“Le cose che si sanno, non significano allora più nulla!”. In questa frase pronunciata dal conte Romeo Daddi sembra concentrarsi buona parte dell’inquietudine di “Non Si Sa Come”, ultimo lavoro teatrale di Luigi Pirandello, scritto negli anni conclusivi della sua vita e rappresentato per la prima volta nel 1935, quando lo scrittore aveva ormai portato alle estreme conseguenze la sua lunga riflessione sull’identità, sulla coscienza e sulla distanza spesso impossibile da colmare fra ciò che una persona crede di essere e ciò che realmente è. È un’opera nella quale il delitto non rappresenta soltanto un fatto da giudicare, ma diventa l’occasione per mettere in discussione la stessa idea di responsabilità, perché ciò che accade può precedere la consapevolezza di chi lo compie.

È da questa materia complessa, scomoda e ancora capace di interrogare il presente che Paolo Valerio parte per costruire alla “Sala delle Assicurazioni Generali” una lettura di “Non Si Sa Come” nella quale la parola pirandelliana conserva tutta la sua durezza, ma viene inserita in un impianto scenico che permette di seguire anche ciò che si muove sotto le parole, nei silenzi, negli sguardi e soprattutto nelle reazioni dei personaggi quando la loro immagine di persone rispettabili comincia lentamente a sgretolarsi.

Il Teatro Il Rossetti porta così in scena un Pirandello che non ha bisogno di essere aggiornato attraverso artifici esteriori, perché la modernità dell’opera è già dentro la sua struttura. Valerio sembra piuttosto volerla rendere visibile, portando sulla scena quella frattura fra coscienza e istinto che costituisce il vero centro del dramma. La vicenda parte da una situazione apparentemente ordinata, con personaggi appartenenti a un ambiente sociale nel quale le regole, l’educazione e il controllo dei comportamenti sembrano garantire una precisa idea di rispettabilità. Ma basta che un fatto rimasto sepolto nella memoria ritorni improvvisamente alla superficie perché quell’equilibrio cominci a non reggere più.

Il conte Romeo Daddi, interpretato da Franco Branciaroli, è il punto attraverso il quale questa crisi entra concretamente nella rappresentazione. Branciaroli non costruisce un personaggio già segnato dalla colpa, né presenta Romeo come un uomo che nasconde consapevolmente una seconda natura. Il suo lavoro parte piuttosto dalla difficoltà di comprendere se stesso, dalla progressiva scoperta che dietro l’immagine che ha costruito della propria persona esiste qualcosa che non riesce a controllare e che forse non ha mai veramente conosciuto.

È una differenza importante, perché “Non Si Sa Come” non è un dramma nel quale il protagonista debba semplicemente confessare un segreto. La questione è molto più inquietante: Romeo si trova davanti a un gesto compiuto in precedenza, a un episodio del quale conserva la memoria, ma che improvvisamente assume un significato diverso quando viene messo in relazione con il presente. La domanda non è soltanto se sia colpevole oppure innocente. La domanda è se una persona possa essere chiamata a rispondere di qualcosa che ha fatto senza sapere, in quel momento, fino in fondo chi fosse.

Branciaroli affronta questa ambiguità evitando di trasformarla in un esercizio intellettuale. Il suo Romeo è un uomo che cerca di mantenere il controllo proprio mentre comprende che il controllo non è più sufficiente. La sua interpretazione procede attraverso variazioni minime, attraverso una parola che cambia peso, una pausa che si allunga, una reazione che arriva prima della spiegazione. È in questi passaggi che il personaggio acquista spessore, perché il pubblico non si trova davanti a un uomo che espone una teoria sulla propria identità, ma a qualcuno che è costretto a confrontarsi con una parte di sé che non riconosce.

Valerio lavora molto su questa progressiva incrinatura. La regia non forza Pirandello verso una lettura contemporanea attraverso un linguaggio estraneo al testo, ma utilizza gli strumenti della scena per rendere percepibile la dimensione mentale del dramma. Le immagini, le luci e gli interventi sonori non costituiscono semplicemente un accompagnamento all’azione, ma contribuiscono a dare una forma alle variazioni psicologiche dei personaggi.

