Raccontare “Francesco” significa prima di tutto accettare una sfida: trasformare in parola scenica una figura che appartiene insieme alla storia, alla spiritualità e all’immaginario collettivo. Lo spettacolo di Aldo Cazzullo, accompagnato dalla presenza musicale di Angelo Branduardi e dal pianoforte del nostro musicista triestino Fabio Valdemarin, si muove proprio in questo territorio complesso, cercando un equilibrio tra narrazione, evocazione e riflessione. Le luci di Stefano Dellepiane e Andrea Garibaldi diventano parte integrante di questo disegno, non come semplice cornice ma come elemento narrativo vero e proprio.

Nella “Sala delle Assicurazioni Generali”, lo spettacolo prende forma senza bisogno di artifici ridondanti. È un lavoro che punta sull’essenziale, sulla parola e sulla musica come strumenti primari. Non si tratta di una ricostruzione didascalica della vita di San Francesco d’Assisi, quanto piuttosto di una rilettura che prova a restituire il senso di una rivoluzione interiore e collettiva. Una rivoluzione silenziosa, lontana da ogni gesto eclatante, ma capace di incidere nel tempo con una forza sorprendente.

Cazzullo costruisce il racconto come un filo continuo, senza appesantirlo con un tono celebrativo. La sua voce si muove tra episodi noti e passaggi meno frequentati, cercando sempre un contatto diretto con chi ascolta. Non insiste sull’agiografia, evita la santificazione retorica, preferisce restituire un uomo che attraversa una trasformazione profonda. È qui che emerge uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo: Francesco non è mai distante, non è mai figura irraggiungibile, ma presenza concreta, attraversata da dubbi, tensioni, scelte radicali.

Il racconto si inserisce anche in un contesto preciso: l’ottavo centenario della morte del Santo, che nel 2026 ha riportato l’attenzione su di lui in modo particolare: in questo quadro si colloca anche l’ostensione straordinaria delle sue spoglie ad Assisi, nella Basilica Inferiore, tra il 22 febbraio e il 22 marzo dello stesso anno. Un evento che ha consentito a molti di avvicinarsi fisicamente a ciò che resta di quella vita, con l’urna collocata accanto all’altare papale. Questo elemento non viene trattato come semplice informazione storica, ma come segno di una continuità: la presenza di San Francesco non si esaurisce nel passato, continua a interrogare il presente.

La narrazione di Cazzullo si intreccia con la musica di Branduardi in modo organico. Non c’è mai una sovrapposizione forzata. Le due dimensioni si alternano e si completano, creando un ritmo che accompagna lo spettatore senza distrarlo. Le composizioni musicali non illustrano il racconto, lo ampliano. Portano dentro atmosfere che evocano tempi lontani, ma senza chiudersi in una dimensione nostalgica, piuttosto, suggeriscono una sospensione, uno spazio in cui la parola può risuonare più a lungo.

Branduardi non si limita a eseguire brani e a narrare alcuni passaggi : sembra entrare nel racconto, diventare parte di quel percorso. Le sue sonorità richiamano una dimensione antica, quasi medievale, ma senza rigidità filologica, c’è una libertà interpretativa che rende il tutto vivo, presente. Il pianoforte di Valdemarin sostiene e accompagna, costruendo una base discreta ma essenziale, capace di dare profondità senza mai sovrastare.

La figura di San Francesco emerge attraverso episodi che appartengono alla tradizione – l’incontro con il lupo, la predicazione agli uccelli, il momento delle stimmate – ma questi passaggi non vengono mai trattati come semplici immagini simboliche. Vengono riportati alla loro dimensione concreta, inseriti in un contesto umano e storico. Il rapporto con il Papa, la fondazione dell’Ordine, il confronto con il mondo del suo tempo: tutto contribuisce a delineare un uomo immerso nella realtà, non isolato da essa.

