La traduzione dell’Alcesti, la prima delle tragedie di Euripide conservata integralmente di Euripide, ad opera di Elena Fabbro, professoressa di letteratura greca dell’Università di Udine, è stata selezionata dall’Istituto nazionale del dramma antico (Inda) per essere rappresentata in un circuito di teatri italiani, tra cui quello di greco di Siracusa. L’Istituto ha scelto la riproposizione di Elena Fabbro per “l’efficacia teatrale che coniuga intensità emotiva e forza espressiva”. Il testo “restituisce la complessità e la profondità della scrittura di Euripide, con chiarezza e immediatezza”. Studiosa del teatro attico, tragico e comico, Fabbro è docente del Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale. È autrice di numerosi e rilevanti contributi scientifici e traduzioni teatrali, come la traduzione delle Vespe di Aristofane (Rizzoli).
Al Teatro Greco di Siracusa, l’Alcesti è stata diretta da Filippo Dini, accompagnata dalle musiche di Paolo Fresu. Lo spettacolo ha inaugurato la stagione registrando il tutto esaurito anche nelle repliche successive. Concluso il ciclo siracusano, la produzione è entrata nel programma di un circuito di rappresentazioni in altri teatri italiani. È già andata in scena a Pompei e al Teatro romano di Ostia antica. A settembre la tournée riprenderà con le rappresentazioni al Teatro Romano di Verona (17-18) e al Teatro Olimpico di Vicenza (26-27). Gli ultimi due palcoscenici saranno, a novembre, quelli di Treviso (18-22) e Padova (24-29). Le rappresentazioni sono sempre accompagnate da presentazioni e seminari dedicati ad approfondire la tragedia euripidea, la sua traduzione e la sua rilettura sulla scena contemporanea.
La tragedia
L’Alcesti è una delle tragedie greche più ambigue e sfuggenti per la radicalità con cui interroga il rapporto fra l’uomo e la morte. Un dilemma che affida al mito la donna che accetta di morire al posto del marito. Nel suo sacrificio già Platone riconosceva la forza eccezionale dell’amore, capace di oltrepassare persino l’istinto di conservazione. Sulla scena, pur entro un linguaggio sorvegliato e accordato alla sensibilità contemporanea, emerge con potenza la natura prodigiosa dell’eros: un legame che resiste alla morte, varca la soglia della tomba e trasforma Alcesti in un’icona destinata ad attraversare i millenni. Ma la tragedia non celebra senza riserve la grandezza del sacrificio. Al dono assoluto di Alcesti si accompagna, infatti, il suo inquietante rovescio: il peso di un debito morale che rischia di schiacciare Admeto, condannandolo a sopravvivere sotto il segno della colpa e della responsabilità.