Le parole di Anna nella musica di Grigori Frid

Premessa: Perché eravamo gli unici a pregare, cioè a comprendere e seguire con il movimento ritmico della preghiera ebraica “Ani Ma’amin” la prefazione cantata da Shmuel Barzilai, la cui musica fu scritta da A. D. Fastag mentre veniva portato in un carro bestiame a Treblinka, dove trovò la morte, giusto prologo dello spettacolo? Perché, anche se cattolici, la parte ebraica della nostra famiglia perdette ad Auschwitz dodici nostri parenti e la componente cattolica, da sempre strettamente unita all’altra parte, fece da collante fra chi era rimasto e chi era tornata, la sorella di nostra nonna che, essendo quest’ultima scomparsa nell’anno in cui nascevamo, ci crebbe e dalla quale, medico, imparammo il significato del perdono, da valutare con il giusto metro, che non è quello umano, e che non vi sono, anche oggi, morti di serie A o di serie B.
Quel canto ha riportato alla memoria la storia della nostra famiglia e, insieme, quella di milioni di ebrei perseguitati e sterminati dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale. La Shoah fu un genocidio e ricordarlo significa custodirne la verità, senza attenuarne le responsabilità né dimenticare le persone alle quali furono tolti gli affetti, le case e la vita. Il pensiero dei nostri parenti ci ha accompagnato anche verso il presente, dove altre famiglie continuano a perdere i propri cari sotto la violenza delle guerre, e dove bambini, madri e padri muoiono senza aver scelto il destino che viene loro imposto. Nessuna distanza può rendere meno dolorosa la morte di un innocente o meno importante il dolore di chi gli sopravvive. È con questa consapevolezza che, dopo la preghiera, abbiamo ascoltato la storia di Anna Frank: una ragazza ebrea perseguitata dal nazismo, alla quale fu negato il futuro e che nelle pagine del suo diario aveva affidato alla scrittura il desiderio di vivere.
Sono quelle pagine il punto di partenza della mono-opera di Grigori Frid, presentata il 27 ottobre alla “Sala Bartoli”. La vicenda di Anna appartiene alla memoria collettiva, ma lo spettacolo ha scelto di avvicinarla attraverso la musica e la voce, riportando l’attenzione sui pensieri, le paure e le speranze di una ragazza che per oltre due anni visse nascosta con la famiglia nell’alloggio segreto di Amsterdam. Il pubblico conosce il destino che l’attendeva; l’opera gli chiede di ascoltare anche ciò che Anna pensava e sentiva prima che quel destino si compisse.
Frid, compositore russo vissuto fra il 1915 e il 2012, ha costruito una partitura articolata in ventuno scene, scegliendo alcuni momenti del diario per affidarli al canto. La successione degli avvenimenti rimane riconoscibile attraverso la condizione della protagonista, ma il centro dell’opera è la sua vita interiore, il modo in cui cerca di comprendere ciò che accade intorno a lei e di conservare uno spazio per sé in una quotidianità segnata dalla paura.
La scrittura musicale permette di avvicinarsi ad Anna senza dover rappresentare ogni passaggio della sua storia. La voce rende presenti le sue parole, mentre il pianoforte le accompagna e talvolta ne mette in evidenza la tensione. È un rapporto che richiede un’attenzione continua da parte degli interpreti: il significato di una frase dipende anche dal modo in cui viene pronunciata, dalla pausa che la precede e dalla musica che continua a risuonare dopo di essa.
Nella “Sala Bartoli” questa impostazione ha trovato una dimensione raccolta. La vicinanza fra interpreti e spettatori ha reso particolarmente evidente la responsabilità affidata al soprano e al pianista: attraverso la loro presenza la vicenda ha potuto prendere forma senza bisogno di una successione di personaggi che la spiegassero dall’esterno. La giovane autrice del diario è rimasta al centro, con le sue domande e con il mondo che cercava di comprendere.
