
Ci sono spettacoli che raccontano una storia e altri che, partendo da una di esse, provano a capire che cosa sia successo alla Storia. “L’Alba Dopo la Fine della Storia”, scritto da Paolo Di Paolo e diretto e drammatizzato da Giacomo Pedini, appartiene decisamente alla seconda categoria. È uno spettacolo che non si accontenta di riportare sulla scena un periodo preciso, quello degli anni Novanta, ma prova a tornarci dentro con gli occhi di chi, dopo aver creduto che il mondo stesse finalmente andando verso una direzione precisa, si è ritrovato invece davanti a un’Europa diversa, più inquieta, più fragile e soprattutto incapace di mantenere molte delle promesse che sembravano ormai acquisite. La scelta di portare questo lavoro sul palcoscenico del Teatro “Il Rossetti”assume quindi un significato particolare, non soltanto perché si tratta di una produzione legata a Mittelfest, realtà che da sempre ha nella propria identità il confronto fra culture, territori e memorie dell’Europa centrale e orientale, ma perché il tema affrontato appartiene a una storia che, soprattutto in questa parte d’Europa, non può essere considerata lontana o estranea. Qui la Storia non è mai soltanto qualcosa che si studia sui libri. È una presenza che attraversa le generazioni, le famiglie, i confini, le lingue e le memorie personali.
Paolo Di Paolo è l’autore del testo, scrittore contemporaneo che porta nel lavoro una scrittura capace di muoversi fra dimensione individuale e riflessione storica. Non è lui a firmare la regia: la responsabilità della scena e della drammaturgia è affidata a Giacomo Pedini, che costruisce lo spettacolo cercando un equilibrio tutt’altro che semplice fra parola teatrale, immagini e live cinema. È proprio questo incontro a diventare uno degli elementi più interessanti dell’allestimento, perché permette alla Storia di non rimanere soltanto raccontata, ma di assumere davanti allo spettatore una forma visiva, talvolta concreta e talvolta volutamente ambigua, la domanda dalla quale sembra partire tutto è semplice soltanto in apparenza: che cosa succede quando la Storia non mantiene le promesse che avevamo affidato al futuro?
Il 1989 aveva rappresentato per molti la possibilità di un nuovo inizio. La caduta del Muro di Berlino, la fine della contrapposizione fra blocchi, il progressivo disfacimento dell’Unione Sovietica sembravano indicare l’ingresso in un tempo nel quale pace, libertà e prosperità avrebbero potuto diventare condizioni normali e non più conquiste da difendere continuamente. Sembrava quasi che il Novecento avesse finalmente trovato il proprio epilogo e che davanti all’Europa si aprisse una strada nuova.
Ma la Storia, quella vera, raramente procede secondo i programmi che gli uomini preparano per lei, infatti arrivano le guerre nella ex Jugoslavia, arrivano le violenze, le divisioni, le identità che tornano a essere utilizzate come armi, arrivano le illusioni spezzate e la scoperta che la fine di una guerra non significa necessariamente l’inizio della pace. È dentro questa contraddizione che Pedini colloca i suoi personaggi, persone che sembrano quasi essere rimaste sospese in mezzo a un cambiamento che non riescono completamente a comprendere.
Monika, Franco, Emiliano, il Tenente, Gloria e Viktor non sono semplicemente personaggi che attraversano una vicenda teatrale. Sono, ciascuno a modo proprio, frammenti di un’epoca. Sono persone che cercano una posizione dentro un mondo nel quale i riferimenti stanno cambiando continuamente. Litigano, mentono, ricordano, amano, raccontano e spesso sembrano non sapere neppure loro quanto ci sia di vero nelle proprie parole.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo, la verità non viene presentata come qualcosa di facilmente raggiungibile. Ogni personaggio possiede una propria versione degli avvenimenti e ogni versione può essere contemporaneamente credibile e sospetta. La memoria diventa così una materia instabile. Non sempre ricordiamo ciò che è realmente accaduto, ma ciò che abbiamo bisogno di ricordare per poter continuare a vivere.
