QUANDO LA VECCHIAIA DIVENTA TEATRO, MEMORIA E VERITÀ

foto di Simone Di Luca
È stata una première eccezionale per la stagione 2026-2027 de “Il Rossetti”, con tanto di tappeto rosso per il pubblico raccoltosi numeroso a questa prima di cartellone. Non è stato soltanto lo spettacolo messo in scena, “Le ultime lune” di Furio Bordon, affidato a uno dei migliori attori oggi sulla scena italiana, Alessandro Haber, ma anche una sorta di riconoscimento da parte degli spettatori per la precedente, ricchissima offerta del Teatro e per i numerosi riconoscimenti ottenuti, oltre che per il lavoro e la visione del direttore artistico Paolo Valerio. Un’apertura, dunque, che ha assunto un significato particolare, quasi a voler riunire in un’unica serata il percorso compiuto e quello che sta per iniziare.

È un avvio di stagione che arriva infatti dopo mesi particolarmente intensi per lo Stabile del Friuli Venezia Giulia, segnati da produzioni, tournée, riprese e riconoscimenti che hanno portato il lavoro del Teatro ben oltre il confine della città. A Paolo Valerio, direttore artistico del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, è stato assegnato il Premio “Curzio Inghirami-Ombra della Sera” per la regia de “La Coscienza di Zeno”, riconoscimento maturato nella cornice del Festival di Volterra e arrivato dopo tre stagioni di tournée di uno spettacolo che ha incontrato il favore del pubblico in diverse città italiane. Un premio che si inserisce in un periodo particolarmente significativo per Valerio, anche alla luce dei risultati ottenuti con “Non Si Sa Come” di Pirandello” e con “Romeo e Giulietta” di Shakespeare.
Non va dimenticato, inoltre, che molte delle produzioni realizzate dallo Stabile continuano a vivere sui palcoscenici italiani. “Le ultime lune”, “Non si sa come”, “Romeo e Giulietta”, “Argo”, “Il ritratto di Dorian Gray”, “Emigranti”, “Quando scende la notte”, “Molière: l’arte della beffa”, “La Rigenerazione”, “Gli occhi della guerra”, “La strage di Vergarolla”, “La forza debole” e “Breve Enciclopedia delle Porte” costituiscono, pur nella diversità dei linguaggi e delle scritture, una testimonianza concreta di quanto lavoro artistico, organizzativo e produttivo ci sia dietro una stagione teatrale.


Dopo l’usuale e delicato omaggio floreale alle signore del pubblico, “Il Rossetti” ha aperto il sipario su questa stagione 2026-2027 nel migliore dei modi.
E lo ha fatto con un testo che, apparentemente, potrebbe sembrare lontano dai ritmi e dalle inquietudini della contemporaneità, ma che in realtà possiede una capacità sorprendente di parlare proprio al nostro presente. Perché “Le Ultime Lune” non è soltanto una storia sulla vecchiaia. È una storia sul tempo che passa, sulla memoria che rimane, sui rapporti familiari quando le convenzioni cominciano a perdere consistenza e soprattutto sulla difficoltà, per un essere umano, di accettare che una parte della propria vita sia ormai alle spalle.


Furio Bordon, triestino, ha costruito una parte importante della sua produzione letteraria e teatrale proprio attorno all’indagine dell’uomo, delle sue contraddizioni e di quella particolare zona dell’esistenza nella quale i sentimenti più autentici finiscono spesso per emergere quando ormai non è più possibile nasconderli dietro le consuetudini. Commediografo e scrittore di grande sensibilità, Bordon ha saputo coniugare una scrittura teatrale essenziale con una forte attenzione alle dinamiche familiari e alla dimensione interiore dei suoi personaggi. La sua produzione è stata rappresentata in Italia e all’estero, confermandone la capacità di affrontare temi profondamente italiani e insieme universali. Nella sua scrittura Trieste non è soltanto una provenienza geografica, ma diventa anche una particolare disposizione dello sguardo, capace di osservare la vita con ironia, malinconia e una certa disincantata lucidità.
“Le Ultime Lune” appartiene a quella categoria di testi nei quali l’apparente semplicità della situazione iniziale nasconde una materia teatrale molto più complessa. Non servono grandi avvenimenti, cambiamenti di scena spettacolari o una successione vorticosa di episodi per costruire tensione. Basta un uomo, una stanza, alcuni ricordi e l’attesa di qualcuno che deve arrivare.
