
Il terzo e ultimo concerto del Festival “Primavera da Vienna 2025 a Trieste” non è stato semplicemente la conclusione di una rassegna musicale, ma il compimento di un percorso artistico e culturale di rara coerenza, capace di trasformare GIUSTAMENTE il “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Il Rossetti” in un autentico incrocio europeo della grande musica. Fin dal primo giorno, passando attraverso il secondo, fino a questo epilogo mozartiano, si è avuta la netta percezione di partecipare a qualcosa che andava oltre la normale programmazione concertistica: un vero e proprio evento UNICO, capace di rinsaldare il legame storico, culturale ed emotivo tra Trieste e Vienna, tra la Mitteleuropa musicale e il suo pubblico naturale, più di 2000 presenze provenienti dall’Austria.
In questo inizio di primavera, quando la città sembra lentamente risvegliarsi, la musica è diventata linguaggio comune, spazio condiviso, luogo di incontro. Il pubblico, numerosissimo e partecipe fin dalla prima serata, ha dimostrato una maturità di ascolto che ha sempre contraddistinto i nostri concittadini, seguendo con attenzione programmi complessi e articolati, accogliendo con rispetto i silenzi, reagendo con entusiasmo misurato ma sincero ai momenti di maggiore intensità emotiva. Non era un pubblico distratto o mondano ovviamente, ma una unione di intenditori consapevoli di trovarsi di fronte a interpreti e repertori di altissimo livello, pronta a lasciarsi coinvolgere in un viaggio musicale che richiedeva ascolto profondo e disponibilità emotiva.

Fondamentale, in tutto questo, è stata la presenza dei “Wiener Symphoniker”, orchestra che non ha bisogno di presentazioni ma che, proprio per questo, merita di essere ricordata nella sua importanza storica e artistica. Fondata nel 1900, la “Wiener Symphoniker” rappresenta una delle colonne portanti della tradizione musicale viennese, distinta e complementare rispetto ai “Wiener Philharmoniker”, se questi ultimi incarnano il volto più istituzionale e rituale della musica viennese, i “Wiener Symphoniker” hanno da sempre rappresentato l’anima più aperta, sperimentale e internazionale della città. Sono stati protagonisti assoluti della vita musicale del Novecento, collaborando con direttori come Wilhelm Furtwängler, Bruno Walter, Herbert von Karajan, Carlo Maria Giulini, Zubin Mehta, Georges Prêtre, e promuovendo non solo il grande repertorio classico e romantico, ma anche la musica contemporanea.
Il loro suono, riconoscibile per compattezza, calore timbrico e una particolare attenzione all’equilibrio tra le sezioni, è profondamente radicato nella tradizione viennese ma non ne è mai prigioniero. In questo Festival, la Wiener Symphoniker ha dimostrato una versatilità straordinaria, passando da Beethoven a Mozart, da Bruch a Čajkovskij , mantenendo sempre una qualità interpretativa altissima e una coerenza stilistica ammirevole. È proprio questa capacità di essere fedeli alla tradizione senza mai risultare museali che rende questa orchestra una delle più importanti e attive del panorama europeo.
Il terzo concerto, affidato a Rudolf Buchbinder nella doppia veste di pianista e direttore, ha assunto un valore particolare anche per questo: la chiusura affidata a Mozart non è stata un semplice omaggio al compositore per eccellenza della classicità viennese, ma una scelta simbolica, quasi necessaria. Mozart, più di chiunque altro, rappresenta il punto di incontro tra intelletto ed emozione, tra forma e sentimento, tra equilibrio e profondità espressiva. E farlo attraverso tre dei suoi concerti pianistici più maturi ha significato entrare nel cuore del suo mondo interiore, non per nulla il concerto pomeridiano di chiusura di oggi ha un titolo esaustivo: “ Sentori di Primavera e Incanti Notturni”.
Rudolf Buchbinder è una figura che incarna perfettamente questa visione, la sua carriera, costruita su decenni di studio, esecuzioni memorabili e una conoscenza profonda del repertorio classico, lo pone oggi come uno degli ultimi grandi interpreti di una tradizione che unisce rigore e libertà. Pianista di fama mondiale, Buchbinder ha suonato nei più importanti teatri e festival internazionali, collaborando con le maggiori orchestre e lasciando incisioni di riferimento, in particolare per quanto riguarda Mozart e Beethoven. Negli ultimi anni, la sua attività come direttore dal pianoforte ha ulteriormente arricchito il suo profilo artistico, permettendogli di offrire letture organiche, unitarie, in cui il pianoforte non è mai un corpo estraneo all’orchestra, ma parte integrante del tessuto sonoro.

