
C’è qualcosa, nel modo in cui il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia “Il Rossetti” accoglie certi spettacoli, che sembrano amplificarne la portata, quasi a trasformarli in un momento di confronto più che di semplice fruizione. È ciò che accade con “Donald: Storia molto più che leggendaria di un Golden Man”, scritto, diretto ed interpretato da Stefano Massini, un autore che ormai ha consolidato un linguaggio teatrale riconoscibile, capace di attraversare la storia recente senza mai ridursi a cronaca.
Non è la prima volta che Massini incontra questo pubblico, e chi aveva già seguito il suo percorso, pensiamo anche al successo di “Mein Kampf”, che avevamo recensito con attenzione proprio qui, ritrova una coerenza, ma anche un’evoluzione. Massini ha raggiunto come drammaturgo livelli di risonanza internazionale, vogliamo ricordare il trionfo di “Lehman Trilogy” che gli è valso, tra gli altri riconoscimenti, diversi Tony Awards nel 2022, un risultato raro per un autore italiano contemporaneo. Parallelamente, la sua attività editoriale è altrettanto intensa: i suoi testi, pubblicati spesso da Einaudi, mantengono quella stessa struttura narrativa stratificata che poi ritroviamo sulla scena.
In questo nuovo lavoro, la figura di Donald Trump diventa materia teatrale senza mai scivolare nel ritratto didascalico o nell’imitazione caricaturale: il punto di partenza non è l’uomo politico nel senso più immediato, ma una traiettoria esistenziale. Massini costruisce un racconto che affonda nelle origini, in un’America che appare quasi mitologica e al tempo stesso estremamente concreta: prati curati, ambizioni familiari, competizione precoce, la narrazione si insinua nei dettagli, ma senza mai fermarsi troppo a lungo su un singolo episodio, come se ogni frammento fosse soltanto una tessera di un mosaico più ampio.
Ciò che colpisce è proprio questa struttura non lineare, che evita deliberatamente la biografia ordinata, l’ascesa del cosiddetto “Golden Man” viene raccontata come una sequenza di slanci e cadute, di tentativi che a volte sfiorano il fallimento per poi risolversi in un rilancio ancora più ambizioso. Non c’è enfasi celebrativa, né un intento esplicitamente giudicante, piuttosto, una curiosità quasi analitica verso il meccanismo che trasforma l’ossessione per il successo in una forma di identità.
Le scene, ideate da Paolo Di Benedetto, accompagnano questo movimento con una sobrietà che lascia spazio alla parola, non è una scenografia invadente, ma un ambiente che suggerisce, accenna, evoca la storia di Donald Trump. È una scelta che funziona perché evita ogni rigidità: lo spazio non è mai statico, si modella sul racconto diventando talvolta un ufficio, talvolta una skyline immaginata, talvolta un luogo interiore.
Le luci di Manuel Frenda giocano un ruolo decisivo in questo processo. Non si limitano a illuminare ma costruiscono vere e proprie atmosfere, scandendo i passaggi emotivi e temporali. Ci sono momenti in cui la luce si restringe fino a isolare completamente Massini, trasformando il monologo in una sorta di confessione; altri in cui si apre, suggerendo una dimensione più ampia, quasi cinematografica. Questo dialogo continuo tra luce e parola contribuisce a mantenere alta la tensione, evitando qualsiasi calo di intensità.
I costumi di Elena Bianchini, pur nella loro apparente discrezione, definiscono con precisione le epoche attraversate. Non si tratta di una ricostruzione filologica fine a sé stessa ma di un lavoro che coglie l’essenza di un immaginario: l’eleganza ostentata, la ricerca di visibilità, la trasformazione del corpo in simbolo. Anche qui tutto sembra funzionale al racconto, senza mai diventare decorativo.
Un elemento particolarmente riuscito è il contributo musicale di Enrico Fink, eseguito dal vivo da Valerio Mazzoni, Sergio Aloisio Rizzo, Jacopo Rugiadi e Gabriele Stoppa. Le sonorità jazz e blues non sono semplicemente un accompagnamento, ma entrano nel tessuto dello spettacolo come una seconda voce. A tratti sembrano commentare ciò che accade, a tratti anticiparlo, creando una dimensione sonora che richiama l’America degli anni Sessanta e Settanta senza cadere nel cliché. La musica introduce una vibrazione, una sorta di controcanto emotivo che arricchisce la narrazione.