È proprio nell’attesa che Bordon colloca il cuore della sua storia. Il protagonista è un anziano professore che si trova nella propria abitazione in procinto di compiere un gesto che, nella sua apparente normalità, contiene invece tutta la drammaticità di una separazione: sta per lasciare la casa nella quale ha vissuto e trasferirsi in una struttura per anziani. Il figlio dovrebbe arrivare per accompagnarlo. L’uomo ha deciso, o forse si è convinto, che quella sia la soluzione migliore. Una casa di riposo significa lasciare maggiore spazio al figlio, alla sua famiglia, ai nipoti. Significa evitare di essere d’intralcio. Significa riconoscere, almeno apparentemente, che la propria presenza domestica non coincide più con il ruolo che aveva avuto per tanti anni. Ma il protagonista non è un uomo rassegnato, ed è questo uno degli aspetti più interessanti del testo.
La sua età non lo ha privato dell’ironia, della memoria, del desiderio di discutere, di ricordare, di contraddire e persino di provocare. Anzi, proprio la consapevolezza del tempo trascorso sembra renderlo ancora più libero, le parole diventano allora uno strumento attraverso il quale egli può mettere in discussione ciò che gli altri considerano ormai inevitabile.


La stanza, prima ancora di essere uno spazio scenico, diventa uno spazio mentale, ogni oggetto può appartenere al presente oppure alla memoria. Ogni silenzio può essere un vuoto oppure l’inizio di un ricordo. E soprattutto ogni parola pronunciata può aprire una porta verso qualcosa che sembrava definitivamente chiuso. In questa dimensione appare la moglie, ma non come un normale personaggio che entra in scena, è una presenza della memoria, una figura che appartiene al passato e che proprio per questo diventa continuamente presente. Il professore dialoga con lei, la ricorda, la provoca, la ascolta, discute con lei come se fosse ancora lì. È una scelta drammaturgica di grande forza perché consente a Bordon di evitare il rischio di trasformare il monologo dell’anziano in una semplice confessione. La moglie diventa infatti interlocutrice, coscienza, memoria e talvolta anche contraddittorio e tra i due si sviluppa una conversazione fatta di affetto ma anche di piccole recriminazioni, di ironia, di ricordi condivisi, di quelle incomprensioni che spesso appartengono alle coppie che hanno attraversato insieme decenni di vita. Non c’è una santificazione del rapporto matrimoniale. C’è invece qualcosa di molto più umano: la consapevolezza che anche l’amore più profondo è stato attraversato da discussioni, stanchezze, incomprensioni, momenti di tenerezza e momenti nei quali ciascuno avrebbe voluto dall’altro qualcosa che forse non è mai arrivato.
È proprio questa normalità a rendere credibile la relazione.
Bordon non cerca la frase ad effetto a ogni costo. Non ha bisogno di trasformare ogni battuta in una sentenza sulla vita. Il dolore emerge lentamente, spesso attraverso parole apparentemente ordinarie. E quando arriva, proprio perché non è stato preparato artificialmente, assume un peso maggiore.
Il tema della vecchiaia viene così affrontato senza concessioni al sentimentalismo e Haber sotto la regia di Valerio ha offerto una interpretazione superba.
Non c’è soltanto la paura della morte, anche se la morte è naturalmente presente. C’è soprattutto la paura di perdere la propria identità prima ancora di perdere la vita. Il professore non teme soltanto il momento conclusivo dell’esistenza. Teme di diventare qualcuno che gli altri devono assistere, organizzare, spostare, accudire. Teme che la propria autonomia venga progressivamente sostituita dalle decisioni degli altri.
Ed è una paura che appartiene a molte persone anziane, ma anche alle loro famiglie.
Perché la vecchiaia non riguarda esclusivamente chi invecchia. Riguarda anche i figli, i nipoti, i coniugi, coloro che devono decidere quando una persona può ancora vivere autonomamente e quando invece è necessario trovare una soluzione diversa, è una questione nella quale l’affetto e il senso di responsabilità possono entrare facilmente in conflitto.
Il professore lo sa e proprio per questo il rapporto con il figlio non è semplice.

