Ci sono spettacoli davanti ai quali il teatro sembra assumere una responsabilità diversa da quella consueta, perché non si tratta soltanto di raccontare una storia, di ricostruire un avvenimento o di affidare alla scena la memoria di ciò che è stato, ma di riportare davanti a una comunità qualcosa che quella comunità ha conosciuto sulla propria pelle, qualcosa che per molti non appartiene affatto a un passato concluso e che continua invece a vivere nelle parole, nei silenzi, nelle case ricostruite, nei paesi cambiati e soprattutto nella memoria di chi quella notte del 6 maggio 1976 l’ha vissuta. “Orcolat ’76”, scritto da Simone Cristicchi e Simona Orlando, nasce esattamente da questa necessità e, a cinquant’anni dal terremoto che sconvolse il Friuli, torna in scena assumendo una forma che mette insieme teatro, musica, testimonianza e racconto, senza pretendere di trasformare una tragedia collettiva in una semplice pagina di storia.

Noi lo abbiamo ritrovato nella nuova edizione che, dieci anni dopo il debutto, riprende un progetto nato nel 2016 per il quarantennale del terremoto e presentato allora nel Duomo di Gemona, luogo nel quale la forza simbolica dell’operazione era già evidente. Oggi “Orcolat ’76” ritorna con una struttura musicale ancora più centrale, affidata a Valter Sivilotti, alla FVG Orchestra e al Coro del Friuli Venezia Giulia, e con Simone Cristicchi protagonista insieme alla fisarmonica e alla voce di Francesca Gallo e agli interventi recitati di Anna Maria De Monte. È un lavoro che non ha bisogno di ricostruire materialmente il terremoto, perché gli basta evocarlo, farlo riaffiorare attraverso la parola, le voci, i suoni e quelle immagini che la memoria ha conservato per mezzo secolo.

Siamo rimasti colpiti dalla veridicità dei tanti racconti vividi con tantissimi aneddoti vissuti dai protagonisti: anche noi eravamo lì, in quelle terre per dare il nostro contributo. Una goccia in un oceano ma, come ha ricordato Cristicchi, piccoli passi. La storia che viene raccontata è naturalmente quella del terremoto, ma sarebbe riduttivo fermarsi alla cronaca delle scosse, delle vittime, delle case crollate e delle persone costrette a vivere nelle tendopoli. Il vero percorso dello spettacolo è più ampio e segue il Friuli dal momento della distruzione a quello della ricostruzione, attraversando la paura, lo smarrimento, i soccorsi, la solidarietà, il ritorno degli emigranti, la necessità di ricominciare e infine quella particolare capacità di una popolazione di trasformare una catastrofe in un progetto collettivo.

È proprio questo passaggio a rendere “Orcolat ’76” qualcosa di diverso da una semplice commemorazione. La tragedia rimane sempre presente, non viene attenuata e soprattutto non viene utilizzata come pretesto per un racconto retorico della rinascita, ma la ricostruzione diventa progressivamente il secondo movimento dello spettacolo, quello nel quale il dolore individuale comincia a incontrare una volontà collettiva.

Il termine “Orcolat” appartiene alla tradizione popolare friulana e indica la creatura che, secondo l’immaginario antico, vive nascosta fra le montagne e provoca con i propri movimenti i terremoti. Cristicchi assume questa figura e la trasforma in una presenza quasi fisica, una creatura che non vediamo ma che sentiamo arrivare, un’immagine che consente al racconto di non essere soltanto realistico. L’ Orcolat diventa così il nome dato all’inspiegabile, al momento nel quale la terra smette di essere il terreno sul quale camminiamo e diventa improvvisamente una forza incontrollabile.

Il terremoto, nello spettacolo, non viene infatti rappresentato attraverso una ricostruzione spettacolare del disastro. Non ci sono effetti speciali destinati a simulare il crollo delle case, né una scenografia che cerchi di riprodurre una Gemona devastata. La scelta è molto più intelligente e, a nostro avviso, anche più dolorosa: lasciare che siano le parole e soprattutto la musica a ricostruire ciò che non può essere veramente ricostruito.

