
Ci sono anniversari che appartengono al calendario e anniversari che appartengono alla storia. Il sessantesimo “Festival Teatrale di Borgo Verezzi” appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non si tratta soltanto di celebrare una manifestazione che ha raggiunto un traguardo prestigioso, ma di riconoscere il valore di un patrimonio culturale che nel corso di sei decenni ha saputo trasformarsi in una delle realtà più autorevoli e riconoscibili del teatro italiano.

Sessanta edizioni rappresentano infatti molto più di una semplice successione di stagioni estive. Sono il risultato di un percorso costruito attraverso il lavoro di amministrazioni, direzioni artistiche, compagnie, interpreti, tecnici e spettatori che hanno contribuito a fare del Festival una vera istituzione culturale. Una storia che si intreccia profondamente con quella di Borgio Verezzi e che nel tempo ha saputo superare i confini della Liguria per conquistare una dimensione nazionale.

In questi sessant’anni il Festival ha accolto alcuni tra i maggiori protagonisti della scena italiana, ha promosso nuove produzioni, ha favorito l’incontro tra generazioni di artisti e ha consolidato un rapporto unico tra teatro e paesaggio. Un legame che continua a rappresentare uno degli elementi distintivi della manifestazione e che rende ogni spettacolo un’esperienza irripetibile.

Il fascino di Borgio Verezzi non risiede soltanto nella suggestione della celebre Piazza Sant’Agostino, autentico simbolo del Festival, ma nella capacità dell’intero borgo di trasformarsi in un luogo della rappresentazione. Le pietre antiche, gli scorci sul mare, le piazze, i vicoli e gli spazi della memoria collettiva diventano parte integrante della narrazione scenica, contribuendo a creare un dialogo costante tra arte e territorio.

È in questa prospettiva che va letta la sessantesima edizione, concepita dal direttore artistico Maximilian Nisi non come una semplice celebrazione commemorativa ma come una riflessione sul significato stesso del teatro.

Attore, regista e uomo di teatro dalla solida esperienza artistica, Nisi ha scelto di affrontare questo importante anniversario attraverso un progetto culturale che pone al centro il rapporto tra il tempo e la condizione umana. Una scelta tutt’altro che casuale. Dopo sessant’anni di storia, il Festival si trova infatti nella condizione ideale per interrogarsi sulla propria memoria, sul valore della tradizione e sulla capacità del teatro di rinnovarsi mantenendo intatta la propria funzione.
Nella visione del direttore artistico il teatro continua a essere uno dei pochi luoghi in cui il tempo perde la sua dimensione ordinaria. Sul palcoscenico passato e presente convivono, le epoche dialogano tra loro e le grandi domande dell’esistenza tornano continuamente a manifestarsi sotto forme diverse. I personaggi della tragedia greca, gli eroi della commedia, le figure della grande letteratura e i protagonisti della contemporaneità finiscono così per condividere lo stesso spazio simbolico, dimostrando come le passioni umane restino sorprendentemente immutate.


Da questa riflessione nasce il tema che attraversa l’intera edizione: il tempo come memoria, trasformazione, attesa, ritorno e mistero. Un tempo che nel teatro non procede mai in linea retta ma si stratifica, si sovrappone e continuamente si rigenera attraverso il racconto.
Per Nisi il teatro conserva inoltre una dimensione di incanto che nessuna innovazione tecnologica è riuscita a sostituire. È il luogo in cui l’immaginazione continua a produrre meraviglia, in cui la parola scenica restituisce profondità alle relazioni umane e in cui il pubblico viene invitato a guardare la realtà da prospettive nuove. Una concezione che attraversa l’intero cartellone e che restituisce grande coerenza artistica alla programmazione.
Non sorprende dunque che il percorso della sessantesima edizione sia costruito attorno a figure sospese tra mondi differenti, personaggi che vivono sul confine tra memoria e presente, tra desiderio e destino, tra realtà e rappresentazione.
Ma il sessantesimo Festival non guarda soltanto alla scena. Guarda anche al proprio ruolo culturale e civile.