Il figlio non viene rappresentato come un antagonista cattivo. Sarebbe una soluzione troppo facile e soprattutto poco interessante. Il punto è proprio l’ambiguità. Il figlio vuole bene al padre? Probabilmente sì. Cerca di proteggerlo? Anche questo è possibile. Ma nello stesso tempo c’è qualcosa che rimane irrisolto, perché il padre percepisce il trasferimento come una forma di allontanamento, come se dietro la scelta pratica della casa di riposo ci fosse anche il desiderio, più o meno consapevole, di liberarsi di una responsabilità.
E qui Bordon tocca uno dei nervi più delicati della vicenda e Valerio riesce ad offrirne una chiara visione: quando l’amore familiare viene organizzato attraverso necessità pratiche, può diventare difficile distinguere la cura dall’obbligo, la protezione dalla rinuncia, l’attenzione dall’opportunità.
Il professore sembra sapere perfettamente che il figlio non può modificare la propria vita per lui. Ma sapere una cosa non significa necessariamente accettarla.
Questa è forse una delle contraddizioni più dolorose del personaggio: comprende razionalmente ciò che gli sta accadendo, ma emotivamente non riesce ad accettarlo fino in fondo.
Alessandro Haber trova proprio in questa contraddizione la materia più autentica del suo personaggio.
La sua interpretazione non punta a costruire un vecchio professore semplicemente fragile o malinconico. Haber gli restituisce invece un carattere ancora pieno di energia, di intelligenza, di sarcasmo, di capacità di osservare gli altri e soprattutto di osservare se stesso. È un uomo anziano, ma non un uomo spento. Anche quando il corpo impone i propri limiti, la mente continua a muoversi rapidamente.
Ed è qui che la prova dell’attore diventa particolarmente importante.
Haber conosce bene quella zona del teatro nella quale una battuta può avere contemporaneamente un significato comico e uno doloroso. Una frase può provocare una risata e, un istante dopo, lasciare affiorare qualcosa di profondamente amaro. Il protagonista vive esattamente dentro questa oscillazione. Non è mai completamente comico e non è mai completamente tragico. È semplicemente un uomo che cerca di mantenere il controllo della propria vita mentre sente che quel controllo gli sta sfuggendo. La sua presenza scenica dà al professore una fisicità precisa. Non c’è bisogno di sottolineare continuamente l’età del personaggio. È il modo di stare nello spazio, la relazione con gli oggetti, il rapporto con la memoria e soprattutto il ritmo delle parole a raccontare il progressivo indebolimento senza trasformarlo in una caricatura. Haber affronta il personaggio senza proteggerlo, gli concede anche i suoi lati meno piacevoli, le irritazioni, le ostinazioni, le piccole cattiverie, quella capacità tipica degli anziani di tornare più volte sugli stessi argomenti quando sentono di non essere stati ascoltati abbastanza. Ed è proprio questa imperfezione a renderlo credibile.
Accanto a lui, Silvia Siravo e Francesco Godina contribuiscono a dare corpo alle relazioni che circondano il protagonista, costruendo un tessuto interpretativo nel quale la vicenda personale dell’anziano non rimane isolata, ma viene ricondotta alla dimensione familiare e affettiva.
La presenza degli altri interpreti permette inoltre di interrompere la dimensione esclusivamente introspettiva della vicenda e di restituire alla storia una concretezza quotidiana. Il conflitto, infatti, non nasce da grandi dichiarazioni teoriche, ma da gesti, parole, silenzi e incomprensioni che potrebbero appartenere a qualunque famiglia.
Paolo Valerio affronta la regia con una scelta che consideriamo particolarmente importante: non appesantire il testo, farlo fluire, renderlo una metafora del tempo che passa lasciando allo spettatore di far scorrere chiare e nonostante tutto leggere, anche le situazioni più amare, delicate senza farle perdere la loro incisività realistica.
