foto di Federico Pitto

Il lutto si addice a Elettra” si impone come un viaggio profondo e doloroso della coscienza umana, un’opera che scava senza generosità nei nodi irrisolti della colpa, della responsabilità e del desiderio di giustizia. La tragedia classica, filtrata dalla scrittura di Eugene O’Neill, viene qui riportata a una dimensione intima e lacerante, dove il mito non è più racconto distante ma materia viva, pulsante, che interroga direttamente lo spettatore. Al centro di tutto c’è Elettra, figura spezzata e incandescente, sospesa tra l’obbedienza a un dovere ereditato e l’impossibilità morale di sostenerne il peso senza distruggersi.

O’Neill, tra le voci più radicali del teatro del Novecento americano, ha sempre fatto della scena un luogo di esposizione dell’animo umano. La sua scrittura non cerca consolazione né equilibrio: mette l’uomo di fronte alle proprie fratture, alla memoria familiare come ferita aperta, al passato che continua a esercitare un dominio silenzioso sul presente. In “Il lutto si addice a Elettra”, questo sguardo si fa ancora più implacabile. La tragedia antica viene attraversata dalla psicoanalisi, dalla colpa ereditaria, dal senso di un destino che non è imposto dagli “dèi” ma costruito dalle scelte e dalle omissioni degli esseri umani.

La messinscena, affidata alla regia di Livermore, riesce a tenere insieme queste dimensioni senza mai appesantirle. Il mito non è illustrato, ma evocato; la psicologia non è spiegata, ma incarnata. I personaggi si muovono come se fossero prigionieri di una casa mentale prima ancora che di uno spazio fisico. La regia lavora per stratificazioni emotive, lasciando emergere lentamente il senso di oppressione, di sospensione, di attesa che permea l’intera vicenda. Nulla è gridato, ma tutto è carico di una tensione costante che non concede tregua.

La struttura dello spettacolo alterna momenti di immobilità carica a improvvise fratture emotive. I silenzi non sono pause, ma abissi. Gli sguardi contengono più parole di quanto ne vengano pronunciate. Ogni gesto sembra trattenere una storia che non può essere detta fino in fondo. In questo equilibrio fragile, la regia trova la sua forza: lascia che il conflitto emerga per accumulo, non per effetto, rendendo lo spettatore parte di un processo lento e doloroso.

Il testo di O’Neill, pur ancorato a una forma tragica, vibra di una modernità inquietante. Il linguaggio è diretto, talvolta spoglio, ma attraversato da un’energia simbolica potente. I dialoghi non servono a far avanzare l’azione, bensì a mettere a nudo le contraddizioni morali dei personaggi. I monologhi diventano veri e propri spazi di confessione, in cui la coscienza si espone senza difese. È una scrittura che chiede molto a chi la interpreta, perché non permette scorciatoie emotive né soluzioni di superficie.

Il lavoro sonoro accompagna la scena non con discrezione, ne fa parte seguendo gestualità, moti d’ira cronometricamente segnano il gesti, gli impulsi d’ira che possono sfociare in una sedia sbattuta a terra da questo o quel protagonista evidenziando e amplificando quel singolo gesto, intervenendo nei momenti chiave come una vibrazione sotterranea e la cosa più ingegnosa e che da miglior comprensione al dramma è il sipario interno che cala non tanto per cambiar l’interno scena, ma che divide a capitoli lo spettacolo quasi fosse un libro, una mossa geniale e da applauso. Non guida l’emozione, ma la disturba, la incrina, la rende instabile. I suoni, talvolta appena percettibili, contribuiscono a creare un clima di inquietudine costante, come se qualcosa di irrisolto continuasse a premere sotto la superficie della vicenda. Le luci, dal canto loro, disegnano uno spazio psicologico più che realistico: zone d’ombra, tagli improvvisi, chiaroscuri netti che riflettono le fratture interiori dei personaggi e le distanze emotive che li separano.

La scenografia sceglie la via dell’essenzialità, rinunciando a qualsiasi compiacimento visivo. Pochi elementi, mai decorativi, diventano presenze simboliche, cariche di senso. Lo spazio si trasforma così in un contenitore emotivo, un luogo della memoria e della colpa, in cui i personaggi sembrano muoversi come dentro una prigione invisibile. Questa scelta rafforza l’impatto del testo e permette allo spettatore di concentrarsi sulle relazioni, sui non detti, sulle tensioni che attraversano ogni incontro.

Paolo Pierobon offre una prova di grande rigore nel ruolo del padre, figura centrale e ambigua, autoritaria ma attraversata da crepe profonde. Il suo personaggio non è mai monolitico: dietro la fermezza emerge una fragilità trattenuta, un senso di colpa che filtra nei gesti, nelle esitazioni, nel modo in cui la parola a volte sembra pesare più del dovuto. Pierobon costruisce un ritratto complesso, fatto di controllo e cedimenti, rendendo il patriarca una presenza inquietante e dolorosamente umana.