Lo dimostra l’attenzione dedicata alla valorizzazione del talento attraverso i riconoscimenti che da anni accompagnano la manifestazione. Il Premio “Camera di Commercio Riviere di Liguria” continua a rappresentare un importante attestato di gradimento del pubblico, premiando lo spettacolo che ha avuto la maggior affluenza di pubblico della stagione precedente. Il Premio “Fondazione Agostino De Mari” conferma invece l’attenzione verso la crescita artistica delle nuove generazioni di interpreti, mentre il Premio “Mulino Fenicio” mantiene viva l’attenzione verso quell’arte spesso silenziosa ma fondamentale che è la scenografia, elemento essenziale nella costruzione dell’immaginario teatrale.
Anche in questa attenzione ai premi emerge una precisa idea di cultura: non limitarsi a ospitare il teatro, ma contribuire concretamente alla sua crescita e alla valorizzazione delle professionalità che lo rendono possibile.
Particolarmente significativa appare inoltre la volontà di coinvolgere i giovani in un percorso che va oltre la semplice fruizione degli spettacoli. Le collaborazioni con il Barone Rampante, con l’Accademia Ligustica di Belle Arti e con gli studenti dell’Istituto Falcone testimoniano la volontà di costruire un dialogo tra generazioni e di affidare alle nuove sensibilità il compito di interpretare e raccontare il Festival.

È una scelta che guarda lontano e che si inserisce perfettamente nello spirito di una manifestazione che da sessant’anni vive grazie alla capacità di rinnovarsi senza tradire la propria identità.
Anche per questo la sessantesima edizione si presenta come un grande racconto corale che coinvolgerà non soltanto la storica Piazza Sant’Agostino ma diversi luoghi simbolici di Borgio Verezzi. Il Torrione, Piazza San Pietro, il Teatro Gassman e perfino le suggestive Grotte del Valdemino diventeranno scenari di incontri, spettacoli, approfondimenti e momenti di confronto, trasformando il borgo in un articolato laboratorio culturale a cielo aperto.
Il Festival conferma così la propria natura di evento diffuso, capace di intrecciare spettacolo e territorio, memoria e contemporaneità, tradizione e innovazione.

All’interno di questa cornice si inserisce un cartellone di straordinario livello che riunisce alcuni tra i più autorevoli registi e interpreti del panorama nazionale.
Sarà il “Don Giovanni” di Molière, in scena l’8 e il 9 luglio con la regia di Carlo Sciaccaluga e l’interpretazione di Simone Toni ed Enzo Paci, ad aprire ufficialmente la sessantesima edizione.
Una scelta che appare emblematica. Don Giovanni continua infatti a essere una delle figure più enigmatiche e universali della storia del teatro occidentale. Ribelle, seduttore, provocatore, incarna il conflitto eterno tra libertà individuale e responsabilità morale, tra desiderio e conseguenze, tra presente e memoria. Un personaggio che attraversa i secoli senza perdere la propria capacità di interrogare il pubblico e che inaugura perfettamente il percorso artistico immaginato da Maximilian Nisi.



Se Don Giovanni inaugura il percorso della sessantesima edizione interrogando il rapporto tra desiderio, libertà e responsabilità, il programma del Festival prosegue addentrandosi in territori altrettanto profondi, dove la memoria individuale si intreccia con quella collettiva e il teatro dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di rendere contemporanei i grandi temi dell’esistenza.
L’11 e il 12 luglio sarà la volta di “Elettra 1944”, scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti, una delle personalità più interessanti della nuova regia italiana. Lo spettacolo vede protagonisti Pamela Villoresi, Giulio Corso, Francesco Foti e Alice Spisa, interpreti capaci di dare forza e intensità a una drammaturgia che costruisce un ponte tra la tragedia classica e la storia del Novecento.
L’intuizione di Nicoletti consiste nel trasportare il mito di Elettra nella Roma occupata durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Una scelta che non rappresenta un semplice esercizio di attualizzazione, ma una vera operazione culturale. Il dolore, il desiderio di giustizia, il peso della memoria e il conflitto tra vendetta e riconciliazione che animavano la tragedia antica ritrovano una nuova e potente attualità all’interno di uno dei periodi più drammatici della storia italiana.

