DUE SQUISITI INTERPRETI NINA MINASYAN E GALEANO SALAS DIRETTI DAL MAESTRO CONCERTATORE E DIRETTORE LEONARDO SINI PER LA REGIA DI PAOLO VALERIO

foto di F. Parenzan
Si era compreso perfettamente che il progetto tra i due tra i più importanti teatri d’Italia, uno per la musica lirica e sinfonica, il “Teatro Giuseppe Verdi” e uno per la prosa “Il Rossetti” era qualcosa di unico ed inaspettato. C’è qualcosa di raro e quasi audace nel tentativo di far convivere due mondi che per natura tendono a sfiorarsi più che a fondersi: la parola e la musica, la prosa e il canto, Shakespeare e Gounod. Da questa unione nasce il progetto che ha preso forma al “Teatro Lirico Giuseppe Verdi”, un disegno unitario che accosta “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, dramma che vedremo domani sempre al “Il Verdi” e “Roméo et Juliette” non come semplici titoli affiancati, ma come riflessi di uno stesso specchio teatrale.

L’idea, nella sua essenza, è tanto semplice quanto complessa nella realizzazione: due spettacoli distinti ma legati da una visione comune da un’identica regia, quella di Paolo Valerio, Direttore artistico de “Il Rossetti” dallo stesso impianto scenico, studiato da Francesca Tunno assieme al regista e chiamati a dialogare tra loro attraversando epoche, lingue e sensibilità diverse. Il dramma originario si sdoppia così in due percorsi paralleli, mantenendo intatto il nucleo emotivo dell’opera, quell’intreccio indissolubile tra amore e morte, ma lasciando emergere sfumature nuove, quasi inattese.
In questo gioco di rimandi, Trieste stessa diventa parte integrante della lettura, non solo come luogo di rappresentazione ma come suggestione storica e culturale: una città che, per la sua identità stratificata, sembra naturalmente predisposta ad accogliere e restituire le contraddizioni, le fratture e le passioni che abitano la vicenda dei due amanti.

Ne deriva un progetto che non si limita a proporre due spettacoli dall’aspetto così diverso, opera e prosa, ma invita lo spettatore a un’esperienza più ampia, a un confronto diretto tra linguaggi e visioni, dove ogni elemento, dalla drammaturgia alla musica, contribuisce a costruire un unico, articolato racconto. Ed è proprio da questa premessa, così ricca e stimolante, che prende avvio l’incontro con l’opera di Gounod, chiamata ora a misurarsi con tutta la forza di questa idea teatrale.

Il risultato è un piccolo – grande capolavoro, la raffinata ed elegante opera di Gounod, grazie a una superba regia di Valerio e alle scenografie della Tunno acquista ancora più coerenza e attualità: l’esecuzione di tutto il complesso artistico risulta una macchia perfetta, come se questa “Prima” fosse una delle tante repliche di un copione e di una attività anche attoriale di tutto il cast già da tempo collaudata, per non parlare poi del Maestro Concertatore Direttore Leonardo Sini che ha diretto i suoi orchestrali senza la minima sbavatura e un cast di cantanti tra cui svetta sicuramente Galeano Salas in Romeo, l’ eccezionale Nina Minasyan in Juliette, un Christian Federici perfetto nel ruolo di Marcutio e la splendida voce di Nina Van Essen nel ruolo di Stéfano.

Il risultato è una rappresentazione diversa e nuova dalle altre di “ Roméo et Juliette”, ma ha una forza emotiva non di poco conto, anzi. Lo stesso Charles Gounod che aveva a lungo, per quasi 40 anni meditato su quest’opera per renderla immortale, tale è rimasta, grazie al libretto di Jules Barbier e Michel Carré che la rende unica nel suo genere, forse inconsapevolmente, predisposta a nuove “visioni sceniche “ e drammaturgiche perché ormai patrimonio dell’arte e questa rappresentazione è veramente degna di nota per freschezza e visione d’insieme..

