accelera quando la tensione comica lo richiede. Il risultato è un dialogo continuo, anche se la scena è occupata da una sola presenza.
Questo dialogo invisibile tra palco e platea è uno degli elementi che rendono lo spettacolo particolarmente efficace. La distanza tra attore e spettatori è minima, e questa prossimità amplifica la forza del racconto. Ogni sorriso trattenuto, ogni risata improvvisa diventa parte integrante della costruzione scenica.
Ciò che colpisce nel lavoro di Dighero è anche la sua capacità di non trasformare i due brani di “Mistero buffo” in una reliquia: con un testo così legato alla figura di Dario Fo, il rischio sarebbe quello di un’imitazione inevitabilmente sterile. Invece l’attore sceglie una strada diversa: studia la lezione del maestro, ma la filtra attraverso il proprio temperamento.
Il risultato è un’interpretazione che mantiene intatto lo spirito originario dell’opera, quella mescolanza di comicità, satira e racconto epico: Dighero rimane sempre se stesso, e proprio per questo il testo respira con nuova vitalità.
Nel corso della serata si avverte chiaramente quanto i due brani continuino ad essere dei testi chiari, la loro struttura fatta in racconti, parabole e monologhi sembra costruita per attraversare il tempo. Non parla solo del Medioevo o della tradizione religiosa: parla del rapporto tra potere e popolo, tra verità ufficiale e sguardo ironico di chi osserva dal basso.
È questo probabilmente il motivo per cui questo spettacolo è riuscito a coinvolgere pubblici molto diversi, anche di chi non conosce nel dettaglio l’opera di Fo perchè percepisce immediatamente la forza di quel linguaggio teatrale, non serve una chiave accademica per entrarci: basta lasciarsi trascinare dal ritmo del racconto.
Alla “Sala Bartoli” questa energia si manifesta con una chiarezza particolare. Il teatro diventa il luogo di una narrazione antica e allo stesso tempo sorprendentemente contemporanea. Non c’è nostalgia nel lavoro di Dighero, ma piuttosto una sorta di passaggio di testimone: la dimostrazione che i due testi dello spettacolo “Il Mistero Buffo” possono continuare a vivere se trovano interpreti disposti a mettersi in gioco davvero.
Guardando questo spettacolo si comprende quanto il teatro di Fo e Rame fosse radicato nella tradizione orale. Non un teatro da leggere soltanto, ma da ascoltare e Dighero sembra ricordarlo continuamente, è una forma di teatro essenziale, ma proprio per questo potentissima.
E forse è proprio questa la lezione più forte che arriva da “Mistero buffo”, il teatro può nascere da pochissimo, purché ci sia qualcuno capace di trasformare la parola in vita scenica. Ugo Dighero, con il suo lavoro al teatro “Il Rossetti”, dimostra che questa tradizione non appartiene al passato. Continua a muoversi, a reinventarsi, a trovare nuove voci.
Un Dighero in piena forma ha voluto poi offrire al ubblico entusiaste dello spettacolo una sua poesia titolata “voglio esportare qualcosa di nuovo(la democrazia)” quasi una lirica onomatopeica e ritmica con una ironia e sagacia degna del tutilo.
In replica alla “Sala Bartoli” de “Il Rossetti” mercoledì 11 marzo alle ore 21.00
“MISTERO BUFFO”
“Il Primo Miracolo di Gesù Bambino e La Parpàja Topola”
Di Dario Fo e Franca Rame
Interpretazione e Regia di Ugo Dighero
Produzione Teatro Nazionale di Genova