“Le Ultime Lune” è un’opera che potrebbe facilmente essere spinta verso il sentimentalismo, la vecchiaia, la morte, la memoria della moglie, la casa da lasciare, il rapporto con il figlio sono tutti elementi che, trattati in maniera troppo insistita, rischierebbero di produrre una rappresentazione costruita per commuovere, ma Valerio sceglie invece una strada diversa: lascia che sia il testo a produrre la propria emozione, la regia sembra lavorare soprattutto sui tempi, sulle pause, sui rapporti spaziali e sulla necessità di non interrompere la naturalezza del dialogo. In un’opera come questa il ritmo non coincide con la velocità, al contrario, è necessario permettere alle parole di stratificarsi con leggerezza, un silenzio può avere lo stesso peso di una battuta e talvolta persino maggiore. È stato un perfetto lavoro di equilibrio quello compiuto da Valerio, che accompagna lo spettatore dentro una vicenda intima senza suggerirgli continuamente ciò che dovrebbe comprendere, provare. E Valerio capisce che proprio il rispetto per la scrittura di Bordon rappresenta la migliore possibilità per far emergere la profondità del testo.
In questo senso la scelta di Haber appare particolarmente coerente.
Dopo il confronto con la complessità di Zeno, Haber si trova davanti a un personaggio apparentemente molto diverso ma altrettanto stratificato. Se in Zeno la parola poteva diventare un modo per giustificarsi, raccontarsi e nascondersi, qui la parola sembra diventare soprattutto un modo per resistere. Il professore parla perché parlare significa ancora esistere, occupare uno spazio, mantenere una relazione con il mondo.
La scena progettata da Francesca Tunno assume quindi un’importanza notevole.
L’ambiente domestico non è soltanto il luogo nel quale si svolge l’azione. È la rappresentazione concreta di una vita intera, quella stanza contiene abitudini, ricordi, oggetti, tracce di una quotidianità che sta per essere interrotta. Il suo significato cambia progressivamente proprio perché sappiamo che il protagonista sta per abbandonarla, non è più semplicemente una casa, diventa la casa che sta per essere perduta: è una differenza sostanziale.
Gli oggetti acquistano così un valore che va oltre la loro funzione scenografica. Sono testimoni di una vita che non può essere trasferita integralmente in una struttura per anziani. È impossibile mettere in una valigia cinquant’anni di ricordi. Ed è probabilmente questa impossibilità, più ancora del trasferimento materiale, a rendere dolorosa la partenza.
Anche i costumi sempre di Francesca Tunno partecipano alla costruzione del personaggio senza ricercare effetti vistosi. L’abbigliamento contribuisce a definire la personalità dell’uomo, il suo passato, la sua appartenenza a un mondo nel quale il ruolo sociale e professionale hanno avuto un peso preciso.
Le luci di Gigi Saccomandi completano il quadro con un intervento che assume particolare rilevanza proprio nei momenti in cui la realtà e la memoria sembrano sovrapporsi.
La luce può separare il presente dal ricordo senza bisogno di spiegazioni. Può restringere o ampliare lo spazio emotivo della scena. Può accompagnare la trasformazione della stanza da luogo concreto a luogo della memoria.
In una pièce nella quale il tempo è uno dei protagonisti invisibili, anche la luce diventa dunque una componente drammaturgica.
Ma il vero centro rimane la parola, è qui che emerge la qualità di Furio Bordon.
La scrittura di Bordon non ha bisogno di trasformare l’anziano in una figura esemplare, il suo professore è un uomo specifico, con la propria storia, le proprie debolezze e i propri ricordi. Ma proprio attraverso la precisione del personaggio riesce a raggiungere una dimensione universale.
Ci riconosciamo non necessariamente nel professore, ma nelle situazioni che lo circondano.
Ci riconosciamo nel rapporto con i genitori che invecchiano, nei figli che devono prendere decisioni difficili, nella necessità di accettare trasformazioni che nessuno vorrebbe affrontare, nel bisogno di continuare a sentirsi importanti per qualcuno.
La forza di “Le Ultime Lune” sta nel non offrire risposte semplici, ma domande che restano aperte
La casa di riposo è una soluzione necessaria oppure una sconfitta? Il figlio è distante oppure semplicemente incapace di gestire il dolore del padre?
Il protagonista vuole davvero trasferirsi oppure sta cercando, attraverso quella decisione, di anticipare una situazione che teme gli venga imposta?
Bordon, il suo testo, Haber e Valerio, affrontando temi così delicati, non si sostituiscono allo spettatore, lo costringono a misurarsi con qualcosa che nella vita quotidiana si tende spesso a rimandare, ma lo fanno con una delicatezza unica.
La vecchiaia è una di queste realtà.