Anche qui ritorna una delle riflessioni che attraversano l’intero progetto artistico di Maximilian Nisi: il passato non è mai realmente concluso. Continua a vivere nelle coscienze, nelle relazioni e nelle scelte del presente. Il teatro diventa così il luogo privilegiato in cui la memoria può essere interrogata e trasformata in consapevolezza.
Il Festival prosegue poi con due spettacoli che affrontano il tema del tempo da una prospettiva diversa, più intima ma non meno universale.
Il 14 e il 15 luglio Milena Vukotic sarà protagonista de “L’Inconveniente”, diretta da Luca Manfredi. Attrice amatissima dal pubblico italiano e interprete di rara sensibilità, Vukotic affronta un testo che alterna leggerezza e profondità, ironia e malinconia, restituendo dignità e complessità a una stagione della vita troppo spesso raccontata attraverso stereotipi.

La regia di Manfredi accompagna con eleganza una vicenda che parla di fragilità, cambiamenti e nuove possibilità, confermando come il teatro sappia affrontare temi delicati senza rinunciare all’intelligenza del sorriso.
Pochi giorni dopo, il 17 e il 18 luglio, sarà la volta di “Terzo Tempo”, tratto dall’omonimo romanzo di Lidia Ravera e affidato alla regia di Emanuela Giordano. Sul palco due interpreti di grande esperienza e personalità come Lucia Vasini e Paolo Hendel.

Anche in questo caso il Festival affronta il tema dell’età matura con uno sguardo lontano da ogni retorica. I protagonisti si confrontano con il passare degli anni senza rinunciare al desiderio, alla curiosità e alla capacità di immaginare il futuro. È una riflessione che assume particolare significato all’interno di un’edizione dedicata proprio al rapporto tra il tempo e la vita, ricordandoci che ogni stagione dell’esistenza conserva la possibilità di nuove scoperte.
Il 21 e il 22 luglio il cartellone si apre alla raffinata drammaturgia contemporanea con “Tre variazioni della vita” di Yasmina Reza, autrice capace come pochi di raccontare le contraddizioni della società contemporanea.
La regia di Luigi Saravo guida un cast composto da Ugo Dighero, Mariangeles Torres, Alberto Giusta e Laura Mazzi in una commedia intelligente e spietata che mette in discussione il concetto stesso di verità.

La Reza costruisce infatti un sofisticato gioco teatrale in cui una medesima situazione viene raccontata attraverso differenti possibilità narrative. Ne emerge un ritratto acuto delle relazioni umane, delle fragilità individuali e dei meccanismi che regolano i rapporti sociali. Nulla appare definitivo, tutto cambia a seconda del punto di osservazione. Una lezione di teatro e di umanità che conferma la straordinaria attualità della sua scrittura.
Il 25 e il 26 luglio arriverà invece uno degli appuntamenti più attesi dell’intero Festival: “Orlando, la commedia”, adattamento e regia di Giuseppe Dipasquale tratto dal celebre romanzo di Virginia Woolf.
Viola Graziosi, Arturo Cirillo e David Coco danno vita a una produzione che affronta uno dei temi più affascinanti della letteratura moderna: la costruzione dell’identità.

