Immediatamente già quando il sipario si alza, il pubblico si ritrova immediatamente sospeso in una dimensione singolare: non semplicemente teatro, non solo musica, non del tutto opera, ma piuttosto un territorio ibrido e sorprendente in cui ogni elemento, azione scenica, canto, ritmo, gesto, si intreccia alla continua tensione tra serietà e farsesco, tra lirica e parodia scenica. Questa non è una serata di satira gratuita, né un collage di pezzi d’opera infilati uno dopo l’altro: è piuttosto un congegno drammaturgico millimetrico che osserva e mette in scena i tic, le attitudini, gli slanci e le nevrosi di chi vive nell’universo dell’opera lirica, interpreti, tecnici, pubblico,e lo fa con sguardo insieme compartecipe e ironico.

The Opera Locos nasce da un’idea che ha alle spalle la lunga esperienza del collettivo teatrale spagnolo di Madrid, fondato nel 1991 “Yllana” e la visione di Remi Eldar: un desiderio di andare oltre la semplice rappresentazione, di scolpire un teatro musicale che sappia guardare dentro se stesso, che sappia prendere la forma stessa dell’opera e piegarla, scherzarci sopra,ridere su di essa, muoverla, smontarla e rimontarla con audacia. È un omaggio all’opera, certo, ma è anche una presa di coscienza delle sue ritualità, delle sue piccole tragedie quotidiane, dei grandi sogni e delle piccole vanità che vivono dietro le quinte, nei camerini, nelle prove infinite, il tutto con tanta umorismo e divertimento. Qui la tradizione si incontra con l’ironia, la maestosità si confronta col quotidiano, il sublime viene toccato e riplasmato.

Un ruolo decisivo nella riuscita di questo spettacolo lo hanno la direzione artistica di David Ottone e Joe Curnee: la loro visione non ha paura di giocare con i codici dell’opera ma allo stesso tempo li rispetta, li interpreta e li trasfigura. Non si tratta di deridere l’opera lirica di se per se, ma di mostrarla in tutta la sua polifonia di caratteri, dove il gesto eroico convive con la goffaggine umana, e dove il canto sublime si intreccia a momenti di autentica esilarità. Ottone e Curnee orchestrano una serie di micro-narrazioni che insieme compongono un affresco divertente e intelligente sulla vita scenica, su ciò che avviene dentro e fuori il palcoscenico, dove ogni aspettativa carnale si scontra con la disciplina del gesto artistico.

La struttura narrativa di The Opera Locos non segue una trama univoca in senso classico, ma è costruita come una successione di quadri scenici, quasi sketch, ognuno dei quali esplora un aspetto della vita operistica. Si va dal tentativo quasi ossessivo di affrontare e studiare l’“aria del Conte di Almaviva” ne Il Barbiere di Siviglia, con tutte le frustrazioni tecniche e vocali che ne conseguono, alla struggente parodia di una vecchia gloria della lirica che non riesce più ad affrontare il “Nessun Dorma” di Turandot senza cadere in una crisi di identità artistica. E poi ancora, altri momenti in cui il testo lirico diventa terreno di gioco, di riflessione e di rovesciamento: la preparazione ossessiva di un’aria celebre che si trasforma in un’esibizione di vanità, oppure la riunione di ensemble in cui ogni personaggio tenta di ritagliarsi uno spazio di protagonismo con esiti comici e amari allo stesso tempo.

Questa pluralità di mini-storie non è mai dispersiva: al contrario, crea una tessitura emotiva sorprendentemente coerente, perché dietro ogni gag, ogni passo di danza o ogni frase cantata apparentemente a sproposito, risuonano questioni vere, la tensione verso la perfezione, il confronto con il fallimento, la costruzione di un’“identità” artistica che sia autentica, la difficoltà di conciliare l’ego con la disciplina, il desiderio di essere riconosciuti senza tradire se stessi. Quel che colpisce è la capacità del testo di far ridere non perché si limita a prendere in giro l’opera, ma perché ci costringe a riconoscere le nostre stesse contraddizioni sentimentali e professionali quando ci specchiamo in questi caratteri estremi.

Fondamentale per rendere viva questa dimensione è la direzione musicale curata da Marc Alvarez e Manuel Coves, con musica registrata dall’Orchestra Sinfonica Verum. L’orchestra, registrata per la scena da Manuel Coves, non è un semplice sottofondo: è un protagonista onnipresente, che dà ritmo e corpo alle sequenze. L’azione scenica si intreccia incessantemente con le sonorità orchestrali: in alcuni momenti si resta sospesi ad ascoltare l’eleganza di una frase melodica, in altri si viene “presi in giro” con un cambio di tempo ironico o un crescendo che smorza la maestosità in un guizzo comico. L’Orchestra Sinfonica Verum, con il suo modo raffinato di modulare ogni intervento, crea uno sfondo sonoro che sostiene l’azione senza mai oscurarla, rendendo palpabile il contrasto tra ciò che viviamo come mito lirico e la realtà umana che lo attraversa.