Viviamo in una società che tende a celebrare la giovinezza, l’efficienza, l’autonomia, la velocità. L’anziano viene invece facilmente associato alla fragilità, alla dipendenza, alla necessità di assistenza, la pièce ribalta questa prospettiva mostrando un uomo che, pur consapevole dei propri limiti, conserva una fortissima esigenza di autodeterminazione. Non vuole essere soltanto accudito, vuole essere ascoltato e chiede che continuino a riconoscerlo come persona, con una storia, una memoria, un pensiero, dei desideri.
Il rapporto con la moglie assume allora un ulteriore significato, lei non è semplicemente il ricordo di una persona amata. È la prova che il protagonista continua ad avere una vita interiore nel momento in cui la realtà sembra restringersi, la memoria amplia nuovamente lo spazio dell’esistenza, con lei può tornare giovane, può discutere, scherzare, può rimproverare, può ricordare, può persino permettersi di essere nuovamente marito e non soltanto anziano, padre o futuro ospite di una casa di riposo: è una delle intuizioni più belle della drammaturgia di Bordon, portata in luce in modo perfetto da Haber e Valerio
Il titolo “Le ultime lune” acquista un significato che va oltre il riferimento alla parte conclusiva della vita. Le lune sono cicli, fasi, ritorni. Sono qualcosa che cambia continuamente pur mantenendo una forma riconoscibile. E il protagonista sembra trovarsi proprio in quella fase dell’esistenza nella quale il tempo non viene più misurato attraverso ciò che deve ancora accadere, ma attraverso ciò che è già accaduto, il tempo futuro diventa più breve, il tempo passato diventa più grande: è un rovesciamento della percezione che Bordon riesce a trasformare in materia teatrale.
E comprendiamo bene perché il testo abbia avuto una circolazione così ampia fuori dall’Italia. La sua vicenda è profondamente legata alla nostra cultura familiare, al rapporto tra generazioni, alla figura del genitore anziano e alla difficoltà di affrontare la separazione. Ma questi temi non appartengono soltanto all’Italia ma al genere umano.
La prima rappresentazione italiana, affidata negli anni Novanta a Marcello Mastroianni, aveva già mostrato la forza di questo personaggio. La nuova produzione, con Alessandro Haber, non cerca però di riprodurre quella interpretazione, sarebbe del resto impossibile e anche artisticamente sbagliato. Ogni grande attore porta con sé la propria sensibilità, la propria fisicità e il proprio rapporto con la parola.
Haber costruisce quindi un professore diverso, più nervoso in alcuni momenti, più tagliente in altri, capace di alternare il sorriso alla malinconia senza separarli artificialmente. Il suo personaggio non sembra sapere sempre quando sta scherzando e quando invece sta dicendo qualcosa di dolorosamente vero. Ed è proprio questa ambivalenza a renderlo umano, il pubblico non viene accompagnato verso la commozione, ci arriva da solo, è una differenza fondamentale.
C’è poi l’ironia, una delle armi vincenti di Haber: sarebbe un errore considerare “Le Ultime Lune” un testo esclusivamente malinconico, l’ironia attraversa la storia e permette al protagonista di difendersi dalla commozione. L’uomo ironizza anche sulle situazioni più difficili perché l’ironia, per lui, è una forma di intelligenza e insieme di sopravvivenza, sì, ride ma non è una risata che cancella il dolore, è una risata che lo rende sopportabile.
Haber con la sua esperienza gli permette di riconoscere le sfumature, le dosa, sa che un personaggio non deve necessariamente spiegare ciò che prova, a volte basta una pausa, un cambio di tono, un gesto minimo per far comprendere che dietro una battuta c’è qualcosa di completamente diverso.
Il professore è allora contemporaneamente uomo di cultura e uomo fragile, padre e figlio della propria memoria, marito ancora innamorato e anziano che deve confrontarsi con la propria dipendenza. Questa complessità impedisce allo spettacolo di ridursi a una semplice riflessione sulla terza età.
La vecchiaia, dunque, non viene rappresentata come una parentesi separata dalla vita, è vita, semplicemente in una fase diversa. E il protagonista conserva fino alla fine il diritto di essere irritante, tenero, lucido, malinconico.