Orlando attraversa secoli di storia, muta prospettiva, cambia condizione e continua a interrogarsi sul significato dell’essere umano. Il personaggio creato dalla Woolf diventa così simbolo della libertà individuale e della continua trasformazione che accompagna ogni esistenza.
Ancora una volta il Festival dimostra la propria capacità di affrontare questioni profondamente contemporanee attraverso la forza dei grandi classici.
La seconda parte del cartellone continua a sviluppare il dialogo tra tradizione e innovazione che caratterizza l’intera programmazione. Il percorso artistico immaginato per il sessantesimo Festival prosegue poi con due produzioni che, pur molto diverse tra loro per linguaggio e ambientazione, sembrano dialogare perfettamente con il tema scelto da Maximilian Nisi, esplorando quel territorio fragile e affascinante in cui memoria, identità e relazioni si confrontano con il mistero dell’esistenza.
Il 28 e 29 luglio, al Teatro Gassman di Borgio, andrà in scena in prima nazionale “Ci vediamo all’alba” della drammaturga scozzese Zinnie Harris, autrice tra le più apprezzate del teatro contemporaneo europeo. Lo spettacolo, tradotto e adattato da Monica Capuani, porta la firma registica di Davide Livermore, protagonista da anni della scena teatrale e lirica internazionale, capace di coniugare ricerca artistica e grande impatto visivo.

©Laila Pozzo


Sul palco due interpreti di straordinaria intensità come Anna Della Rosa e Linda Gennari daranno voce a una storia sospesa tra realtà e dimensione interiore. Partendo da una suggestione che richiama il mito di Orfeo ed Euridice, la Harris costruisce un racconto che si addentra nei territori del dolore, della perdita e dell’elaborazione del lutto. Il mito antico viene completamente riletto e trasportato in una dimensione contemporanea, dove il confine tra ciò che è accaduto e ciò che viene immaginato si fa sempre più sottile.
La regia di Livermore sembra inserirsi perfettamente nel disegno culturale del Festival. Il mare, il naufragio, la ricerca di un orientamento e la progressiva trasformazione della realtà diventano metafore di un viaggio interiore che conduce lo spettatore nelle zone più profonde della coscienza. È un teatro che non offre risposte immediate, ma invita a confrontarsi con le domande più intime dell’esistenza, restituendo alla scena quella dimensione di mistero e di incanto che Maximilian Nisi individua come una delle caratteristiche essenziali dell’esperienza teatrale.
Il passaggio successivo conduce invece il pubblico verso una delle opere più emblematiche della riflessione filosofica del Novecento.
Il 30 e 31 luglio, nella cornice di Piazza Sant’Agostino, debutterà in prima nazionale “Huis Clos – L’inferno sono gli altri” di Jean-Paul Sartre, con la regia dello stesso Maximilian Nisi.
La scelta di inserire questo capolavoro nel programma della sessantesima edizione appare particolarmente significativa perché rappresenta forse una delle più compiute espressioni del tema delle relazioni umane che attraversa l’intero Festival.