Cazzullo sembra interessato soprattutto a questo: restituire la complessità di un percorso che non è lineare. La conversione di Francesco non è un gesto improvviso e definitivo, ma un processo, fatto di passaggi e di scelte forti che comportano rinunce. È qui che lo spettacolo trova una sua forza particolare. Non cerca di convincere, non propone un modello da imitare, ma mostra una possibilità: quella di vivere la fede come trasformazione radicale del proprio modo di stare al mondo.

All’interno di questo quadro, trova spazio anche la dimensione poetica, il “Cantico delle Creature” viene evocato come espressione di un modo di guardare la realtà: la natura non è sfondo, ma presenza viva, interlocutrice. Questo aspetto emerge con delicatezza, senza bisogno di sottolineature. È forse uno dei momenti in cui la fusione tra parola e musica raggiunge un equilibrio particolarmente efficace.

Le luci di Dellepiane e Garibaldi accompagnano tutto questo con discrezione. Non cercano effetti spettacolari, ma costruiscono un ambiente visivo coerente con il tono dello spettacolo. Cambiano con gradualità, seguono il ritmo della narrazione, suggeriscono passaggi emotivi senza imporli. In alcuni momenti sembrano quasi respirare insieme alla musica, contribuendo a creare un’atmosfera che avvolge senza chiudere.

“Francesco” arriva fino a noi non solo attraverso i racconti della sua vita, ma anche attraverso chi ne ha raccolto l’eredità. I terziari, i santi che ne hanno seguito l’esempio e persino un Papa recente che ha scelto il suo nome, diventano segni di una continuità che attraversa i secoli. Questo passaggio non viene enfatizzato, ma inserito con naturalezza nel flusso del racconto.

Alla Teatro “Il Rossetti” si è potuto cogliere chiaramente come questo spettacolo non voglia essere una semplice operazione culturale o commemorativa. È piuttosto un tentativo di mettere in relazione tempi diversi, di far dialogare il passato con il presente senza forzature. Non c’è nostalgia, né idealizzazione. C’è una ricerca, che passa attraverso la parola, la musica e la luce.

Un altro elemento che colpisce è il modo in cui gli interpreti sembrano vivere personalmente ciò che raccontano. Non si percepisce distanza tra chi narra e ciò che viene narrato. C’è un coinvolgimento che non sfocia mai nell’enfasi, ma resta misurato, controllato. È come se ognuno di loro avesse trovato un proprio punto di accesso alla figura di Francesco, portandolo in scena senza sovraccaricarlo.

Nel contesto de Teatro “Il Rossetti”, questa proposta assume un significato ulteriore. Si inserisce in una programmazione che spesso cerca di coniugare tradizione e contemporaneità, e lo fa con una forma che sfugge alle definizioni più immediate. Non è teatro di prosa in senso stretto, non è concerto, non è conferenza. È un intreccio di linguaggi che trova una propria coerenza interna.

La figura del Santo, così come emerge da questo lavoro, non viene mai ridotta a simbolo. Rimane aperta, complessa, a tratti persino contraddittoria. Ed è forse proprio questa apertura a renderla ancora attuale. La sua scelta di vivere la fede come gesto radicale, ma non violento, come rivoluzione che passa attraverso la rinuncia e la semplicità, continua a interrogare anche oggi.

Lo spettacolo evita accuratamente ogni forma di retorica celebrativa legata all’anniversario. L’idea che a distanza di otto secoli l’Italia torni a confrontarsi con il proprio patrono è presente, ma non diventa mai il centro del discorso. Piuttosto, resta sullo sfondo, come contesto che rende ancora più evidente la necessità di uno sguardo rinnovato.

In definitiva, “Francesco” si presenta come un lavoro che punta sull’ascolto e sulla riflessione. Non cerca di stupire, ma di accompagnare. Non offre risposte, ma suggerisce domande. E lo fa attraverso una costruzione attenta, in cui ogni elemento – parola, musica, luce – trova il proprio spazio senza invadere quello degli altri.

“FRANCESCO”

Testi scritti da Aldo Cazzullo

Musiche Di Angelo Branduardi eseguite dal vivo in collaborazione con Fabio Valdemarin al piano.

Luci/ Audio di Stefano Dellepiane, Andrea Garibaldi e Mauro Pagiaro