In questo senso la regia di Paolo Valerio appare rispettosa della complessità del testo, la sua lettura non cerca di attualizzare artificialmente Bordon, perché non ce n’è bisogno, la contemporaneità è già dentro la vicenda, giace nelle relazioni familiari, nel problema dell’assistenza, nel rapporto fra generazioni e nella solitudine degli anziani. La grandezza del testo di Furio Bordon è di avere trasformato una situazione privata in una riflessione più ampia senza mai perdere il contatto con la concretezza dell’individuo, forse proprio la sua origine triestina contribuisce a dare alla scrittura quella particolare capacità di guardare alla vita senza eccessive illusioni, ma anche senza rinunciare alla tenerezza. Trieste è una città abituata a convivere con le contraddizioni, con le lingue, con le memorie, con le partenze e i ritorni. Nella scrittura di Bordon questa sensibilità non diventa mai folklore, ma può essere avvertita in una certa inclinazione alla riflessione e insieme all’ironia.
Lo ripetiamo, la prova di Haber riesce a mantenere questa complessità per tutta la durata dello spettacolo, evitando di cadere nel cliché del vecchio malinconico, il suo professore può essere sgradevole, divertente, tenerissimo, polemico, persino egoista. Ma proprio per questo appare vivo.
Silvia Siravo e Francesco Godina completano il quadro con interpretazioni che danno respiro alla dimensione familiare della storia e permettono al protagonista di confrontarsi con una realtà che non è soltanto quella dei suoi ricordi.
Paolo Valerio, dal canto suo, sembra avere individuato il punto di equilibrio fra la dimensione intima e quella teatrale. Non trasforma la pièce in un esercizio di nostalgia e non la carica di simbolismi inutili. Il risultato è uno spettacolo che vive principalmente sulla qualità degli interpreti e sulla forza della parola, è una scelta che, in tempi nei quali il teatro tende spesso a cercare linguaggi sempre più spettacolari, assume quasi un valore controcorrente, qui non serve stupire, serve ascoltare, guardare, lasciarsi attraversare da una storia nella quale, prima o poi, qualcuno si può riconoscere.
Per una prima di stagione, la scelta appare particolarmente significativa.
Non si è cercato un titolo destinato soltanto a inaugurare un cartellone, ma un’opera capace di stabilire immediatamente un forte rapporto con il pubblico e con la città.
E il legame con Furio Bordon, autore triestino, aggiunge a questa apertura una componente ulteriore: quella di riportare sulla scena una scrittura nata anche dal rapporto con questo territorio e capace, nel corso degli anni, di oltrepassarlo, Il teatro, quando funziona davvero, fa proprio questo,
parte da una stanza e arriva al mondo, parte da una famiglia e parla a molte famiglie.
“Le Ultime Lune” non è dunque soltanto una pièce sulla solitudine dell’anziano, né semplicemente una storia familiare. È un confronto con quella parte dell’esistenza che tutti sappiamo essere inevitabile e che proprio per questo spesso preferiamo non guardare direttamente.
Bordon la guarda, Valerio la porta in scena senza deformarla, Haber la attraversa con tutta la propria esperienza e il risultato è un teatro nel quale la fragilità non viene nascosta, ma neppure esibita.
La première del 14 ottobre 2027 assume il valore di un’apertura che non punta soltanto alla spettacolarità dell’inaugurazione, ma alla sostanza di una proposta teatrale. Una scelta che affida alla parola, agli interpreti e alla qualità della regia il compito di accompagnare il pubblico dentro una storia difficile e insieme estremamente vicina alla vita.
È una scelta che conferma anche la direzione intrapresa da Paolo Valerio: mettere al centro testi nei quali la forza della scrittura possa incontrare interpreti capaci di sostenerne la complessità, senza scorciatoie e senza la necessità di trasformare ogni spettacolo in un evento fine a se stesso.
Haber, nel ruolo del professore, rappresenta il punto di equilibrio di questa operazione, il suo personaggio non chiede allo spettatore di essere compatito, chiede di essere riconosciuto.
È una differenza che sembra piccola, ma che in teatro cambia completamente il rapporto con il pubblico.
“Le Ultime Lune” non ha bisogno di proclami, ha bisogno di essere ascoltato,
perché dentro quelle ultime lune non c’è soltanto il tramonto di un’esistenza:c’è ancora luce, c’è memoria, c’è amore, c’è rabbia, c’è ironia e soprattutto c’è un uomo che, anche quando tutto sembra deciso, continua a chiedere una cosa semplicissima e difficilissima insieme: poter essere ancora se stesso.