Nella celebre opera del filosofo francese, tre personaggi si ritrovano costretti a convivere in uno spazio chiuso dal quale non possono fuggire. Progressivamente comprendono che la loro vera condanna non consiste in torture fisiche o castighi soprannaturali, ma nello sguardo dell’altro, nel giudizio reciproco, nell’impossibilità di sottrarsi al confronto con se stessi attraverso gli occhi altrui.
È proprio da questa intuizione che nasce la celebre affermazione «l’inferno sono gli altri», una frase spesso semplificata ma che, nella riflessione del pensiero di Sartre, rivela tutta la complessità dei rapporti umani.
La regia di Nisi sembra raccogliere e sviluppare questa riflessione collocandola all’interno del percorso culturale dell’intera manifestazione. Le relazioni diventano infatti il luogo in cui il passato ritorna, le responsabilità emergono e le identità vengono continuamente messe alla prova. Non esiste possibilità di isolamento assoluto: ogni individuo si definisce nel rapporto con gli altri, nei legami che costruisce, nei conflitti che attraversa, nelle immagini che restituisce e riceve.
Interpretato da Gaia Capelli, Gaia De Giorgi, Iacopo Ferro e Pietro Ramello, lo spettacolo rappresenta anche uno dei momenti più personali dell’intera programmazione, permettendo al direttore artistico di confrontarsi direttamente con uno dei testi che meglio incarnano la sua riflessione sul tempo delle relazioni.
Le musiche originali di Stefano De Meo, insieme alle scene e ai costumi realizzati da Anna Varaldo in collaborazione con l’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, testimoniano inoltre la volontà del Festival di continuare a investire sui giovani e sulla formazione, creando un dialogo concreto tra professionisti affermati e nuove generazioni di artisti.
Il mese di agosto prosegue lungo la medesima traiettoria culturale, alternando drammaturgia contemporanea, teatro di tradizione, musica e riletture dei grandi classici, in un dialogo continuo tra passato e presente che rappresenta uno dei tratti distintivi dell’intero progetto artistico.
Il 2 e 3 agosto, in Piazza Sant’Agostino, debutterà in prima nazionale “Uno scherzo del genere” della giovane autrice canadese Jade-Rose Parker, nella versione italiana di Virginia Acqua e con la regia di Gabriel Olivares. Protagonisti della commedia saranno Emanuela Grimalda e Gianluca Ramazzotti, affiancati da Mauro Conte e Virginia Bonacini.
Tra ironia e provocazione, il testo affronta con intelligenza temi estremamente attuali legati all’identità, ai rapporti di potere e alle convenzioni sociali che continuano a condizionare la vita quotidiana. Attraverso il linguaggio brillante della commedia, la Parker invita il pubblico a interrogarsi sui meccanismi culturali che influenzano le relazioni tra uomini e donne, offrendo una riflessione che unisce leggerezza e profondità. La presenza di questo titolo all’interno del Festival conferma ancora una volta l’attenzione di Maximilian Nisi verso una drammaturgia contemporanea capace di confrontarsi con le trasformazioni della società senza rinunciare alla qualità della scrittura teatrale.


Accanto a questo sguardo rivolto al presente trova spazio una delle tradizioni più antiche e affascinanti della scena italiana con “Scaramuccia”, produzione di Stivalaccio Teatro in coproduzione con il Teatro Stabile del Veneto e il Teatro Stabile di Bolzano, ideata e diretta da Marco Zoppello.
Lo spettacolo conduce il pubblico nel Mediterraneo del Seicento, tra Venezia e Creta, in un racconto che intreccia amore, avventura, intrighi e conflitti. Attraverso il linguaggio della Commedia dell’Arte, le maschere, i duelli, la musica e la comicità popolare ritrovano una sorprendente vitalità contemporanea. Non si tratta di una semplice operazione filologica, ma della dimostrazione di come una tradizione secolare possa continuare a parlare agli spettatori di oggi con energia e immediatezza.
Anche questa scelta dialoga con la riflessione proposta da Nisi. La maschera, elemento centrale della Commedia dell’Arte, rappresenta infatti uno dei simboli più evidenti di quel tempo teatrale sospeso che attraversa le epoche e sopravvive alle trasformazioni della storia, rinnovando continuamente il proprio significato.
Il 9 agosto il Festival si sposterà nella suggestiva cornice del Torrione Medievale per celebrare un anniversario particolarmente significativo per la cultura italiana: il bicentenario della nascita di Carlo Collodi.
“Le avventure di Pinocchio. Raccontate da lui medesimo”, diretto e interpretato da Flavio Albanese, restituisce nuova vita a uno dei personaggi più universali della letteratura. Accompagnato dalle celebri musiche di Fiorenzo Carpi, composte per il memorabile sceneggiato televisivo di Luigi Comencini, Albanese conduce il pubblico all’interno di una narrazione che alterna racconto, evocazione e teatro di fantasia.