In questa impostazione si comprende il valore del lavoro di Valter Sivilotti, che non si limita a dirigere una grande formazione musicale, ma diventa uno dei protagonisti dell’intero racconto. La FVG Orchestra e il Coro del Friuli Venezia Giulia non sono solo un accompagnamento esterno alla vicenda, non costituiscono semplicemente il grande apparato musicale che sta dietro a Cristicchi, ma partecipano alla costruzione emotiva dello spettacolo. Sivilotti ha composto musiche originali per un organico ampio ed ha inserito nella struttura anche brani legati alla tradizione della canzone friulana, creando un rapporto continuo fra memoria popolare e scrittura musicale.

È proprio la musica, in alcuni momenti, a dire ciò che la parola non potrebbe dire senza diventare spiegazione. Le composizioni hanno una dimensione ampia, talvolta solenne, ma non cercano continuamente l’enfasi. Quando il coro entra, la vicenda individuale si allarga immediatamente alla dimensione della comunità, e quella voce collettiva diventa quasi il modo attraverso il quale un intero territorio prende la parola.

Fra i momenti più forti c’è il “Dies Irae”, legato alla rappresentazione dell’arrivo dell’ Orcolat, mentre altri brani recuperano la tradizione della canzone friulana attraverso autori come Giorgio Ferigo, Dario ed Ennio Zampa. Questa presenza della musica friulana è importante perché impedisce allo spettacolo di diventare un racconto generico del terremoto: siamo in Friuli, e il Friuli non è soltanto il luogo nel quale la tragedia è avvenuta, ma è anche la lingua, la musica, il modo di ricordare e persino il modo di cantare ciò che è accaduto.

Simone Cristicchi è al centro di questo dispositivo con una presenza che non cerca l’eroismo. La sua qualità migliore rimane quella di saper passare dalla parola cantata a quella recitata, dal racconto quasi quotidiano alla dimensione più intensa senza interrompere il filo della narrazione. Cristicchi non interpreta un unico personaggio, ma assume piuttosto il ruolo di un narratore che attraversa le storie, ascolta le testimonianze, le riporta al pubblico e in alcuni momenti sembra quasi prestare il proprio corpo a una memoria che appartiene a molte persone.

Il suo rapporto con il Friuli, già consolidato negli anni attraverso altri progetti, qui trova una ragione particolarmente evidente. Non c’è l’artista che arriva da fuori per raccontare una tragedia altrui, ma un interprete che ha scelto di entrare progressivamente in relazione con questo territorio e che affronta il terremoto attraverso una scrittura condivisa con Simona Orlando. La parte teatrale nasce infatti dal lavoro di entrambi, mentre i testi musicali comprendono contributi di Cristicchi e del gemonese Renato Stroili.

Accanto a lui, Francesca Gallo ha un ruolo tutt’altro che secondario. La sua fisarmonica e la sua voce portano sulla scena una dimensione più intima e popolare, quasi domestica, che contrasta felicemente con l’ampiezza dell’orchestra e del coro: la fisarmonica appartiene alla memoria musicale di molti paesi friulani e, proprio per questo, la sua presenza è suggestiva. Quando emerge accanto all’orchestra, sembra riportare il racconto dalla grande storia alle persone, alle famiglie, alle feste, alle comunità che esistevano prima del terremoto e che proprio attraverso quella musica cercano un modo per ritrovarsi.

Anna Maria De Monte raccoglie invece l’eredità della parte recitata che nella prima edizione era affidata a Maia Monzani. È una sostituzione che non può essere considerata soltanto tecnica, perché Monzani è stata parte importante della storia dello spettacolo ed è scomparsa nel 2020. La nuova presenza di De Monte non cerca di imitare chi l’ha preceduta, e questo è un merito, ma porta una propria misura interpretativa, lasciando che il testo trovi un tono più raccolto e meno legato all’esibizione.