Elisabetta Pozzi affronta Elettra con un’intensità encomiabile, che non cerca l’effetto, ma la verità emotiva. La sua interpretazione è tutta giocata su un equilibrio instabile tra durezza e vulnerabilità. La rabbia non esplode mai in maniera gratuita, ma si accumula, si stratifica, diventa tensione interna: tragedia e passione si fondono in lei, simbolo di vendetta e corruzione emotiva. La sua presenza scuote la famiglia dall’interno, rivelando contrasti morali e tensioni profonde che echeggiano la Elettra classica . Pozzi restituisce una Elettra lacerata, costantemente in bilico tra la fedeltà a un mandato che sente come inevitabile e la consapevolezza del prezzo morale che quel mandato comporta. Ogni pausa, ogni variazione di voce, ogni immobilità contribuisce a rendere visibile il dubbio che attraversa il personaggio come una ferita aperta.

Linda Gennari, nel ruolo di Lavinia Mannon, costruisce una figura di rara profondità e potenza scenica e nel dramma segue , incantando il pubblico forse consapevolmente che alla fine sarebbe stata uccisa dal suo sesso figlio. La sua interpretazione restituisce tutta la complessità di una donna sospesa tra protezione e impotenza, tra amore e senso di colpa. Gennari lavora su una recitazione misurata, mai esibita, capace di far emergere il dolore senza renderlo esplicito. La sua presenza rafforza l’equilibrio emotivo dello spettacolo, aggiungendo una tonalità più intima e struggente al tessuto drammatico, forse l’unica vittima, nonostante il suo tradimento del dramma.

Accanto a loro, Aldo Ottobrino interpreta Adam Brant come una figura inquieta, esterna e al tempo stesso centrale nella dinamica familiare. Il suo personaggio porta con sé una tensione diversa, fatta di desiderio di appartenenza e di conflitto interiore. Ottobrino riesce a restituire questa ambiguità con sensibilità, evitando ogni semplificazione. La sua recitazione contribuisce a mantenere vivo il senso di instabilità che attraversa l’intera opera.

La forza del cast emerge soprattutto nella capacità di sostenere la densità morale del testo. Non ci sono ruoli secondari: ogni personaggio è parte di un sistema emotivo complesso, in cui le relazioni diventano il vero campo di battaglia e quindi un plauso per il “cambio in corsa” di due attori per motivi di salute ed altro: Orin Mannon è stato interpretato egregiamente da Davide Niccolini , un ruolo chiave per la svolta finale del dramma, è riuscito a far trasudare il suo complesso di Edipo e le sue frustrazioni mentali in maniera superba e Peter Niles da Diego Cerami, altro personaggio chiave del dramma: nel risucchio di colpa e tragedia, rappresenta la lucidità e l’ingenuità morale, un personaggio che porta equilibrio e umanità dove tutto attorno crolla nella follia

La tensione tra Pozzi e Pierobon, in particolare, attraversa lo spettacolo come una corrente sotterranea, dando forma concreta al conflitto tra autorità e ribellione, tra eredità e rifiuto.

Il senso profondo dello spettacolo risiede nella sua capacità di interrogare il rapporto tra impulso e coscienza, tra desiderio di giustizia e responsabilità individuale. “Il Lutto si Addice a Elettra” non è soltanto una tragedia familiare, ma una riflessione aspra sull’essere umano e sui meccanismi che governano le sue scelte. Il dubbio non è debolezza, ma condizione necessaria per guardare in faccia le conseguenze delle proprie azioni.

La messa in scena riesce a restituire tutta la complessità della poetica di O’Neill senza tradirne la efficacia. È un teatro che non cerca rassicurazione, che non offre risposte semplici, Alla fine, ciò che resta allo spettatore non è una morale, ma una sensazione persistente di inquietudine e lucidità.

Uno spettacolo di altissimo livello con un apprezzamento riconosciuto e applaudito dal pubblico de “Il Rossetti”

In replica alla “Sala delle Assicurazioni Generali” de “Il Rossetti” Venerdì 6 Febbraio alle ore 20.30, sabato 7 Febbraio alle ore 1930 e Domenica 8 Febbraio alle ore 16

IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA

Di Eugene ONeill

Regia Davide Livermore

Regista assistente Mercedes Martini

Traduzione e adattamento Margherita Rubino

Personaggi e interpreti:

Christine Mannon, Elisabetta Pozzi

Ezra Mannon, Paolo Pierobon

Lavinia Mannon, Linda Gennari

Orin Mannon, Diego Cerami

Adam Brant, Aldo Ottobrino

Hazel Niles, Carolina Rapillo

Peter Niles, Diego Cerami

Scene Davide Livermore

Costumi Gianluca Falaschi

Musiche Daniele DAngelo

Luci Aldo Mantovani

Produzione “Teatro Nazionale” di Genova