La recitazione-canto è sorretta dalle coreografie di Carlos Chamorro, che agiscono come punte di un ritmo visuale continuo. Chamorro riesce a trasformare il fisico degli attori in strumenti narrativi: non solo gestualità evocative della prassi lirica classica, ma movimenti che sospendono e rinnovano i gesti stessi del teatro musicale. Le coreografie sono un ponte tra canto e parola, tra comicità e dramma, e contribuiscono a rendere dinamica una scena che altrimenti potrebbe sembrare frammentata dalle sequenze diverse. In questi momenti si percepisce quanto il corpo sia materia narrabile quanto la voce.

La scenografia e i costumi, disegnati da Tatiana de Sarabia e David Ottone, creano un universo visivo che sembra dialogare con l’interno di un libro di illustrazioni: linee semplici, riferimenti alla grammatica classica del teatro ma scomposti in elementi che evocano un mondo fumettistico, non nella superficialità visiva, ma nella capacità di dare forma a personaggi che sembrano usciti da pagine di un racconto in cui ogni singolo gesto ha un’eco grosso ma lieve allo stesso tempo. I colori, i tessuti, i riferimenti iconografici evocano un’idea di teatro che è insieme grande e piccolo, sontuoso e quotidiano, serio e giocoso. In questo modo, lo spazio scenico diventa campo di azione per le micro-narrazioni, un luogo in cui la realtà si rifrange e si moltiplica secondo i registri del comico e del lirico.

Le luci di Pedro Pablo Melendo e Enrique Toro sono tessitrici instancabili di atmosfera: non si limitano a illuminare, ma plasmano lo spazio con precisione, guidano lo sguardo e segnano i passaggi emotivi senza mai imporre un tono unico. In alcuni momenti, la luce crea un effetto sospeso e quasi astratto, che invita l’ascolto attento; in altri, disegna ombre forti che evidenziano i profili dei personaggi in quasi satiresche posture eroiche. Lavorando in continuità con la drammaturgia e la musica, il disegno luci si insinua nella narrazione come un personaggio invisibile ma essenziale: dà ritmo, costruisce profondità, sottolinea ironia e lirismo con un’interazione elegante tra ombra e bagliore.

Al Teatro “Il Rossetti”, questa produzione acquisisce una particolare forza: lo spazio architettonico, la platea, la storia del teatro stesso sembrano dialogare con l’azione scenica, come se “The Opera Locos” avesse trovato un luogo ideale per essere visto e ascoltato. Non c’è distanza tra scena e pubblico: tutto avviene in una continuità sensoriale e percettiva. Il pubblico ridacchia, ride apertamente, a volte sospira, altre volte si lascia trasportare dal canto con un senso di abbandono che è raro trovare insieme alla leggerezza comica. L’effetto complessivo non è quello di un collage di numeri, ma di un organismo teatrale vivo, fatto di parti modulari ma coese.

C’è un momento nello spettacolo in cui la scena esplora il lato oscuro della celebrità lirica: la figura di una diva che teme il suo declino, il confronto con l’età che avanza, la difficoltà di affrontare un celebre “Nessun Dorma” quando la voce non risponde più come un tempo. Qui la commozione e la risata si toccano: l’umorismo non è mai gratuito, ma nasce da un luogo di verità umana. Ogni personaggio, anche quando eccede, quando si avventura in parodie, resta riconoscibile come figura umana, con desideri, fragilità, sogni e paure. Non è mai personaggio-monumento: è personaggio-vita.

Questo è “The Opera Locos”, un teatro che parla di teatro, un’opera che parla di opera, una celebrazione intelligente e affettuosa delle contraddizioni interne al mondo artistico, un luogo in cui si ride con intelligenza e si riflette con piacere. È un’esperienza viva, fatta di ritmo, contrasti, risate e intimità. Lo spettacolo non sacrifica nulla all’effetto, ma trova un equilibrio sottile tra leggerezza e profondità, tra invenzione scenica e musica di valore reale.

The Opera Locos, visto al Teatro “Il Rossetti”, è un evento teatrale da non perdere non perché vuole stravolgere l’opera lirica, ma perché la ama tanto da riuscire a guardarla dentro, con tutto il suo splendore, le sue debolezze, le sue vanità e i suoi slanci maggiori, msgsriportsndo ls ridsts com un fiume in piena. È un omaggio entusiasmante e intelligente, costruito da una squadra artistica coraggiosa e raffinata: Ottone e Curnee per la regia artistica, Alvarez e Coves per la musica, l’Orchestra Sinfonica Verum per la presenza sonora, Chamorro per le coreografie, Melendo e Toro per le luci, de Sarabia e Ottone per scenografia e costumi, López de Segovia per il suono, tutti elementi che si fondono in un racconto unico, ricco di humour, cuore e musica.

Uno spettacolo che vorremo andare a riveder quanto prima.