di Jacopo Tommasini

foto di Valentina Gallimberti Ballarin

In concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista Martin McDonagh presenta il suo quinto lungometraggio, Wild Horse Nine. 1973: mentre la CIA sta orchestrando il colpo di stato che rovescerà il governo cileno di Salvador Allende, i due agenti Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) vengono inviati dal loro capo MJ (Steve Buscemi) sull’Isola di Pasqua.

In attesa di istruzioni, i due vagano senza meta tra i moai immersi in lussureggianti radure, fino all’incontro con due studentesse progressiste e sostenitrici dell’Unità Popolare. Questa relazione finirà per incrinare la copertura della coppia di spie, trasformando il soggiorno in un’escalation dalle conseguenze imprevedibili.

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Con Wild Horse Nine McDonagh firma un’opera dall’animo profondamente nichilista, tornando ad affrontare i temi più familiari (la riflessione bergmaniana sul ruolo della fede e delle istituzioni, il viaggio intra-psichico nella coscienza dei protagonisti in attesa di una redenzione ormai disillusa e la mancanza totale di fiducia nei confronti della giustizia), ambientando la narrazione ancora una volta in un remoto angolo del mondo, dove i pensieri diventano rumorosi (vedi In Bruges, Gli Spiriti dell’Isola, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri).

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Gli archi narrativi dei protagonisti si sviluppano e confluiscono in modo omogeneo e ben strutturato: Chris è un agente veterano ormai prossimo alla pensione, rigido nei propri schemi e fedele ai propri principi, dedito e cieco servitore della Nazione in nome della quale ha compromesso la propria integrità morale compiendo numerosi assassinii per favorire altrettanti golpe.

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Il rapporto con Lee però lentamente creerà una crepa nelle certezze dell’anziano collega, dalla quale trapelano i rimpianti e i pentimenti di chi ha passato l’intera vita a uccidere come un sicario. Ritorna dunque il tema della coppia nella filmografia del regista irlandese-britannico, dove l’altro viene inteso come il motore di un processo catartico che porterà alla presa di coscienza e alla meditazione sul male compiuto.

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I cocenti rimorsi che spingono i personaggi a cercare una redenzione e a riallacciare legami ormai spezzati (la scena in cui Chris richiama il fratello dopo anni di allontanamento evoca l’analogamente dolorosa riconciliazione in Una Storia Vera di David Lynch) sono destinati a non spegnersi e a non placarsi, in un’ottica in tal senso radicalmente pessimista e sconfortante.

foto di Valentina Gallimberti Ballarin
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McDonagh mette in scena tutti questi spunti interessanti di sceneggiatura alternando primi piani a campi lunghissimi dei paesaggi e prediligendo movimenti di macchina complessi ma mai esibiti, come i crane e drone shot per illustrare sia l’enorme senso di vastità dell’ambiente che la solitudine interiore dei protagonisti. Nonostante la perizia tecnica, lo spettatore non viene mai distolto dal racconto, rimanendo pienamente immerso nella storia grazie all’incredibile forza espositiva e narrativa dei dialoghi; le battute pungenti e irriverenti che si scambiano i due colleghi sono, per certi versi, tarantiniane, ovvero solo apparentemente digressive ma rivelatrici della densità psicologica dei personaggi.

foto di Valentina Gallimberti Ballarin
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Rimarrà nella memoria del grande pubblico, ad esempio, lo scambio di battute sulla correlazione tra il sistema di governo di un paese e la bontà dei formaggi locali, che riflette in realtà un pensiero sulle conseguenze della perdita delle unicità locali e dell’omologazione dei consumi (conseguente, come il regista pare suggerire e criticare, alla colonizzazione culturale americana).

In definitiva, Wild Horse Nine si impone come una delle prove più mature di McDonagh: una commedia nera e dolente, capace di coniugare un’eccezionale scrittura a un comparto tecnico di grande respiro.

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