È proprio nella struttura dell’opera che si coglie la sua singolarità all’interno del catalogo gounodiano. Roméo et Juliette si articola in cinque atti, secondo una concezione pienamente aderente alla grande tradizione del teatro lirico francese, ma con una fluidità narrativa che la distingue da lavori come il “Faust” o “Mireille”, dove il peso del grand-opéra si avverte con maggiore evidenza. Qui, invece, la scrittura appare più intima, quasi cameristica in alcuni snodi, pur mantenendo una cornice spettacolare. L’ouverture, lungi dall’essere un semplice preludio, introduce già i contrasti fondamentali dell’opera: il lirismo amoroso e l’ombra tragica, anticipati con un linguaggio orchestrale che privilegia la trasparenza timbrica rispetto all’impatto monumentale, e se accostata ai filmati sui combatimenti della “GrAnde Guerra”, sembra essere scritta proprio per commentar questi, un’idea geniale.

Rispetto al dramma di William Shakespeare, il libretto opera una selezione precisa, concentrando l’azione sui due protagonisti e sui loro incontri, fino a costruire una vera e propria “drammaturgia dei duetti”. Se Shakespeare dilata il racconto in una rete di relazioni e sotto trame, Barbier e Carré comprimono e stilizzano, sacrificando parte della complessità narrativa a favore di un’intensità lirica continua. Ne deriva una progressione emotiva che trova nei quattro grandi duetti di Roméo e Juliette il proprio asse portante, quasi un percorso musicale dell’amore che nasce, si sviluppa, si spezza e si trasfigura nella morte.

In questa prospettiva, la direzione musicale assume un ruolo decisivo. Il Maestro Leonardo Sini, al suo debutto triestino, affronta la partitura con un approccio analitico ma al tempo stesso sensibile alla dimensione teatrale. Formatosi tra Italia e Germania, con esperienze significative nel repertorio operistico e sinfonico, Sini si è distinto negli ultimi anni per una lettura rigorosa ma mai accademica del repertorio francese e italiano, ricevendo riconoscimenti in ambito internazionale e collaborando con importanti istituzioni europee. La sua direzione si caratterizza per un equilibrio attentissimo tra buca e palcoscenico, con una particolare cura del fraseggio orchestrale e delle dinamiche interne, evitando ogni eccesso di enfasi.

Dal punto di vista vocale, il cast si rivela coerente con l’impostazione musicale. Il soprano Nina Minasyan affronta Juliette con una vocalità luminosa e agile, sostenuta da una tecnica solida che le consente di dominare tanto le colorature quanto le espansioni liriche più ampie. Artista di carriera internazionale, premiata in diversi concorsi e presenza costante nei maggiori teatri europei, offre un’interpretazione che coniuga freschezza timbrica e consapevolezza stilistica.
Il Roméo del tenore Galeano Salas si distingue per un’emissione morbida e un fraseggio elegante, con una linea di canto sempre sorvegliata e attenta al dettaglio espressivo. Salas, anch’egli affermato nei circuiti internazionali, porta in scena un personaggio credibile, evitando ogni tentazione verista e mantenendo una cifra stilistica pienamente aderente al repertorio francese.

Di particolare rilievo il Mercutio di Christian Federici, costruito con intelligenza musicale e presenza scenica incisiva. La sua interpretazione mette in luce la complessità del personaggio, sospeso tra ironia e presagio tragico, restituendo con precisione le sfumature di una scrittura vocale tutt’altro che secondaria e rinominiamo Nina Van Esse per la sua squisita interpretazione di “Stéfano”, grazie alla sua squisita e incantevole voce.
Attorno ai protagonisti si muove un insieme ben calibrato: “Capulet” interpretato da Luca Dall’Amico, “Tybald” a Gillen Munguía, accanto a “Gertrude” interpretata da Caterina Dellaere, “Le Duc de Vèrone” a Fulvio Valenti, “Pâris” con Jorge Martìnez, “Benvolio” a Enrico Iviglia e altri comprimari, tutti inseriti in un tessuto musicale coeso, sostenuto dal lavoro del Maestro del Coro Paolo Longo.