Viktor, interpretato da Primož Ekart, assume in questo sistema di relazioni una funzione particolarmente significativa. È un testimone, ma essere testimone non significa necessariamente possedere la verità. Al contrario, significa spesso trovarsi davanti alla difficoltà di distinguere ciò che si è visto da ciò che si è creduto di vedere, ciò che si ricorda da ciò che è stato successivamente raccontato. Franco, interpretato da Woody Neri, porta invece nella vicenda una dimensione diversa, più legata alla capacità di vedere una versione della realtà, di costruire un racconto nel quale il confine fra verità e invenzione diventa sottile. Emiliano, affidato a Francesco Migliaccio, è l’attore, e la sua presenza introduce ulteriormente il tema della rappresentazione: il teatro racconta la realtà, ma anche la realtà, in fondo, può trasformarsi in una rappresentazione, il Tenente di Alberto Pirazzini e Gloria, interpretata da Matilde Vigna, completano un gruppo di figure che sembrano appartenere a un’Europa rimasta senza coordinate precise. Gloria, insieme alla presenza del falso Gorbačëv, porta inoltre dentro lo spettacolo uno degli aspetti più inquietanti della vicenda: la possibilità che l’immagine possa sostituire la persona, che una figura pubblica possa essere trasformata in una maschera e che la verità possa essere manipolata fino a diventare quasi irriconoscibile, mentre Monika, interpretata da Camilla Semino Favro, è l’autrice. E anche questa scelta non appare casuale, mettere accanto a un testimone, a un attore, a un disertore, a un venditore-millantatore e a una sopravvissuta, una figura che “scrive la sua caso” significa introdurre un ulteriore livello di riflessione: chi racconta la Storia? Chi decide quale versione rimarrà? E quanto il racconto modifica inevitabilmente ciò che pretende di conservare?
Pedini non offre una risposta definitiva, e probabilmente sarebbe impossibile offrirla, il suo spettacolo sembra piuttosto costruire un campo di tensione nel quale le diverse versioni della realtà si incontrano e si scontrano. È una scelta che rende il pubblico partecipe senza obbligarlo a prendere immediatamente una posizione. Si guarda, si ascolta, si cercano collegamenti e progressivamente ci si accorge che quello che sembrava un racconto sugli anni Novanta sta diventando qualcosa di molto più vicino al presente, perché il vero tema non è soltanto ciò che è accaduto allora.
È il modo nel quale continuiamo ancora oggi a interpretare ciò che è accaduto.
Il “live cinema” curato da Stefano Bergomas diventa proprio per questo una componente essenziale, non è semplicemente un’aggiunta spettacolare alla rappresentazione teatrale, ma uno strumento che mette continuamente in discussione il rapporto fra ciò che vediamo e ciò che crediamo. La telecamera può avvicinare un volto, modificarne la percezione, isolare un dettaglio, trasformare un’immagine reale in qualcosa di diverso. Il pubblico vede contemporaneamente il teatro e la sua trasformazione attraverso l’occhio della macchina da presa, quindi la domanda sulla verità diventa anche una domanda sull’immagine su quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo? Quanto l’immagine è testimonianza e quanto invece è costruzione?
In un periodo storico nel quale le immagini possono essere manipolate, ricostruite, falsificate e diffuse con una rapidità che negli anni Novanta sarebbe stata quasi inconcepibile, il rapporto fra teatro e “live cinema” acquista una forza particolare. Lo spettacolo non ha bisogno di spiegare direttamente questa trasformazione. La mette davanti agli occhi dello spettatore.
Anche le scene di Alice Vanini sembrano rispondere a questa esigenza di non costruire un ambiente semplicemente realistico, ma uno spazio nel quale la realtà possa continuamente cambiare significato. Lo spazio teatrale diventa una sorta di territorio di passaggio, proprio come i personaggi sembrano essere persone in transito fra un passato che non riescono a lasciare e un futuro che non riescono ancora a comprendere.
I costumi di Gianluca Sbicca e Francesca Novati contribuiscono a collocare i personaggi in un tempo riconoscibile senza trasformarli in figure da ricostruzione storica. Le luci di Stefano Laudato e il suono di Corrado Cristina accompagnano questa atmosfera, creando un ambiente nel quale il ricordo e il presente possono sovrapporsi senza che lo spettacolo debba continuamente dichiarare dove ci troviamo.
Anche la musica di Cristian Carrara, eseguita dalla FVG Orchestra diretta da Paolo Paroni e presente in registrato, contribuisce a costruire una dimensione emotiva che non cerca di commentare ogni passaggio, ma accompagna il movimento generale della rappresentazione.
Il merito principale di “L’Alba Dopo la Fine della Storia” è comunque quello di non trasformare la riflessione politica e storica in una lezione. Non siamo davanti a un teatro che pretende di spiegare al pubblico che cosa deve pensare del 1989, della caduta dell’Unione Sovietica o della dissoluzione della Jugoslavia. Questi avvenimenti sono il terreno sul quale i personaggi si muovono, ma la vera materia dello spettacolo sono le conseguenze umane di quei cambiamenti.
Perché dietro ogni grande evento storico esistono sempre persone che devono ricominciare a vivere,
persone che perdono una casa, una certezza, un’identità, che devono decidere da che parte stare, che cercano di raccontare ciò che hanno vissuto e altre che cercano di dimenticarlo.