Il programma del matitnè, interamente dedicato ai Concerti per pianoforte e orchestra di Mozart, ha seguito un percorso cronologico ed emotivo ben preciso, attraversando alcuni degli ultimi anni della vita del compositore. Questi concerti nascono in un periodo di grande complessità per Mozart, segnato da difficoltà economiche, da un rapporto sempre più problematico con il pubblico viennese e da una profonda introspezione artistica. Eppure, proprio in questi anni, Mozart riesce a creare alcune delle pagine più luminose e toccanti della storia della musica.
Ha aperto lo spettacolo concertistico il “Concerto n. 27 in si bemolle maggiore KV 595”, ultimo concerto pianistico di Mozart, composto nel 1791, pochi mesi prima della morte, ha assunto il valore di un vero e proprio commiato. Qui tutto è più semplice, più essenziale, ma anche più profondo. L’Allegro iniziale scorre con una serenità disarmante, priva di conflitti apparenti. Il Larghetto in mi bemolle maggiore è un momento di intimità estrema, in cui ogni nota sembra carica di significato. Buchbinder affronta questo movimento con un tocco leggerissimo, quasi timoroso di disturbare l’equilibrio fragile della musica. Il Finale, Allegro, chiude il concerto con un sorriso gentile, non trionfale, ma umano, profondamente umano.
Il Concerto n. 23 in la maggiore KV 488, composto nel 1786, è una delle massime espressioni di questo equilibrio fragile tra serenità e inquietudine. L’Allegro Maestoso iniziale si apre con un’orchestra leggera, trasparente, che introduce un clima di elegante distensione, il pianoforte entra con naturalezza, senza esibizionismi, instaurando un dialogo continuo con l’orchestra. Buchbinder sceglie una lettura sobria, misurata, che mette in risalto la chiarezza formale e la finezza delle modulazioni. Nulla è lasciato al caso, ma tutto appare spontaneo, come se la musica nascesse in quel momento.
Il secondo movimento, l’Adagio in fa diesis minore, rappresenta uno dei vertici emotivi di tutta la produzione mozartiana, questa tonalità, così lontana e insolita, crea immediatamente un senso di sospensione, di dolore trattenuto, il pianoforte canta una melodia dolente, quasi confessionale, sostenuta da un’orchestra che sembra respirare con lui. Buchbinder scava in profondità, lasciando spazio ai silenzi, valorizzando ogni inflessione, ogni respiro musicale. È un momento di intensa introspezione, che ha avvolto il pubblico in un silenzio carico di emozione. Il Finale, Allegro assai, riporta una luce più serena, ma non cancella quanto ascoltato prima, è una gioia consapevole, matura, che porta con sé l’eco della malinconia.
Dopo l’intervallo una perfetta esecuzione del Concerto n. 21 in do maggiore KV 467, aspettava il pubblico. Questo concerto, scritto l’anno precedente del Concerto n. 23, mostra invece un Mozart più solenne, quasi monumentale. L’Allegro maestoso iniziale si apre con una orchestrazione ampia, luminosa, che conferisce al concerto un carattere quasi sinfonico. Il pianoforte entra con autorevolezza, ma sempre in dialogo con l’orchestra, mai in contrasto. Buchbinder guida con gesti essenziali, lasciando che il flusso musicale si sviluppi con naturalezza. L’Andante in fa maggiore è uno dei momenti più celebri e amati di Mozart: una melodia semplice, pura, che sembra sospesa fuori dal tempo. L’interpretazione evita ogni sentimentalismo, puntando su una purezza di suono che rende questo movimento quasi etereo. Il Finale, Allegro vivace assai, chiude il concerto con energia e brillantezza, restituendo al pubblico un senso di gioia composta.
Al termine dell’ultimo accordo, gli applausi sono poi esplosi calorosi, prolungati, ma accompagnati da un velo di malinconia. La consapevolezza che questo fosse l’ultimo concerto di un ciclo così riuscito ha reso l’emozione ancora più intensa. Non si trattava solo della fine di una serata, ma della chiusura di un’esperienza condivisa, di un percorso musicale che aveva accompagnato la città per tre giorni straordinari.
Eppure, come spesso accade con le esperienze più belle, alla tristezza si è subito affiancata una certezza. La stretta collaborazione tra il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia “Il Rossetti” e i “Wiener Symphoniker” lascia intravedere un futuro ancora ricco di grandi appuntamenti. Si è già parlato nella conferenza stampa che trovate anche nelle nostre pagine, della nuova edizione, della “Primavera Musicale 2027” che riporterà a Trieste questo altissimo livello di proposta artistica.
Se questo Festival ha dimostrato qualcosa, è che quando visione artistica, competenza organizzativa e grande musica si incontrano, il risultato può essere davvero memorabile. E anche se oggi il sipario si è chiuso, la musica continua a risuonare nella memoria, lasciando il desiderio, profondo e sincero, di ritrovarsi ancora qui, l’anno prossimo, ad ascoltare, emozionarsi e, ancora una volta, sentirsi parte di qualcosa di unico.