Sul piano strettamente musicale, l’opera rivela una raffinatezza timbrica che spesso sfugge a un ascolto superficiale. Il celebre “Notturno”, ad esempio, si costruisce su un delicatissimo intreccio dell’arpa, che non ha funzione meramente ornamentale ma diventa elemento strutturale della tessitura sonora, il violoncello, con il suo registro caldo e avvolgente si fa portatore di un tema amoroso che attraversa l’intera opera, riemergendo nei momenti chiave con una funzione quasi di raccordo. Il primo duetto tra i protagonisti, concepito come momento di sospensione lirica, trova nel duetto finale una ripresa trasformata, non tanto nella forma quanto nella sostanza emotiva: ciò che era promessa diventa compimento tragico.

Gounod evita sistematicamente il recitativo secco, preferendo una declamazione cantata che mantiene sempre una tensione melodica. Questo conferisce continuità al discorso musicale, ma richiede agli interpreti una padronanza assoluta del legato e della parola scenica. Le pagine più virtuosistiche, come l’aria di Mercutio, costruita su rapidi giochi di articolazione orchestrale tra pizzicati, flauti e clarinetti, si alternano a momenti di lirismo puro, in una ricerca costante di colore e di equilibrio tra voce e orchestra.

Quanto alla visione registica, l’impianto scelto si distacca da ogni tentazione illustrativa per costruire un ambiente simbolico e stratificato ma non solo, dove il conflitto tra le due famiglie si traduce in una frattura più ampia, quasi esistenziale. L’ambientazione è radicata in un preciso contesto storico, la “Grande Guerra” e, riaccostando Trieste: vi erano triestini, chi irredentista, chi filo austriaco, uno contro l’altro sulle trincee del Carso, e dunque parlare di questi eterni sentimenti, l’amore e l’odio, proprio a “Miramare” in quel periodo storico tra due famiglie così separate e nemiche, per ambientare il sentimento tra Jiuliette (di parte austriaca) e Roméo (di parte italiana), non si limita alla ricostruzione, ma diventa chiave interpretativa: uno spazio sospeso tra memoria e identità, in cui l’amore dei protagonisti emerge come gesto di resistenza e insieme di inevitabile destino. In questa lettura, la vicenda perde ogni dimensione puramente romantica per assumere un carattere più universale, dove la tragedia non è soltanto esito narrativo, ma condizione intrinseca dell’esistenza. Il gioco di specchi rende giustizia alla scenografia e all’intera opera, lasciando l’impressione di poter interpretare il racconto da diverse angolature e i costumi, affidati alla abile mano di Stefano Nicolao erano semplicemente perfetti per questa versione “Trieste” dell’opera di Gounod per la regia di Valerio.

IL pubblico del Teatro “Lirico Giuseppe Verdi” in una prima stracolma di pubblico ha saputo rendere alla fine dello spettacolo il giusto omaggio di applausi e chiamate a tutto il cast sia artistico che progettuale.
Domani sera, vedremo, sempre al “Verdi”, la versione in prosa di William Shakespeare sempre per la regia di Valerio e le scenografie della Tunno, siamo certi che sarà un’altra entusiasmante esperienza culturale.

Le repliche sempre al Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” Domenica 10 Maggio alle ore 16.00, Giovedì 14 Maggio alle ore 20.00, Sabato 16 Maggio alle ore 16.00, Venerdì 22 Maggio alle ore 20.00 e Domenica 24 Maggio alle ore 16.00

“ROMÉO ET JULIETTE”
Musica di Charles Gounod
Libretto di Jules Barbier e Michel Carré, tratto da “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare
Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre Lyrique, 27 aprile 1867
Ed. musicali: E. F. Kalmus & Co.
Maestro Concertatore e Direttore Leonardo Sini
Regia Paolo Valerio
Scene Francesca Tunno
Costumi Stefano Nicolao
Luci Claudio Schmid
Video Alessandro Papa
Coreografie Daniela Schiavone
Maestro Del Coro Paolo Longo
Personaggi e interpreti
Juliette Nina Minasyan
Roméo Galeano Salas
Frère Laurent Alessandro Abis
Mercutio Christian Federici
Stéphano Nina Van Essen
Capulet Luca Dall’amico
Tybald Gillen Munguía
Gertrude Caterina Dellaere
Le Duc De Vérone Fulvio Valenti
Pâris Jorge Martínez
Benvolio Enrico Iviglia
Gregorio Nicolò Lauteri