E in questo senso i sei personaggi non sono eroi, sono dispersi, è forse questa la parola che meglio li definisce. Dispersi non necessariamente nello spazio, ma nel significato delle cose. Hanno perso una direzione e cercano di ricostruirla attraverso la memoria, la menzogna, l’amore, la rappresentazione e persino l’assurdo.
Il titolo stesso contiene una contraddizione affascinante. L’alba dovrebbe rappresentare l’inizio, la luce che arriva dopo la notte. Ma se questa alba arriva dopo la “fine della Storia”, che cosa sta realmente iniziando? È questo il punto nel quale lo spettacolo riesce ad andare oltre gli anni Novanta. Non perché cerchi facili parallelismi con l’attualità, ma perché mette in discussione l’idea stessa di un mondo finalmente pacificato e ordinato. La Storia non è finita. Ha semplicemente cambiato forma.
Proprio per questo il lavoro di Mittelfest acquista un significato che va oltre la singola produzione. L’Associazione Mittelfest continua a rappresentare uno spazio nel quale il teatro può confrontarsi con una parte d’Europa spesso raccontata attraverso la politica o la cronaca, ma che possiede invece una complessità culturale, umana e storica molto più profonda. Il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia sostiene questa possibilità produttiva e culturale, ma è sul palcoscenico che quella collaborazione trova la sua vera ragione d’essere: permettere a una riflessione sulla nostra storia comune di diventare spettacolo.
Al Teatro “Il Rossetti” questa dimensione assume inoltre un peso particolare perché il pubblico si trova davanti a un lavoro che non parla di un passato remoto. Gli anni Novanta sono ancora dentro la memoria di molti spettatori. Sono abbastanza vicini da essere ricordati e abbastanza lontani da poter essere osservati con una certa distanza, è proprio questa distanza a permettere allo spettacolo di interrogare quelle illusioni senza trasformarle in nostalgia.
Gli anni Novanta non vengono idealizzati. Non vengono neppure semplicemente condannati. Vengono osservati come un momento nel quale l’Europa ha creduto possibile un nuovo equilibrio e ha scoperto, forse troppo presto, che nessun equilibrio è garantito per sempre.
La regia e la drammaturgia di Giacomo Pedini funzionano soprattutto quando lasciano che questa ambiguità rimanga aperta, non tutto deve essere chiarito, non ogni personaggio deve essere decifrato fino in fondo.
È una scelta che consideriamo importante perché il teatro, quando affronta la Storia, corre sempre il rischio di diventare didascalico. Qui invece la Storia entra attraverso gli individui, attraverso le loro contraddizioni e le loro fragilità.
“L’Alba Dopo la Fine della Storia” ci ricorda che le grandi trasformazioni non finiscono quando vengono annunciati ufficialmente. Continuano nelle persone, nelle famiglie, nelle memorie e nelle generazioni successive. Un muro può cadere in una notte, un regime può dissolversi, un confine può cambiare, ma nella mente degli uomini quelle trasformazioni continuano molto più a lungo.
Ed è qui che lo spettacolo trova la sua dimensione più autenticamente teatrale e quindi questa piece racconta ciò che la Storia lascia dietro di sé,le paure, le promesse non mantenute, i sogni diventati illusioni, le identità confuse, le verità deformate e soprattutto quella domanda che attraversa l’intero spettacolo: come si può capire dove siamo se non sappiamo più con certezza da dove veniamo?
Il pubblico esce così da questa rappresentazione con una sensazione particolare. Non quella di avere ricevuto una risposta, ma quella, molto più utile, di avere assistito a un interrogativo.
Forse è proprio questa la funzione più importante di questa produzione, quando decide di misurarsi con la Storia: non riscriverla, non semplificarla, non trasformarla in una sequenza di date e avvenimenti, ma restituirle la sua dimensione umana, e in fondo l’alba del titolo potrebbe essere proprio questa.
In replica al “Politeama Rossetti” mercoledì alle ore 20.30.
“L’ALBA DOPO LA FINE DELLA STORIA”
Testo di Paolo Di Paolo
Regia di Giacomo Pedini
Con (in o.a.)
Valentina Bartolo (Monika)
Primož Ekart (Viktor)Roberto
Marinelli (Franco)
Francesco Migliaccio (Emiliano)
Alberto Pirazzini (Tenente)Matilde Vigna (Gloria, Fake Gorbacëv)
Scene Alice Vanini
Costumi Gianluca Sbicca e Francesca Novatilive
Cinema e regia video Stefano Bergomas
Musiche Cristian Carrara
Eseguite in registrato da “FVG Orchestra”
Direttore d’orchestra Paolo Paroni
Drammaturgia Jacopo Giacomoni
Luci Stefano Laudato
Suono Corrado Cristina
Produzione Associazione Mittelfest