Massini, in scena, conferma la sua capacità di tenere il pubblico con una presenza che non ha bisogno di artifici. Il suo modo di raccontare è diretto, mai semplicistico. Alterna registri diversi, passando da momenti più leggeri a passaggi decisamente più cupi. La sua voce diventa strumento, modulandosi in base alle esigenze del racconto, mentre il corpo segue un ritmo che sembra quasi coreografico, pur rimanendo sempre ancorato alla parola.
La figura di Trump emerge così in tutta la sua complessità, senza mai essere ridotta a una definizione univoca. Si intravede il bambino competitivo, il giovane già incline a manipolare le situazioni a proprio vantaggio, l’imprenditore affamato di riconoscimento, l’uomo che costruisce un’immagine di sé come fosse un marchio. Ma ciò che resta più impresso è la dinamica interna di questo percorso: una continua tensione verso l’apice, accompagnata dalla consapevolezza, mai dichiarata apertamente, della possibilità di cadere.
Nel corso dello spettacolo, si percepisce come questa storia, pur radicata in un contesto specifico, parli in realtà di qualcosa di più ampio. L’ossessione per il successo, la trasformazione dell’identità in prodotto, la capacità di reinventarsi dopo ogni sconfitta sono temi che risuonano ben oltre il singolo caso.
È interessante notare come alcuni elementi del materiale di partenza, gli articoli e il libro da cui lo spettacolo trae ispirazione, vengano rielaborati in modo tale da perdere qualsiasi traccia di origine giornalistica. La narrazione teatrale assume una forma autonoma, più libera, meno vincolata ai fatti, pur mantenendo un legame evidente con la realtà. Il risultato è un racconto che sembra muoversi tra cronaca e mito, senza appartenere completamente né all’una né all’altro. Non si tratta solo di uno spazio fisico, ma di un contesto che favorisce l’ascolto, la concentrazione, la partecipazione e il lavoro di Massini si dispiega senza ostacoli, permettendo al pubblico di seguire ogni sfumatura.
Nel corso della serata, torna più volte la sensazione che questa storia non voglia tanto spiegare un personaggio quanto osservare un processo: il passaggio da una condizione iniziale a una posizione di potere viene raccontato come un accumulo di scelte, di tentativi, di errori. Non c’è un momento preciso in cui tutto cambia, ma una serie di piccoli scarti che, messi insieme, producono una trasformazione radicale.
Rivedere Massini al “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Il Rossetti” significa anche confrontarsi con un’idea di teatro che non rinuncia alla complessità. In un panorama spesso orientato verso forme più immediate, il suo lavoro mantiene una densità che richiede attenzione e che restituisce molto a chi è disposto a seguirlo.
E proprio in questo ritorno si coglie una continuità con i lavori precedenti, ma anche una volontà di spingersi oltre. Se “Mein Kampf” affrontava un tema storico con un approccio analitico, qui l’attenzione si sposta su una contemporaneità ancora in divenire. Il rischio, in questi casi, è quello di restare intrappolati nell’attualità: Massini lo evita, scegliendo una prospettiva più ampia, quasi epica.
Alla fine, ciò che resta non è tanto un giudizio su Trump quanto una riflessione sul meccanismo che genera certe figure. Il teatro, in questo senso, torna a essere uno spazio di indagine, più che di rappresentazione.
Ancora una volta, il “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Il Rossetti” si conferma un luogo capace di ospitare proposte che non si limitano a intrattenere, ma che cercano di entrare in dialogo con il presente, senza scorciatoie.
In replica al “II Rossetti” mercoledì 29 aprile alle ore 20.30
“DONALD
Storia molto più che leggendaria di un Golden Man”
Di e con Stefano Massini
Scene Paolo Di Benedetto
Disegno luci Manuel Frenda
Costumi Elena Bianchini
Musiche Enrico Fink
Esecuzione musicale
Valerio Mazzoni, Sergio Aloisio Rizzo, Jacopo Rugiadi, Gabriele Stoppa
Produzione “Teatro della Toscana”