Mercoledì 27 maggio 2026 Ore 18.00 all’Antico Caffè San Marco Roberto Daris parla di “Ermetismo e psicologia”
Si narra di un personaggio leggendario del sapere umano, che i Greci conoscevano col nome di Ermete ma che possiamo far risalire allo scriba Toth della dinastia egizia di Osiride e Iside, noto come l’inventore della scrittura e dei numeri. Lo stesso Ermete, invero, ci ricorda nei suoi scritti che furono Prometeo e i Ben Elohim, gli “angeli caduti” dell’apocrifo libro di Enoch, a scendere sulla terra per istruire l’umanità. Costoro ebbero il destino comune di ribellarsi al loro Dio ed essere puniti per l’hybris commessa all’incatenamento in luoghi impervi e abbandonati. L’hybris si estese anche agli esseri umani, che fecero cattivo uso della conoscenza ricevuta trasformando i coltelli in armi da guerra, i veleni delle piante in strumenti vendicativi di morte e le tinture cosmetiche in arti femminili di seduzione. Il pericolo della distorsione di un sapere così prezioso impose la necessità di controllare la sua improvvida divulgazione, cosicché le dottrine vennero occultate e dette “ermetiche” (come tributo all’antica saggezza di Ermete), rimanendo a disposizione di istituzioni religiose e di pochi uomini colti
D’altro canto anche le religioni, specie quella cristiana, avevano bisogno di nascondere quel sapere per rendere più credibile l’architettura di un diavolo generato dalla proiezione esterna dei mali degli individui, garantendo la salvezza in cambio della fede. L’uomo fu così deresponsabilizzato dai suoi peccati, ma il caro prezzo da pagare fu il furto della vera conoscenza. Andare controcorrente non fu facile; ne sanno qualcosa le streghe bruciate al rogo per aver praticato l’antica arte della pharmakeia, ripresa poi con più fortuna da Paracelso. Il più famoso medico del Rinascimento era esperto di alchimia, antico sistema esoterico che accomunava le conoscenze di chimica, astrologia e medicina per trasformare i metalli vili e grezzi nella pietra filosofale, traguardo metaforico materiale di un percorso solitario di perfezionamento spirituale e di trasformazione interiore. Anche l’alchimia dovette però fare i conti con le inquisizioni della Chiesa, motivo per cui dopo il Settecento, con l’avvento dell’Illuminismo, subì i travestimenti di confraternite rosacrociane e massoniche, che continuarono a difendere e a occultare quel sapere ermetico, privilegio di pochi adepti interessati ad affinare la loro anima in luoghi ritualmente sacralizzati e protetti dal mondo profano.
Possiamo oggi dare un valore scientifico a queste organizzazioni esoteriche e anacronistiche, sottraendole dall’opinione di folklorismo occulto e dal pregiudizio della superstizione? Possiamo trasformare l’abbaglio magico e incantatorio di pochi in credibilità per molti? Un pioniere in tal senso è stato lo psicologo Carl Gustav Jung, che nell’opera Psicologia e alchimia del 1944 ci spiega che le fantasiose elaborazioni negli athanor non erano atti sprovveduti di presunti chimici deliranti o invasati, ma al contrario, si trattava di interiorità psichica proiettata sulla materia che, una volta trasmutata, vedeva trasformarsi di riflesso anche l’anima dell’alchimista. Tutto ciò viene comprovato da una teoria che sempre Jung, assieme al fisico Wolfgang Pauli, battezzò col nome di “sincronicità”. E’ una teoria che si rifà ad un antichissimo motto ermetico, hen to pan (tutto è Uno). Il suo simbolo più ricorrente – una testa di serpente che si mangia la coda – ci raffigura sinteticamente quell’Uno dove tutti gli opposti, tra cui anche psiche e materia, sono destinati a riflettere e ad incontrarsi.