La Prima del Cartellone de “Il Rossetti” non poteva essere migliore.
In replica a “Il Rossetti” il 14, 15 e 16 ottobre alle ore 20.30, alle ore 19.30 sabato 17 ottobre e alle ore 16.00 domenica 18 ottobre mattinè
LE ULTIME LUNE
Di Furio Bordon
Regia di Paolo Valerio
Con Alessandro Haber
E con Silvia Siravo
e Francesco Godina
Scene e Costumi Francesca Tunno
Luci Gigi Saccomandi
Musiche Umberto Iervolino, Federica Luna Vincenti
Produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Goldenart Production

DA «LE “LE ULTIME LUNE”» DI FURIO BORDON A UN CIELO LIMPIDO E TERSO PER LA STAGIONE 2026-2027. UN BRINDISI E DUE PAROLE CON FRANCESCO GRANBASSI, PRESIDENTE DEL TEATRO STABILE DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
Ci eravamo lasciati all’Open Day con una promessa: «Ci si vede il 14 ottobre per Le “Le Ultime Lune”». Eccoci dunque nuovamente con Francesco Granbassi, Presidente del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, per riprendere quella chiacchierata senza ricominciare dalle presentazioni. In mezzo ci sono un nuovo cartellone, i riconoscimenti conquistati dal Rossetti, le relazioni internazionali e qualche domanda che, fra persone che si conoscono, ci si può concedere anche con un sorriso.
Francesco, all’Open Day mi avevi raccontato con entusiasmo di una stagione ricchissima, forse la più ricca nella storia del Rossetti. Ci eravamo salutati dandoci appuntamento al 14 ottobre. Prima di parlare dello spettacolo, però, voglio tornare su un’immagine molto bella: le rose bianche offerte alle signore. È una di quelle attenzioni che fanno capire quanto il rapporto con il pubblico conti davvero per voi, non è così?
È proprio così, Edoardo. All’Open Day avevamo voluto aprire la nostra casa in ogni suo spazio, e anche il gesto delle rose bianche va letto in questo spirito. Ci piace che il pubblico senta il Rossetti come un luogo familiare, dove si viene non soltanto per vedere uno spettacolo ma anche per ritrovarsi. Sono attenzioni semplici, ma raccontano bene il modo in cui intendiamo accogliere chi ci segue con tanto affetto.
L’altra volta avevamo parlato soprattutto di cartellone, e quasi cento titoli non sono facili da riassumere neppure per te! Questa volta vorrei partire dai risultati ottenuti dal teatro. La posizione nella graduatoria ministeriale dei Teatri di Rilevante Interesse Culturale è stata motivo di soddisfazione. Quanto lavoro c’è dietro quei numeri, che il pubblico forse conosce meno degli spettacoli?
C’è il lavoro di tante persone. I risultati non nascono per caso e non appartengono a una sola figura: sono il frutto della collaborazione fra Presidenza, Direzione Artistica, Direzione Organizzativa e tutti i settori del teatro. Le valutazioni ministeriali ci fanno piacere perché riconoscono la qualità di un progetto e la sua capacità di crescere. Ma la cosa importante è non fermarsi a un risultato: ogni stagione ci chiede di fare meglio della precedente, come ci eravamo detti proprio all’Open Day.
A proposito di riconoscimenti, Paolo Valerio ha ricevuto a Volterra il premio «Curzio Inghirami – Ombra della Sera» per La coscienza di Zeno. Per un teatro di Trieste, vedere premiato proprio quel lavoro ha un significato che va oltre il successo di una produzione. Tu come hai accolto la notizia?
Con grande gioia. È un riconoscimento importante per Paolo e per il lavoro che ha fatto su un testo così legato alla nostra città. La coscienza di Zeno ha avuto un percorso bellissimo, anche grazie a un interprete come Alessandro Haber. Vedere che questo progetto continua a essere apprezzato fuori da Trieste è una soddisfazione per tutto il Rossetti. E poi è sempre bello quando viene riconosciuto il talento di una persona con la quale si lavora quotidianamente.