Il suo intervento è particolarmente efficace proprio perché non tenta di competere con Cristicchi. La sua voce entra nel racconto come una seconda possibilità di ascolto, con una diversa temperatura, e contribuisce a evitare che la narrazione venga affidata a un’unica prospettiva.

La regia, costruita intorno alla natura originaria del progetto e alla sua trasformazione in oratorio, non cerca dunque di sovrapporre una messa in scena teatrale tradizionale alla struttura musicale. È una regia che deve soprattutto governare i passaggi fra parola, canto, coro, orchestra e memoria, facendo in modo che un apparato di oltre cento persone in scena possa mantenere un centro narrativo riconoscibile. È una difficoltà tutt’altro che secondaria, perché il rischio, in una produzione di queste dimensioni, sarebbe quello di perdere il racconto dentro la monumentalità musicale.

“Orcolat ’76” riesce invece a mantenere Cristicchi come punto di riferimento, mentre il coro e l’orchestra si espandono e si ritirano secondo le esigenze del racconto. L’effetto è quello di un grande affresco nel quale però continuano a comparire volti e voci individuali.

Anche la scenografia va letta all’interno di questa scelta. Non è una scenografia che pretende di mostrare il Friuli distrutto, perché una ricostruzione realistica avrebbe probabilmente finito per banalizzare ciò che è accaduto. Lo spazio rimane invece prevalentemente affidato ai corpi, agli strumenti, alla disposizione dell’orchestra e del coro e alla presenza centrale degli interpreti. È una scelta coerente con la natura di oratorio dello spettacolo e con il suo desiderio di non trasformare la memoria in spettacolo visivo.

In questo senso anche le luci assumono una funzione essenziale nel passaggio fra i diversi momenti del racconto. La loro utilità non consiste tanto nel creare immagini spettacolari quanto nel modificare la percezione dello spazio, accompagnando la progressione dalla normalità alla tragedia e dalla tragedia alla ricostruzione. Quando il palcoscenico si apre alla dimensione corale, l’insieme assume un respiro più grande; quando invece la scena torna alla parola di Cristicchi o alla voce di De Monte, l’attenzione si restringe e il pubblico viene riportato dentro la vicenda personale.

Ciò che più colpisce, alla fine, è il modo nel quale lo spettacolo riesce a tenere insieme due sentimenti che spesso, quando si raccontano tragedie collettive, finiscono per essere separati: il dolore e l’orgoglio. “Orcolat ’76” non nasconde la devastazione, ma non accetta neppure che il terremoto sia l’unica parola possibile per raccontare il Friuli del 1976. Dopo la distruzione arriva la capacità di organizzarsi, di pretendere di tornare nei propri paesi, di ricostruire non semplicemente delle case ma una comunità.

È quella che sarebbe stata chiamata la ricostruzione secondo il “modello Friuli”, espressione diventata nel tempo quasi un simbolo, ma che nello spettacolo assume un significato più concreto: quello di persone che non aspettano semplicemente che qualcun altro risolva i loro problemi, ma si organizzano, discutono, chiedono, protestano, lavorano e ricominciano.

Ed è qui che il racconto diventa anche contemporaneo.

Perché cinquant’anni sono abbastanza per trasformare un terremoto in storia, ma non abbastanza per cancellarne le conseguenze emotive. Lo dimostra il modo nel quale ancora oggi il ricordo di quelle scosse appartiene alle famiglie, alle generazioni, alle fotografie conservate nei cassetti, ai racconti ripetuti mille volte. Lo dimostra anche il fatto che Sivilotti abbia raccontato di aver vissuto personalmente quella notte e di avere trasformato nel tempo quelle emozioni in musica.