Pinocchio continua a rappresentare molto più di una semplice figura destinata all’infanzia. È il simbolo della crescita, dell’errore, della scoperta e della continua ricerca di sé. La sua vicenda attraversa generazioni e culture, conservando intatta la capacità di parlare a pubblici di ogni età. Nel contesto della sessantesima edizione, il celebre burattino diventa anche metafora di quel percorso di trasformazione che accompagna ogni esistenza e che costituisce uno dei temi portanti dell’intera programmazione.
Il 10 e 11 agosto il Festival rende omaggio a uno dei padri della drammaturgia italiana con “La cameriera brillante” di Carlo Goldoni, affidata alla regia di Ferdinando Ceriani.
In scena un cast guidato da Miriam Mesturino e Franco Oppini, affiancati da Luca Negroni e da un gruppo di interpreti che restituiscono vitalità a una delle commedie meno frequentate, ma non meno significative, del repertorio goldoniano.


Scritta nel pieno della maturità artistica dell’autore veneziano, l’opera appare oggi come una sorta di sintesi dei temi che attraversano gran parte della sua produzione: il confronto tra classi sociali, gli equilibri familiari, gli inganni, le ambizioni e il desiderio di costruire il proprio destino. Al centro della vicenda emerge la figura di Argentina, cameriera intelligente e intraprendente, che attraverso l’astuzia e la capacità di comprendere gli altri riesce a riportare armonia in una situazione apparentemente irrisolvibile.

La presenza di Goldoni nel cartellone assume un valore particolare all’interno di un’edizione che riflette sul rapporto tra memoria e contemporaneità. La sua straordinaria capacità di osservare i comportamenti umani continua infatti a parlare con sorprendente immediatezza al pubblico del XXI secolo.
Il 13 agosto il Festival offrirà infine uno degli appuntamenti più originali e raffinati dell’intera programmazione.
“Rosso Veneziano – Goldoni vs Vivaldi”, scritto e diretto da Mauro Canova, vedrà Maximilian Nisi impegnato in qualità di voce recitante accanto all’Ensemble MusAntica.

