Ci sono spettacoli che arrivano in teatro con l’intenzione dichiarata di raccontare il presente e altri che, senza proclamarlo, finiscono per raccontarlo molto meglio, perché riescono a mettere il dito proprio là dove il nostro modo quotidiano di vivere, muoverci, abitare e perfino lamentarci rivela le proprie contraddizioni. “Scemi del Villaggio”, scritto e interpretato da Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri, appartiene a questa seconda categoria, quella di un teatro che sembra procedere per scherzi, deviazioni, improvvise accelerazioni, battute che provocano la risata e subito dopo lasciano affiorare una domanda meno comoda, quasi nascosta dietro quella stessa risata.

Lo abbiamo visto il 20 ottobre alla Sala Bartoli, dove il lavoro inaugura il percorso autunnale che Festil propone insieme al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia all’interno di “Scena Contemporanea”, e proprio questa collocazione ci sembra significativa, perché il festival diretto da Tommaso Tuzzoli e Federico Bellini torna a offrire al pubblico triestino una finestra sui linguaggi della ricerca, sui nuovi modi di intendere la scrittura scenica e su artisti che non cercano necessariamente la strada più rassicurante per entrare in relazione con lo spettatore.

Il percorso è costruito in tre appuntamenti e ha una sua precisa coerenza, pur affidandosi a poetiche differenti. Dopo “”Scemi del Villaggio”” arriverà infatti “Untold”, affidato alle artiste di Unterwasser, il 22 e 23 ottobre, mentre il 24 e 25 ottobre sarà la volta di “Povero diavolo”, il lavoro di Anagoor con Luca Altavilla. Tre spettacoli, tre differenti possibilità di intendere il teatro contemporaneo, tre modi di interrogare la scena e il nostro presente.

Fettarappa e Guerrieri partono invece da una questione apparentemente semplice: dove viviamo e, soprattutto, come viviamo nei luoghi che chiamiamo casa? La risposta che arriva dalla scena è tutt’altro che semplice, perché la città contemporanea viene osservata come un territorio nel quale tutto sembra essere organizzato affinché le persone possano stare insieme, mentre contemporaneamente vengono sempre più ridotte le occasioni autentiche per farlo.

È qui che “”Scemi del Villaggio”” trova la sua forza, evitando di trasformarsi in una lezione sull’urbanistica, sulla politica delle città o sulle trasformazioni sociali. Fettarappa e Guerrieri non salgono sul palcoscenico per spiegarci come dovrebbe essere una città migliore, non costruiscono un comizio teatrale e nemmeno cercano una facile contrapposizione tra buoni e cattivi. Preferiscono assumere su di sé la parte degli osservatori un po’ sprovveduti, degli abitanti che guardano quello che accade intorno e provano a capire perché improvvisamente il luogo nel quale viviamo sembri diventato così poco disponibile nei nostri confronti.

Il titolo stesso contiene già una dichiarazione d’intenti. Gli “scemi” non sono soltanto gli altri, non sono una categoria sociale alla quale guardare dall’esterno, ma siamo anche noi, quando continuiamo ad accettare come normali situazioni che normali non sono più, quando ci abituiamo alla trasformazione delle piazze in luoghi di consumo, quando consideriamo inevitabile che abitare una città significhi continuamente adattarsi alle sue regole, ai suoi divieti, ai suoi percorsi obbligati, alle sue esigenze economiche.

La provincia e la metropoli, nella scrittura di Fettarappa, non sono davvero due mondi separati. Da una parte ci sono i paesi dove mancano i servizi, dove gli spostamenti diventano complicati, dove la vita sembra procedere a una velocità diversa; dall’altra le grandi città, apparentemente ricche di possibilità, ma sempre più costose, affollate, sorvegliate, organizzate per chi può permettersi di abitarle o semplicemente attraversarle. E allora la fuga dalla provincia verso la città non rappresenta più necessariamente una liberazione, così come la fuga dalla città verso un luogo più tranquillo non garantisce affatto una vita migliore.

Il paradosso è uno degli strumenti più efficaci dello spettacolo e Fettarappa e Guerrieri lo utilizzano continuamente, senza lasciarlo diventare un semplice espediente comico. La loro comicità nasce infatti da una contraddizione riconoscibile, da quella sensazione che tutti possiamo aver provato almeno una volta davanti a una città che ci promette libertà e contemporaneamente ci impone una quantità crescente di regole.