Francesco, il Rossetti non si limita certo ai confini nazionali. Basterebbe pensare al Cirque du Soleil con ECHO e al Blue Man Group. Ma so che dietro questi appuntamenti c’è una storia di rapporti internazionali molto più ampia, e anche un primato italiano che merita di essere ricordato. Me la racconti?
Volentieri. Il Rossetti è stato il primo teatro italiano a entrare nella Broadway League, l’organizzazione che riunisce i protagonisti dell’industria teatrale di Broadway. È un risultato che ci rende particolarmente orgogliosi e che testimonia la credibilità costruita nel tempo, soprattutto grazie al lavoro del nostro Direttore Organizzativo Stefano Curti. Ci sono rapporti importanti con il mondo del West End, con Cameron Mackintosh e con la Really Useful Company di Andrew Lloyd Webber. Sono collaborazioni che si conquistano dimostrando affidabilità, competenza e capacità di accogliere produzioni complesse. Il Cirque du Soleil e il Blue Man Group sono soltanto due esempi di un percorso molto più vasto.
Adesso, se me lo dici in un orecchio, possiamo considerare una vera fortuna che Valerio sia rimasto alla Direzione Artistica del Rossetti? Per un momento si era parlato di una sua possibile partenza. Io credo che, dopo il lavoro fatto insieme, la continuità sia stata una bella notizia anche per il pubblico. O mi sbaglio?
Non ti sbagli affatto, Edoardo. Sono molto contento che Paolo sia rimasto. Quando un professionista riceve altre proposte significa che il suo lavoro è apprezzato, e questo è motivo di soddisfazione. Ma per noi era importante poter continuare il progetto che avevamo costruito insieme. Paolo conosce il Rossetti, conosce Trieste e il nostro pubblico, e con tutta la squadra ha dato vita a risultati importanti. La continuità, quando funziona, è un valore. E in questo caso credo che lo sia davvero.
E arriviamo finalmente al nostro appuntamento del 14 ottobre. Le “Le Ultime Lune” di Furio Bordon apre la prosa con Alessandro Haber e Silvia Siravo, per la regia di Valerio. Un autore triestino, un testo che parla della vecchiaia e dei legami familiari senza cercare facili consolazioni. Mi pare una scelta tutt’altro che scontata per inaugurare una stagione.
È una scelta alla quale teniamo molto. Le “Le Ultime Lune” è un testo di grande sensibilità e profondità, capace di affrontare temi difficili senza rinunciare all’ironia e all’umanità. Furio Bordon è un autore che sentiamo particolarmente vicino, ma il valore di quest’opera va ben oltre Trieste. Alessandro Haber è un interprete straordinario, Silvia Siravo è un’artista di grande sensibilità e Paolo conosce molto bene la forza di questo testo. Credo che sia un’apertura importante, di quelle che lasciano qualcosa allo spettatore.
Con Haber, poi, Valerio ritrova un compagno di lavoro con il quale ha già condiviso La coscienza di Zeno. È un’intesa artistica che può dare qualcosa in più anche a questo spettacolo?
Sicuramente. Alessandro e Paolo hanno già dimostrato di saper lavorare molto bene insieme. Si conoscono, si stimano e hanno un modo di affrontare i personaggi che può rendere questo nuovo incontro particolarmente interessante. Ma non vorrei anticiparti troppo: preferisco che tu venga a vedere lo spettacolo e ne tragga le tue conclusioni, come fai sempre.
Sai bene che prima di una recensione preferisco vedere con i miei occhi e ascoltare con le mie orecchie. Però stavolta provo a farti sbilanciare: tu che conosci già il lavoro, vuoi dirmi come finirà la nostra chiacchierata dopo Le “Le Ultime Lune”?
Te lo dico volentieri: secondo me sarà uno spettacolo che ti sorprenderà e ne sarai entusiasta. Naturalmente poi ne parleremo, e sarò curioso di sapere se la mia previsione era giusta.
Allora accetto la sfida, Francesco. E visto che all’Open Day ci eravamo salutati con un appuntamento, stavolta evito di chiederti di riassumere tutta la stagione in due minuti. Ci sarà tempo per parlarne ancora, vero?
Certo, Edoardo, ci sarà tempo e ci saranno tante occasioni. Ti auguro una bella serata e naturalmente ti aspettiamo per i prossimi spettacoli.