Ad Aiello del Friuli il confronto promosso dallo Studio Mosetti Compagnone sul d.lgs. 96/2026
La trasparenza retributiva non è solo un nuovo obbligo normativo, ma un passaggio destinato a incidere sull’organizzazione delle imprese, sulle politiche salariali, sulla selezione del personale e sulle relazioni industriali. È quanto emerso dal convegno “La trasparenza retributiva dopo il d.lgs. 96/2026. Cosa cambia per le imprese”, promosso a Villa Luisa Strassoldo, ad Aiello del Friuli, dallo Studio M/C Mosetti Compagnone, realtà giuslavoristica con sedi a Udine, Gorizia e Trieste.
Sebastiano Barisoni, vicedirettore esecutivo di Radio 24, moderatore dell’incontro, ha inquadrato il tema dentro una questione più ampia: “la difficoltà che hanno le imprese italiane ad attrarre o a mantenere il personale qualificato”, in particolare laureati e profili Stem. Barisoni ha richiamato anche il nodo dei salari e dei contratti troppo bassi in alcuni settori, dove “4,50 euro e 5 euro non sono contratti, ma sfruttamento del lavoro”. Sull’intelligenza artificiale ha osservato che non sarà la tecnologia, da sola, a risolvere il problema: “La differenza la fa il pilota”.

Walter Rizzetto, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Lavoro della Camera, ha collegato la trasparenza retributiva all’agenda politica del governo e ai nuovi obblighi informativi per le imprese. “La trasparenza retributiva è assolutamente un tema dell’agenda politica del governo e, inevitabilmente, anche della Commissione Lavoro”, ha affermato, richiamando il divieto di chiedere ai candidati la retribuzione precedente e la necessità di proseguire “il percorso di parificazione, a parità di mansione, tra uomo e donna”. Sul salario minimo, Rizzetto ha ribadito che una soglia fissata per legge “porterebbe a un ribasso della contrattazione collettiva”, perché “non è la politica che sceglie un numero”.
Daniele Compagnone, socio fondatore dello Studio M/C, ha definito il decreto legislativo 96/2026 “un’opportunità”, pur segnalando “punti ancora un po’ scuri”, a partire dal nodo dei superminimi nei criteri di comparazione delle retribuzioni. Le aziende, ha spiegato, sono chiamate a “rivedere le proprie politiche retributive” e, proprio attraverso questa ristrutturazione, possono diventare “più attrattive” e dotarsi di strumenti utili a “trattenere i talenti”.
Dal punto di vista sindacale, Natale Colombo, coordinatore nazionale di Filt-Cgil per la sorveglianza antincendio, ha evidenziato i limiti del provvedimento. Il decreto, ha detto, “risponde solo a una necessità di recuperare un richiamo della Commissione europea sui diritti sociali”, ma non affronta pienamente i nodi di fondo. Colombo ha richiamato il tema dei superminimi e degli ad personam, quello delle sanzioni, che “non sembrano proporzionate”, e la platea delle imprese interessate, giudicata “piccola”, poiché gran parte del tessuto produttivo italiano è composto da aziende con meno di cento dipendenti.
Alessandro Pedone, vicepresidente e founder di G.S.A. S.p.A. e founder e ceo di Al.Pe Invest S.p.A., ha portato la prospettiva dell’imprenditore. La nuova normativa, ha osservato, “non è un problema da gestire, ma uno specchio”, perché obbliga ogni organizzazione a chiedersi se ciò che fa sia “equo, spiegabile, sostenibile”. Per Pedone, oggi “non basta prendere decisioni giuste, bisogna anche saperle rendere comprensibili”. Il ruolo dell’imprenditore, ha aggiunto, cambia: “Meno accentratore, più garante”, soprattutto della coerenza “tra ciò che si dice e ciò che si fa”.
Federica Zerman, responsabile Risorse umane di Euro&Promos Facility Management S.p.A., ha sottolineato che si tratta di “una nuova norma che dovremo imparare a leggere e a studiare”. Al centro, ha spiegato, ci saranno “l’importanza dei contratti collettivi”, l’analisi oggettiva delle posizioni lavorative e “un confronto, forse impostato su temi diversi, con il sindacato”. Per le direzioni HR, una delle sfide sarà gestire il rapporto tra chi entra in azienda e chi ha già maturato esperienza e risultati: servono trattamenti “equi e equilibrati”, senza penalizzare chi “ha già dimostrato il proprio valore”.
Giulio Mosetti, socio fondatore dello Studio M/C, ha concluso richiamando l’impatto culturale e organizzativo della riforma. “Questa normativa avrà un impatto”, ha affermato, osservando che le nuove regole possono inizialmente “spaventare”, ma spingono le imprese a costruire la retribuzione su criteri più coerenti. Mosetti ha indicato nella contrattazione aziendale lo strumento decisivo: “Sono un convinto fautore del fatto che il diritto del lavoro si costruisce nel contratto collettivo aziendale”. Il contratto nazionale, ha concluso, dovrebbe essere “una norma quadro”, mentre il secondo livello “deve consentire di applicare quei principi alla realtà concreta di ciascuna impresa”.