La componente multimediale entra così nel tessuto dello spettacolo senza sostituire la parola. Le immagini possono diventare una sorta di riflesso della coscienza, una superficie sulla quale affiorano frammenti di ciò che i personaggi cercano invece di tenere nascosto. Non servono a spiegare Pirandello, ma a creare una seconda dimensione nella quale ciò che accade sulla scena viene continuamente rimesso in discussione.

È una scelta che si lega bene alla natura stessa dell’opera. Pirandello non costruisce personaggi semplicemente divisi fra bene e male, colpevoli e innocenti, ragione e follia. Il suo interesse è proprio nella zona intermedia, là dove le categorie abituali smettono di essere sufficienti. Romeo Daddi appartiene a una società nella quale ogni comportamento dovrebbe poter essere ricondotto a una regola, ma la sua vicenda dimostra che l’uomo può diventare estraneo a se stesso nel momento stesso in cui crede di conoscersi.

Gli altri interpreti hanno per questo un compito tutt’altro che secondario. Il dramma non potrebbe funzionare se intorno a Branciaroli ci fossero soltanto figure chiamate a reagire alle sue crisi. I personaggi che lo circondano partecipano alla stessa inquietudine, perché anche loro sono costretti a misurarsi con il significato di ciò che è accaduto e con la difficoltà di stabilire una verità definitiva.

La recitazione dell’ensemble segue una linea coerente con la regia di Valerio. I rapporti fra i personaggi non vengono caricati di gesti inutili e le tensioni emergono soprattutto dal modo nel quale ciascuno cerca di difendere la propria posizione. Le conversazioni diventano così veri confronti psicologici, nei quali una frase apparentemente normale può improvvisamente assumere un altro significato. È il meccanismo pirandelliano nella sua forma più sottile: non è necessario che qualcuno pronunci una grande verità, perché spesso è proprio una parola ordinaria a far crollare una certezza.

La scena accompagna questo processo senza trasformarsi in un luogo realistico nel senso tradizionale. Valerio sembra interessato soprattutto a costruire uno spazio nel quale la normalità possa progressivamente perdere consistenza. Le luci seguono la stessa direzione, intervenendo sui rapporti fra i personaggi e sulla percezione degli ambienti. Non sono semplicemente funzionali a illuminare l’azione, ma contribuiscono a determinare il passaggio da una situazione di apparente equilibrio a una condizione nella quale tutto diventa più incerto.

Anche il suono partecipa a questa costruzione. Gli interventi sonori non hanno il compito di sottolineare ogni momento drammatico, ma di creare una continuità sotterranea fra ciò che viene detto e ciò che rimane fuori dalle parole. È soprattutto nei momenti di sospensione che il loro peso diventa evidente, perché Pirandello ha bisogno anche del silenzio per lasciare che una domanda rimanga senza risposta.

E la domanda principale riguarda proprio il titolo. “Non Si Sa Come”. “Non Si Sa Come” un gesto possa nascere, “Non Si Sa Come” una persona possa compiere qualcosa che contraddice l’immagine che ha di se stessa, “Non Si Sa Come” la ragione possa cercare dopo una spiegazione a qualcosa che è avvenuto prima della spiegazione stessa. Pirandello non offre una soluzione rassicurante e probabilmente non intende offrirla. La sua forza sta nel lasciare aperta quella frattura.

Il cosiddetto “delitto innocente” diventa allora uno dei nuclei più problematici della vicenda. Innocente non significa necessariamente privo di conseguenze, così come colpevole non coincide automaticamente con la consapevolezza. È qui che l’opera assume una dimensione che supera il caso particolare raccontato sulla scena. Il comportamento umano non può sempre essere ricostruito secondo una sequenza perfettamente ordinata nella quale prima esiste una decisione, poi un’azione e infine una responsabilità pienamente cosciente.

Pirandello arriva a questo punto senza costruire una teoria astratta. La sua filosofia passa attraverso i rapporti fra le persone, attraverso l’amore, il desiderio, la gelosia, il senso della colpa e soprattutto attraverso la necessità di essere riconosciuti dagli altri. I suoi personaggi hanno bisogno di una forma nella quale identificarsi, ma contemporaneamente quella stessa forma li imprigiona.

È questo il terreno sul quale la regia di Paolo Valerio incontra con particolare efficacia la scrittura pirandelliana. Il regista non cerca di rendere semplice ciò che semplice non è. Lascia che le contraddizioni rimangano tali e utilizza la scena per accompagnare il pubblico dentro una materia nella quale le certezze vengono progressivamente meno.

