VALERIA SOLARINO E SILVIA GALLERANO: LA POESIA NASCOSTA DELLE COSE COMUNE

Dopo che abbiamo assistito a “Guarda le Luci, Amore Mio” alla “Sala delle Assicurazioni Generali” de “Il Rossetti” abbiamo compreso il richiamo silenzioso di osservare il mondo da una prospettiva diversa , quasi domestica, quella che di solito non fa rumore e proprio per questo dice moltissimo. Lo spettacolo nasce dall’omonimo libro di “Guarda le Luci, Amore Mio” di Annie Ernaux, e già in questa origine letteraria si annida la sua forza: non una trama tradizionale, non un conflitto esplicito, ma una serie di osservazioni, appunti, frammenti di vita raccolti in un luogo apparentemente anonimo come un supermercato, che sulla scena si trasforma in materia viva, pulsante, sorprendentemente teatrale.
La regia di Michela Cescon affronta la sfida con grande intelligenza, scegliendo di non “teatralizzare” forzatamente il testo, ma di accompagnarlo, di ascoltarlo, lasciando che siano le parole e i corpi a trovare il loro ritmo. La drammaturgia,è “firmata” dalla stessa Ernaux nel suo libro e Michela Cescon e di Lorenzo Flabbi che operano una riduzione consapevole e rispettosa del materiale originario: non una semplificazione, ma una distillazione, il libro diventa così una partitura scenica che conserva il tono del diario, la delicatezza quasi clinica dell’autrice, ma li restituisce attraverso una relazione viva con il pubblico, ma sia il libro che lo spettacolo è molto di più, è una indagine sociologica, culturale sui nostri costumi e modi di vivere e pensare, amara, quasi esausta nello sconforto di una società che sta perdendo sia ogni punto di riferimento morale nel senso di condanna verso questa società estremizzata al consumismo, sia che perdendo di vista se stessa e il singolo individuo, il supermercato diviene solo una metafora del nostro vivere e pensare quotidiano, che non lascia spazio alle reali necessità e pensieri che questo mondo così alterato e portato ad un eccesso di cancellazione dell’individuo come persona pensante, dovrebbe farci meditare molto.
In scena ci sono Valeria Solarino e Silvia Gallerano, due presenze molto diverse, e proprio per questo complementari. Non interpretano personaggi nel senso classico del termine, ma voci, punti di vista, stati d’animo. A tratti sembrano incarnare l’Io che osserva e l’Io che ricorda, altre volte diventano coro minimo, dialogo interiore, raddoppio dello sguardo. La loro recitazione è misurata, mai compiaciuta, eppure intensissima: ogni gesto è necessario, ogni pausa carica di senso.
La trama, come idea drammaturgica vuole riflettere l’idea dentro la persona stessa, facendo propria l’osservazione attenta del microcosmo-supermercato anche nelle scelte dei suoi “abitanti”: emozioni vive che si trasformano in esperienze ed estensioni di parole. La pièce segue in gran parte il libro ed è imperniata sulle visite dell’autrice al supermercato Auchan di Cergy, negli anni Duemila. È lì che Ernaux osserva l’umanità contemporanea: le famiglie, gli anziani, i lavoratori, le solitudini, le differenze di classe che si manifestano tra uno scaffale e l’altro. Ma lo spettacolo non si limita a raccontare questi episodi; li rilegge alla luce del presente, li mette in risonanza con il nostro modo di abitare gli spazi del consumo eche diventano le nostre “case” mentali. La regia evita qualsiasi realismo didascalico: non vediamo un supermercato ricostruito, non ci sono carrelli o casse, ma un luogo mentale che prende forma attraverso le parole, le luci e i movimenti.
Le scene e i costumi di Dario Gessati seguono questa linea essenziale, i costumi sono neutri, quotidiani, mai banali; sembrano appartenere a chiunque e a nessuno, come se le attrici potessero essere, a turno, tutte le persone osservate da Ernaux. La scena è uno spazio aperto, modulabile, che non impone un significato ma lo suggerisce, lasciando che sia lo spettatore attento de “Il Rossetti” a completarlo. Le luci, precise e mai invadenti, accompagnano il fluire del racconto, creando zone di intimità e improvvise aperture, come se anche lo sguardo si accendesse e si spegnesse insieme al pensiero.
Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è proprio l’interpolazione continua tra regia, interpretazione e apparato visivo, nulla è isolato: le parole di Ernaux diventano corpo nelle attrici, ma allo stesso tempo sono sostenute dallo spazio e dalla luce, che ne amplificano le risonanze emotive. Quando Solarino e Gallerano raccontano le corsie del supermercato, non stiamo semplicemente ascoltando una descrizione, ma entrando in un sistema di relazioni invisibili con tutto il mondo, fatto di sguardi che si incrociano, di silenzi condivisi, di una collettività che esiste anche quando non se ne ha piena coscienza.
Il lavoro sulla riduzione drammaturgica è particolarmente evidente nella capacità di mantenere la voce di Ernaux senza trasformarla in un monologo autoreferenziale. La scrittura dell’autrice francese infatti è sempre attraversata da una tensione etica: osservare non per giudicare, ma per comprendere. Questa tensione è presente in scena e viene restituita con grande rigore. Non c’è mai compiacimento, né moralismo; c’è piuttosto una domanda costante su cosa significhi anche appartenere a una società, dove i luoghi del consumo sono diventati i veri e inutili spazi di incontro, di riconoscimento, talvolta di esclusione.
Parlare di Annie Ernaux significa inevitabilmente fare riferimento al suo percorso umano e letterario. Nata nel 1940 in Normandia, Ernaux ha costruito un’opera radicale, incentrata sull’autobiografia come strumento di indagine sociale. I suoi libri raccontano la vita privata, l’infanzia, la famiglia, il corpo, l’amore, l’aborto, la malattia, sempre in relazione al contesto storico. “Guarda le Luci, Amore Mio” si inserisce pienamente in questo percorso, spostando però l’attenzione dall’io al noi, dall’esperienza individuale a quella collettiva. Il Premio Nobel per la Letteratura, che le è stato assegnato nel 2022, ha riconosciuto proprio questa capacità di trasformare la memoria personale in un atto politico, di dare voce a ciò che solitamente resta ai margini.
Lo spettacolo riesce a trasmettere tutto questo senza mai diventare didascalico. Anzi, uno dei suoi pregi maggiori è la leggerezza apparente con cui affronta temi profondi. Si sorride spesso, si riconoscono situazioni familiari, e solo dopo ci si accorge di quanto quelle stesse situazioni parlino di disuguaglianze, di identità, di solitudine. La recitazione di Solarino è più introspettiva, mentre Gallerano porta in scena una fisicità più spigolosa, quasi nervosa: insieme creano un equilibrio dinamico che mantiene alta l’attenzione e evita qualsiasi monotonia.
La regia di Cescon si distingue anche per la fiducia nel pubblico, non tutto viene spiegato, non tutto viene chiuso; ci sono spazi di ambiguità, di sospensione, che invitano lo spettatore a interrogarsi, a portare la propria esperienza dentro lo spettacolo. È un teatro che non impone, ma propone, insiste, con una coerenza rara.
Alla fine, “Guarda le luci, amore mio” lascia una sensazione precisa: quella di aver guardato più attentamente qualcosa che credevamo di conoscere già. Uscendo dal teatro, il supermercato sotto casa non è più lo stesso; diventa un luogo carico di storie, di presenze, di possibilità narrative, un nuovo mondo può apparire allo spetatore, lo stesso che prima non riusciva a “cedere”. Ed è forse questo il segno più evidente di un lavoro riuscito: la capacità di modificare, anche solo di poco, il nostro sguardo sul reale.
In replica alla “Sala delle Assicurazioni Generali” de “Il Rossetti” mercoledì 18 marzo alle ore 20,30
“Guarda Le Luci, Amore Mio”
Tratto dall’omonimo libro di Annie Ernaux
Con Valeria Solarino, Silvia Gallerano
Riduzione Drammaturgica Lorenzo Flabbi, Michela Cescon
Regia Michela Cescon
Scene, luci, costumi Dario Gessati
Sound Designer Shari DeLorian
Produzione “Teatro Stabile di Bolzano”, “Teatro Stabile di Torino -Teatro Nazionale”
in Collaborazione con “Teatro di Dioniso”, “Riccione Teatro” e “L’Orma Editore”