Non è quindi un caso che l’apertura dello spettacolo utilizzi anche suoni autentici legati a quella notte, compresa una registrazione casualmente realizzata da un giovane studente udinese mentre stava registrando musica su un nastro. È un dettaglio di grande potenza perché restituisce al terremoto la sua dimensione più concreta: prima ancora della storia, ci sono stati dei suoni, un boato improvviso, le sirene, il silenzio dopo le scosse, le persone che uscivano dalle case senza sapere cosa fosse accaduto.

E allora comprendiamo perché l’ Orcolat continui a essere una figura efficace. Non è semplicemente il nome folkloristico dato al terremoto, ma il modo con il quale una comunità ha provato a dare un volto a qualcosa che volto non aveva.

Sta anche in questo il valore della scrittura di Cristicchi e Orlando, che non si limita a mettere in fila gli avvenimenti ma costruisce una narrazione capace di passare dalla dimensione pubblica a quella privata. Le bambine estratte dalle macerie, i soccorritori, le famiglie, i volontari, le tendopoli, gli emigranti che rientrano, la solidarietà di tanti, il bisogno di ricostruire: sono tante tessere che non vengono messe insieme per produrre un’immagine celebrativa, ma per ricordare che dietro la parola “terremoto” c’erano migliaia di esistenze differenti.

Il limite, se vogliamo trovarne uno, appartiene forse proprio alla natura stessa dell’operazione. In alcuni passaggi la volontà di comprendere tutto, ricordare tutto, includere molte voci e affidare alla musica una funzione così importante può produrre una certa ridondanza, soprattutto quando il racconto torna su sentimenti che il pubblico ha già colto. Ma è un limite comprensibile in uno spettacolo nato anche come atto di memoria, perché qui l’obiettivo non è soltanto raccontare bene, ma non dimenticare.

E forse è proprio questa la parola con la quale dovremmo concludere: non dimenticare.

Non dimenticare il 6 maggio, non dimenticare settembre, non dimenticare le persone che non ci sono più, ma nemmeno dimenticare ciò che avvenne dopo, perché il terremoto non ha prodotto soltanto macerie. Ha prodotto anche una straordinaria reazione collettiva, e quella reazione appartiene oggi alla storia del Friuli quanto appartiene alla sua memoria.

“Orcolat ’76” torna quindi a cinquant’anni di distanza non per chiudere un capitolo, ma per riaprirlo davanti a generazioni che quel terremoto non l’hanno vissuto. È questa, a nostro avviso, la sua funzione più importante. Cristicchi, Gallo, De Monte, il Coro del Friuli Venezia Giulia e la FVG Orchestra guidata da Sivilotti non ci chiedono soltanto di ricordare ciò che accadde, ma di ascoltare come quella terra abbia trovato una voce dopo essere stata sconvolta.

E quando la musica si allarga e il coro prende il posto della voce individuale, quello che sentiamo non è più soltanto il racconto di un terremoto avvenuto cinquant’anni fa. Sentiamo una comunità che prova ancora a raccontare se stessa.

L’ Orcolat, allora, non è più soltanto il mostro della tradizione popolare che scuote la terra. È la memoria stessa che torna, ogni volta che qualcuno decide di non lasciare che il tempo cancelli ciò che è successo.

E forse il teatro, quando riesce davvero a svolgere il proprio compito, serve proprio a questo: non a ricostruire le macerie, ma a impedire che sotto quelle macerie finiscano anche le storie delle persone.

“Orcolat ’76″

Testi di Simona Orlando e Simone Cristicchi

Musiche composte da Valter Sivilotti

Testi delle musiche originali Renato Stroili Giurisatti

Simone Cristicchi . interprete e voce narrante

Francesca Gallo . fisarmonica e voce

Anna Maria De Monte . voce recitante

Coro del Friuli Venezia Giulia

FVG Orchestra

Direzione musicale, orchestra e coro di ValterSivilotti

Produzione Edit Eventi srl in collaborazione di Ert FVG