Franco Branciaroli è centrale proprio perché Romeo Daddi non può essere interpretato soltanto attraverso l’intensità drammatica. Il personaggio deve conservare per buona parte dello spettacolo la sua normalità, perché soltanto così il successivo disorientamento può risultare credibile. Branciaroli lavora quindi sul controllo e sulla sua perdita, sulla parola pronunciata con sicurezza e su quella che invece sembra cercare una via d’uscita. La sua esperienza nei grandi ruoli del teatro italiano gli permette di sostenere un personaggio che richiede non soltanto autorevolezza, ma una continua disponibilità a mettere in discussione ciò che sembra acquisito.

Accanto a lui, gli altri interpreti contribuiscono a costruire quella rete di rapporti nella quale nessuno può considerarsi completamente estraneo al problema. Il loro lavoro impedisce che la rappresentazione diventi un monologo mascherato e restituisce alla vicenda la sua natura corale. Ognuno reagisce alla crisi di Romeo a partire dalla propria idea di moralità, affetto e responsabilità, e proprio questa differenza di prospettive rende più complesso il giudizio sul protagonista.

Il Teatro Il Rossetti propone dunque un “Non Si Sa Come” nel quale il testo di Pirandello non viene trattato come un reperto della drammaturgia del Novecento, ma come una materia ancora capace di mettere in difficoltà chi la ascolta. La tecnologia scenica, le immagini, le luci e i suoni non cancellano il teatro di parola, ma ne amplificano le conseguenze psicologiche, creando intorno agli interpreti una dimensione che rende visibile l’instabilità interiore dei personaggi.

E forse è proprio questo il punto più contemporaneo dell’opera. Pirandello aveva intuito che l’identità non è una cosa definitiva e che l’immagine che ciascuno possiede di sé può entrare in conflitto con ciò che gli altri vedono, ma anche con ciò che emerge improvvisamente dalla propria coscienza. Romeo Daddi non scopre semplicemente di avere commesso qualcosa. Scopre che la conoscenza che aveva di se stesso non era sufficiente.

“Non Si Sa Come” è l’ultimo lavoro teatrale di Pirandello e arriva dopo una lunga stagione nella quale lo scrittore aveva messo in discussione la possibilità stessa di una verità unica. È quasi un punto d’arrivo della sua ricerca, perché qui il conflitto fra persona e identità diventa ancora più radicale. Non c’è più soltanto il problema della maschera sociale o del rapporto fra individuo e ruolo: c’è l’abisso fra ciò che l’uomo pensa di essere e ciò che può improvvisamente scoprire di essere stato. E proprio per questo l’opera, pur appartenendo agli anni Trenta, continua a porre una domanda difficile alla sensibilità contemporanea.

La rappresentazione di Valerio e l’interpretazione di Branciaroli trovano il loro valore soprattutto nella capacità di non chiudere quella domanda. La regia costruisce intorno al testo un ambiente nel quale la coscienza sembra continuamente riflettersi e deformarsi, mentre l’attore porta Romeo fino al punto nel quale ogni spiegazione diventa insufficiente.

Pirandello non dice allo spettatore chi abbia ragione. Non lo accompagna verso una soluzione e non gli permette nemmeno di sentirsi completamente al sicuro dietro un giudizio morale. Gli mette davanti l’uomo, con le sue regole, le sue convinzioni e quella parte imprevedibile che può emergere nel momento meno atteso. Ed è proprio in questa impossibilità di trovare una risposta definitiva che “Non Si Sa Come” conserva ancora oggi la sua forza.

Le repliche alla “Sala delle Assicurazioni Generali”de“Il Rossetti” sono previste il 30 ottobre alle ore 20.30, sabato 31 ottobre alle ore 19.30 e la domenica 1 novembre il matinè alle ore 16,00.

“Non Si Sa Come”

Di Luigi Pirandello

Regia di Paolo Valerio

Con Franco Branciaroli

e

Alessandro Albertin, Valentina Violo, Ester Galazzi, Francesco Martucci

Scene e Costumi Marta Crisolini Malatesta

Luci Gigi Saccomandi

Movimenti di scena Monica Codena

Video Alessandro Papa

Produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia,

Teatro de gli Incamminati, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Biondo Stabile di Palermo