Lo spettacolo nasce dall’incontro tra teatro e musica e prende spunto dal reale rapporto tra Carlo Goldoni e Antonio Vivaldi, due figure fondamentali della cultura veneziana del Settecento. Attraverso le pagine dei Mémoires goldoniani e l’esecuzione delle composizioni del celebre “Prete Rosso”, prende forma un dialogo ideale tra due personalità profondamente diverse ma ugualmente rappresentative della straordinaria stagione culturale della Serenissima.
La presenza diretta di Nisi in scena assume un significato particolare. Dopo aver guidato il Festival come direttore artistico e aver firmato la regia di “Huis Clos”, torna davanti al pubblico come interprete, riaffermando quella visione del teatro come esperienza condivisa che caratterizza il suo percorso umano e professionale.
Non è difficile riconoscere, anche in questo spettacolo, il filo conduttore che attraversa l’intera sessantesima edizione. Ancora una volta il passato viene interrogato per comprendere il presente, la memoria si trasforma in racconto e il teatro diventa il luogo privilegiato in cui linguaggi differenti possono incontrarsi e dialogare.
Giunti a questo punto del percorso, appare evidente come il progetto costruito da Maximilian Nisi non sia una semplice successione di titoli prestigiosi. Il cartellone si presenta come una riflessione organica sul tempo, sulle relazioni e sulla capacità del teatro di custodire e rinnovare continuamente la memoria collettiva. È questo il significato più profondo del sessantesimo anniversario del Festival di Borgio Verezzi: non celebrare soltanto una lunga storia, ma dimostrare come quella storia continui a vivere, a interrogare il presente e a costruire il futuro.
Con questi appuntamenti il Festival completa idealmente il percorso avviato all’inizio della manifestazione. Dai grandi miti della tradizione classica alle inquietudini della contemporaneità, dalle figure leggendarie di Don Giovanni ed Elettra alle domande filosofiche di Sartre, il cartellone costruisce una riflessione coerente e articolata sulla natura umana, sul trascorrere del tempo e sul valore delle relazioni.
Una riflessione che trova proprio nel teatro il suo luogo privilegiato. Perché se esiste un’arte capace di mettere in dialogo passato e presente, memoria e desiderio, individuo e comunità, questa è senza dubbio il teatro. Ed è forse proprio questa la ragione più profonda che rende così significativo il sessantesimo anniversario del Festival di Borgio Verezzi: la consapevolezza che, dopo sei decenni di storia, il teatro continua a essere uno strumento insostituibile per comprendere il mondo e comprendere noi stessi.
Ricordiamo che Maximilian Nisi appartiene infatti a quella categoria di uomini di teatro che conoscono profondamente la scena perché la vivono quotidianamente. La sua esperienza artistica gli consente di costruire un cartellone che non nasce da una semplice selezione di titoli, ma da una precisa idea culturale. Ogni spettacolo dialoga con gli altri, ogni scelta contribuisce alla costruzione di un percorso unitario che accompagna lo spettatore attraverso differenti visioni del tempo, della memoria e delle relazioni umane.
È una concezione del Festival che richiama la tradizione delle grandi direzioni artistiche italiane, dove il cartellone non è una somma di eventi ma un progetto organico capace di sviluppare un pensiero.
Particolarmente significativa appare anche la presenza di appuntamenti speciali dedicati alla storia della manifestazione. Sessant’anni di attività rappresentano infatti un patrimonio che merita di essere raccontato e condiviso.
L’anniversario offrirà l’occasione per ripercorrere le tappe fondamentali di un’avventura culturale che ha visto alternarsi sul palco di Borgio Verezzi alcuni tra i più importanti nomi del teatro italiano. Registi, attori, scenografi, autori e tecnici hanno contribuito nel tempo a costruire il prestigio di una manifestazione che oggi rappresenta un punto di riferimento riconosciuto ben oltre i confini regionali.
Ma il valore del Festival non risiede soltanto nella sua storia artistica, come sottolineato anche dall’amministrazione comunale, la manifestazione ha avuto un ruolo determinante nella costruzione dell’identità culturale di Borgio Verezzi. Ha contribuito a promuovere il territorio, a valorizzarne il patrimonio storico e paesaggistico e a creare un forte senso di appartenenza comunitaria.
In questo senso il Festival non è soltanto un evento culturale. È una componente essenziale della vita del paese, un luogo di incontro tra generazioni diverse e un’occasione di crescita collettiva.
Sessanta anni dopo la prima edizione, il suo significato appare forse ancora più evidente. In una società caratterizzata dalla velocità, dalla frammentazione e dalla comunicazione immediata, il teatro continua a offrire qualcosa di insostituibile: il tempo dell’ascolto, della riflessione e dell’incontro umano.
È probabilmente questa la vera lezione che emerge dal progetto costruito da Maximilian Nisi per il sessantesimo anniversario. Il teatro continua a essere uno spazio privilegiato in cui la memoria dialoga con il presente, le differenze si trasformano in confronto e le storie diventano strumenti per comprendere meglio noi stessi.
Sessanta anni dopo l’inizio di questa straordinaria avventura culturale, Borgio Verezzi continua dunque a guardare avanti senza dimenticare il proprio passato. E lo fa attraverso ciò che da sempre rappresenta la sua forza più autentica: il teatro.
Un teatro che cambia linguaggi, attraversa generazioni, accoglie nuovi protagonisti e continua a rinnovare il proprio incanto. Un teatro che, sotto le stelle di Borgio Verezzi, rinnova ogni estate il dialogo tra artisti e pubblico, confermando il valore di una tradizione che non appartiene soltanto alla memoria, ma continua a vivere nel presente e a costruire il futuro.
Per info e biglietti: https://www.festivalverezzi.it/