La scrittura procede per scarti, per accumulo, per improvvise deviazioni del ragionamento, e proprio in questo movimento trova la propria identità. Una battuta può sembrare costruita soltanto per far ridere e invece, pochi istanti dopo, ci accorgiamo che dietro quella battuta c’è un problema reale. È una tecnica che Fettarappa e Guerrieri avevano già mostrato in “Apocalisse tascabile” e che qui appare ulteriormente sviluppata, con una maggiore attenzione al rapporto tra individuo e spazio collettivo.

Il loro precedente incontro con il pubblico triestino non è dunque un dettaglio secondario. “Apocalisse tascabile” aveva già fatto conoscere un modo particolare di stare in scena, nel quale l’ironia non serve a nascondere la realtà, ma a renderla ancora più visibile. Ora quel medesimo atteggiamento viene applicato alla città, ai luoghi nei quali abitiamo e alle trasformazioni che stanno modificando il nostro modo di incontrarci.

A colpire è anche il modo nel quale i due interpreti si dividono e si scambiano continuamente il ruolo di chi parla e di chi ascolta, di chi sostiene un’idea e di chi immediatamente la mette in crisi. Non c’è una coppia fissa di personaggi nel senso tradizionale, ma un continuo passaggio fra punti di vista, atteggiamenti, paure, convinzioni e contraddizioni.

La regia, firmata dagli stessi Fettarappa e Guerrieri, segue questa impostazione senza appesantirla. La scena non viene caricata di elementi inutili, perché sono soprattutto i due corpi, la parola, il ritmo e il suono a costruire i luoghi attraversati dallo spettacolo. La dimensione scenica assume così una funzione essenziale: non riproduce realisticamente una città, ma permette alla città di diventare una condizione mentale, una specie di paesaggio nel quale riconoscere le nostre abitudini e le nostre inquietudini.

Anche il lavoro sonoro di Lorenzo Minozzi contribuisce a dare ritmo alla rappresentazione, accompagnando senza sovrastare la parola e sostenendo quel continuo passaggio fra il ragionamento e il gioco scenico. L’insieme mantiene una dimensione volutamente artigianale, quasi da teatro costruito davanti ai nostri occhi, e proprio per questo conserva una notevole immediatezza.

Fettarappa e Guerrieri sono bravi soprattutto quando non cercano la battuta a tutti i costi, quando lasciano che sia la situazione stessa a produrre l’effetto comico. È lì che il loro teatro diventa più interessante, perché la risata non arriva come una conclusione, ma come una porta attraverso la quale entra qualcosa di più inquietante.

Pensiamo, per esempio, al modo nel quale viene affrontato il rapporto con gli stranieri, con la paura, con il linguaggio politico e con i luoghi comuni che circolano quotidianamente nelle nostre conversazioni. Lo spettacolo non si limita a denunciare il pregiudizio, ma ne mostra il meccanismo, lo porta all’estremo e lo lascia parlare fino a quando la sua assurdità diventa evidente. È un procedimento che richiede intelligenza da parte di chi scrive e altrettanta attenzione da parte di chi guarda.

Non siamo dunque davanti a un teatro che pretende di fornire risposte. Anzi, uno dei meriti maggiori del lavoro è proprio quello di non chiudere le questioni che apre. Che cosa significa oggi abitare una città? A chi appartengono davvero le strade? Chi può permettersi di vivere nei centri storici? Che cosa rimane dello spazio pubblico quando ogni piazza viene trasformata in un luogo di passaggio, di consumo o di spettacolarizzazione? E soprattutto, dove si incontrano ancora le persone quando i luoghi comuni, nel senso più concreto dell’espressione, sembrano progressivamente diminuire?

Sono domande che attraversano lo spettacolo senza trasformarlo in un manifesto. Fettarappa e Guerrieri preferiscono lasciare che emergano dalle situazioni, dalle loro discussioni, dai personaggi che prendono forma per pochi minuti e poi vengono abbandonati, dalle osservazioni apparentemente casuali che finiscono per comporre un’immagine abbastanza precisa del nostro tempo.

Il pubblico della Sala Bartoli viene così coinvolto in un gioco nel quale riconoscersi è inevitabile. Perché molti dei comportamenti messi alla berlina non appartengono soltanto agli altri. Appartengono a noi. Anche noi siamo quelli che si lamentano del turismo ma poi viaggiano, che protestano contro l’omologazione delle città ma cercano gli stessi negozi, gli stessi locali, gli stessi modelli di intrattenimento, che desiderano una città più umana ma spesso preferiscono non avere nessuno troppo vicino.

È probabilmente questo il punto più interessante dello spettacolo: la sua capacità di non mettersi completamente al riparo dalla critica che rivolge alla società. Fettarappa e Guerrieri non osservano il mondo da una posizione superiore, ma stanno dentro la stessa contraddizione che raccontano.

