IL CUORE UMANO DI UN CONDOMINIO IN TRASFORMAZIONE UNA BRILLANTE IDEA DEL TRIO CRISTOFORI, PORETTI E ZOPPELLO

C’è qualcosa di profondamente riconoscibile, quasi domestico, nello spettacolo “Condominio Mon Amour”, eppure quella familiarità viene continuamente scossa, ribaltata, osservata da un’angolazione ironica e insieme inquieta, nella “Sala delle Assicurazioni Generali” de “Il Rossetti”, all’interno della proposta “ Scena Contemporanea Billante”, questo lavoro costruisce un piccolo mondo che somiglia molto al nostro, ma che si diverte a smascherarne le fragilità con una leggerezza mai superficiale.

Il cuore della vicenda si concentra su Angelo, Giacomo Poretti, un portinaio che non è soltanto un mestiere, ma una presenza, una figura che tiene insieme relazioni, gesti quotidiani, piccoli equilibri invisibili. Angelo è uno di quelli che non fanno rumore ma che, se improvvisamente mancassero, lascerebbero un vuoto difficilmente colmabile. In questo senso, il personaggio diventa subito qualcosa di più di un individuo: è una funzione umana, un presidio di attenzione e di cura che attraversa il tempo.

A dargli vita, come detto, è Giacomo Poretti, qui lontano da certe dinamiche comiche più note al grande pubblico, ma capace di mantenere intatto il suo senso del ritmo e della misura: il suo Angelo è trattenuto, mai caricaturale, costruito sui minimi dettagli: uno sguardo che si abbassa, un’esitazione, una parola detta con un filo di voce. E proprio in questa sottrazione che si trova la forza del personaggio.

Attorno a lui si muove un universo condominiale che sembra uscito da una memoria collettiva: anziani che cercano un punto di riferimento, signore che trasformano il portinaio in confidente, abitanti che delegano a lui ciò che non riescono o non vogliono affrontare, Angelo diventa così un nodo di relazioni, una presenza costante che accompagna, aiuta, ascolta. Non è mai invadente, ma è sempre necessario.

La quiete di questo piccolo mondo viene incrinata dall’arrivo di Caterina, interpretata da Daniela Cristofori, una figura che si inserisce con perfetta precisione nel sistema del palazzo; Caterina non porta con sé soltanto una novità narrativa, ma un cambiamento di prospettiva, il suo ruolo è quello di chi deve razionalizzare, tagliare, ridurre, eliminare ciò che appare superfluo.

Non si presenta mai come una antagonista dichiarata, e forse è proprio questo a renderla più incisiva. Il suo linguaggio è tecnico, apparentemente neutro, ma dietro quella neutralità si intravede una visione del mondo che misura tutto in termini di efficienza e la sua presenza introduce una frattura: ciò che prima era considerato essenziale in quanto umano, improvvisamente viene messo in discussione.

Il testo, scritto dagli stessi interpreti insieme a Marco Zoppello, che firma anche la regia, gioca con questa tensione senza mai trasformarla in una contrapposizione semplicistica, non c’è un vero “cattivo”, non c’è una morale esplicita da impartire, piuttosto, lo spettacolo mette in scena un processo: quello attraverso cui il mondo del lavoro e delle relazioni sta cambiando, spesso senza che ce ne accorgiamo davvero.

Si percepisce, lungo tutta la narrazione, una riflessione che nasce da un’osservazione concreta. Il portinaio, figura che un tempo rappresentava un punto fermo nella vita di molti condomini, oggi viene considerato un costo, qualcosa di sostituibile. E qui entra in gioco l’elemento che dà allo spettacolo una dimensione contemporanea più ampia: la possibilità che un’applicazione digitale prenda il posto di Angelo.

L’idea non viene mai trattata come una provocazione astratta, al contrario, viene inserita nel racconto con una naturalezza che fa quasi sorridere, almeno all’inizio. Si parla di funzioni automatizzate, di servizi digitali, di un sistema che promette di fare meglio, più velocemente, senza errori. Eppure, man mano che il discorso si sviluppa, emerge una domanda che resta sospesa: davvero tutto ciò che Angelo rappresenta può essere tradotto in un algoritmo?

Il testo suggerisce che il problema non è tanto la tecnologia in sé, quanto l’uso che se ne fa e la visione che la sostiene. In questo senso, Caterina diventa il simbolo di un cambiamento più grande, di una logica che tende a semplificare ciò che è complesso, a ridurre ciò che è umano ad una funzione.