E questo rende la loro comicità meno comoda e più autentica.

C’è inoltre un aspetto che riguarda direttamente il teatro. In un mondo nel quale le città diventano sempre più simili e nel quale molte esperienze culturali vengono consumate rapidamente, anche il teatro rischia di diventare un prodotto come gli altri. “”Scemi del Villaggio”” sembra invece rivendicare implicitamente la possibilità di un incontro reale, quello fra due persone in scena e una comunità di spettatori riunita nello stesso luogo.

La Sala Bartoli, in questo senso, è un luogo particolarmente adatto a questo tipo di esperienza. La vicinanza fisica fra attori e pubblico rende evidente che il teatro non è soltanto ciò che viene detto, ma anche il fatto stesso di essere lì, insieme, per un’ora, ad ascoltare due artisti che provano a mettere ordine nel disordine del presente.

E forse è proprio questo il senso più profondo del titolo. Gli “”Scemi del Villaggio”” possono essere coloro che continuano a porre domande quando tutti sembrano avere già una risposta, quelli che non si adeguano completamente alle trasformazioni del luogo nel quale vivono, quelli che guardano una piazza e non vedono soltanto un’attività commerciale, un turista, una telecamera, una zona transennata o un evento, ma provano ancora a chiedersi a cosa serva quella piazza per le persone che la abitano.

Il lavoro di Fettarappa e Guerrieri non è privo di qualche passaggio nel quale l’accumulo di trovate rischia di rallentare la tensione complessiva, e la struttura per quadri può talvolta dare la sensazione di una continua ripartenza, ma è un rischio che appartiene alla stessa forma scelta dagli autori e che, nel complesso, viene superato dalla qualità della scrittura e dalla presenza scenica dei due interpreti.

Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri dimostrano infatti di possedere una qualità non così frequente nella scena contemporanea: sanno essere giovani senza costruire un teatro esclusivamente generazionale. Parlano certamente della loro generazione, ma le questioni che pongono riguardano tutti, perché la città, la casa, il quartiere, il viaggio, la solitudine, il desiderio di appartenenza e la paura dell’altro non hanno età.

Ed è proprio per questo che “Scemi del Villaggio” funziona meglio quando smette di voler dimostrare qualcosa e si limita a mostrarci le contraddizioni nelle quali siamo immersi. La risata arriva allora quasi come una conseguenza, ma non è mai l’unico obiettivo.

Quella sera alla Sala Bartoli abbiamo visto due artisti che conoscono bene la forza della parola e che hanno scelto di utilizzarla non per costruire un racconto rassicurante della contemporaneità, ma per metterla continuamente in discussione. Il loro villaggio non è soltanto un paese lontano dalla grande città, né la città è semplicemente il luogo nel quale tutti vorrebbero arrivare. Sono due facce dello stesso problema, due modi diversi di sentirsi fuori posto.

E forse la cosa più interessante che resta, quando le luci si riaccendono, è proprio questa sensazione: che il problema non sia più soltanto capire dove vogliamo vivere, ma capire se esista ancora un luogo nel quale vivere insieme senza sentirci continuamente ospiti, clienti, turisti, intrusi o persone da accompagnare altrove.

Festil apre così alla Sala Bartoli il suo nuovo percorso dedicato alla ricerca, e lo fa con uno spettacolo che non pretende di avere la città in tasca, ma prova almeno a rovistare nelle sue contraddizioni. Dopo Fettarappa e Guerrieri, il testimone passerà a “Untold”, il 22 e 23 ottobre, quindi ad Anagoor con “Povero diavolo”, il 24 e 25 ottobre. Tre appuntamenti differenti, ma accomunati dalla volontà di cercare nella scena contemporanea qualcosa che non sia già stato consumato, confezionato e riconsegnato al pubblico con una risposta pronta.

Ed è forse proprio questo che chiediamo oggi al teatro: non di dirci come dobbiamo vivere, ma di costringerci, almeno per il tempo di uno spettacolo, a guardare meglio il luogo nel quale viviamo.

Anche quando quel luogo ci fa sentire, con una certa ostinata ironia, un po’ “Scemi del Villaggio”.

SCEMI DEL VILLAGGIO

progetto teatrale di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri

drammaturgia Niccolò Fettarappa

aiuto regia Maria Chiara Arrighini

contributo intellettuale di Christian Raimo

sound designer Lorenzo Minozzi

regia e interpretazione di Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri

produzione AGIDI e ArtistiAssociati-Centro di Produzione Teatrale