C’è un momento, particolarmente riuscito, in cui il valore del portinaio viene evocato attraverso le sue azioni quotidiane, non sono grandi gesti, ma piccoli interventi: una parola di conforto, un aiuto pratico, una presenza discreta, ed è in queste azioni che si costruisce una rete di significati che nessuna applicazione può davvero replicare. Non si tratta solo di fare qualcosa, ma di esserci.

La regia di Marco Zoppello accompagna questa riflessione con una misura che evita ogni eccesso. Lo spazio scenico, curato da Stefano Zullo, è essenziale, suggerisce un interno condominiale senza mai definirlo completamente, lasciando che sia lo spettatore a riempire i vuoti con la propria immaginazione. Le luci di Matteo Pozzobon contribuiscono a creare atmosfere che seguono il tono emotivo delle scene, mentre le musiche originali di Giovanni Frison si inseriscono con discrezione, senza mai sovrastare la parola.

Nel corso dello spettacolo, si sviluppa un dialogo implicito tra passato e presente. Angelo rappresenta una forma di lavoro e di relazione che affonda le radici in un tempo in cui la presenza fisica, la conoscenza diretta, la fiducia reciproca erano elementi centrali. Caterina, invece, incarna un presente che guarda al futuro con strumenti diversi, più freddi, più distaccati.

Eppure, lo spettacolo non si limita a contrapporre queste due dimensioni. Piuttosto, le mette in relazione, mostrando come entrambe facciano parte di una realtà complessa. Non c’è nostalgia fine a sé stessa, ma nemmeno un’adesione acritica al nuovo. C’è, invece, una domanda aperta: cosa siamo disposti a perdere in nome dell’efficienza?

In questo senso, “Condominio Mon Amour” riesce a essere attuale senza risultare moraleggiante, il riferimento all’intelligenza artificiale e alle nuove professioni emerge come un’eco del nostro tempo ma non viene mai trasformato in un discorso teorico. Tutto passa attraverso i personaggi, le loro scelte, le loro reazioni.

Un altro elemento che colpisce è il modo in cui nello spettacolo si sviluppa il tono, l’ironia è sempre presente, ma non diventa mai una scorciatoia. Si ride, sì, ma spesso con una punta di amarezza, ci si accorge che dietro una battuta si nasconde qualcosa di vero. La comicità nasce dalle situazioni, dai dialoghi, dalla precisione con cui gli attori costruiscono i loro personaggi.

Giacomo Poretti dimostra qui una maturità interpretativa che va oltre la sua immagine più conosciuta. Il suo Angelo non cerca mai l’applauso facile, ma conquista lentamente, scena dopo scena. Daniela Cristofori, dal canto suo, costruisce una Caterina complessa, che non si lascia ridurre a una funzione narrativa, ma mantiene una sua coerenza interna.

Il risultato è uno spettacolo che coinvolge senza forzature, che invita a riflettere senza imporre una lettura unica. Al Teatro “Il Rossetti”, il pubblico si trova di fronte a una storia che parla di lavoro, di relazioni, di cambiamento, ma anche di identità.

Non è un caso che questo spettacolo trovi spazio nella programmazione della “Scena Contemporanea Brillante” de “Il Rossetti”, la sua capacità di parlare del presente attraverso una storia apparentemente semplice lo rende un esempio riuscito di teatro che sa essere accessibile e, allo stesso tempo, profondamente significativo.

E mentre si osserva Angelo muoversi tra i suoi doveri, tra le richieste degli inquilini e le nuove regole imposte dall’esterno, si ha la sensazione che la vera posta in gioco non sia soltanto il suo lavoro, ma qualcosa di più grande: il valore stesso della presenza umana in un mondo che tende a sostituirla.

  • Regia di Marco Zoppello. Scritta da Daniela Cristofori, Giacomo Poretti e Marco Zoppello
  • Interpreti Giacomo Poretti, Daniela Cristofori e Marco Zoppello. .Scene di Stefano Zullo.
  • Costumi di Eleonora Rossi.
  • Disegno Luci di Matteo Pozzobon.
  • Musiche originali di Giovanni Frison.
  • Produzione “Centro di Produzione Teatro de Gli Incamminati”, con il sostegno di “GiGroup”.
  • Assistente alla regia: Irene Consonni