Miriam Hajiyeva ha affrontato il ruolo di Anna Frank dando rilievo alla parola cantata e ai diversi stati d’animo della protagonista. La sua interpretazione ha lasciato emergere una ragazza che pensa, osserva, si interroga e desidera una vita normale, senza perdere di vista la gravità della situazione nella quale è costretta a vivere. Il risultato ha avuto valore proprio per questa attenzione alla persona, prima ancora che alla figura divenuta simbolo della Shoah.
La prova del soprano ha richiesto di attraversare momenti differenti: la paura e la malinconia, ma anche la curiosità e la vitalità di una giovane che continua a immaginare il futuro. Hajiyeva ha sostenuto questi passaggi con sensibilità, lasciando che fossero il canto e il testo a restituire il carattere di Anna. È una scelta che evita di affidare tutto al dolore, pur senza dimenticare la tragedia che segna ogni giorno della sua esistenza.
Accanto a lei, Daniel Strahilevitz ha dato alla parte pianistica una presenza partecipe e precisa. Il pianoforte non si è limitato ad accompagnare la voce: ha contribuito a costruire il clima dei diversi momenti, mettendo in rilievo le tensioni della partitura e offrendo alla cantante un interlocutore musicale costante. La qualità della sua esecuzione si è distinta nella cura con cui ha seguito il canto e nella capacità di mantenere espressivi anche i passaggi affidati allo strumento.
La difficoltà dell’opera sta anche in questo equilibrio. Una cantante e un pianista devono sostenere insieme l’intero percorso, senza poter distribuire fra altre voci la responsabilità del racconto. Ogni cambiamento richiede ascolto reciproco, misura e attenzione alla parola. Il rapporto fra Hajiyeva e Strahilevitz ha dato continuità alla rappresentazione, permettendo alla musica di accompagnare le riflessioni di Anna senza allontanarle dalla loro origine.
Bruno Berger-Gorski ha curato il concetto e la regia, confrontandosi con un testo che possiede una forza propria e con una vicenda già conosciuta dagli spettatori. Il suo lavoro ha dato spazio alla protagonista e alla musica, lasciando che fossero la voce, il pianoforte e la presenza scenica a guidare l’attenzione. La rappresentazione ha così mantenuto il rapporto con il diario senza trasformarsi in una ricostruzione didascalica.
Anche l’organizzazione dello spazio ha risposto a questa esigenza. Gli elementi scenici hanno lasciato alla cantante la possibilità di rimanere al centro del racconto, mentre i suoi movimenti hanno accompagnato i cambiamenti di pensiero e la relazione con ciò che la circondava. In una storia legata alla costrizione di un nascondiglio, la misura del gesto acquista un valore particolare: può suggerire un’attesa, una difficoltà o il bisogno di trovare un luogo nel quale continuare a sentirsi se stessi.
La drammaturgia della luce, affidata a Tadeusz Krzeszowiak, ha partecipato alla costruzione della rappresentazione insieme ai costumi di Christine Böhm-Mayerhofer. La drammaturgia di Sandra Broeske e Bruno Berger-Gorski ha sostenuto il rapporto fra il testo e la dimensione scenica, mentre il libretto di Ulrike Patow, tratto dagli scritti originali di Anna Frank, ha consentito alle parole del diario di entrare nella struttura musicale di Frid.
Il lavoro presentato da “Il Rossetti” ha invitato a considerare Anna nella sua concretezza di ragazza che scrive, osserva gli adulti e cerca di capire se stessa. La persecuzione nazista determina ogni aspetto della sua vita, ma non cancella le domande, le insofferenze e le aspirazioni legate alla sua età. L’interpretazione di Hajiyeva ha trovato uno dei suoi punti più convincenti proprio nella possibilità di far convivere queste dimensioni.
Le ventuno scene della composizione hanno restituito momenti diversi del suo pensiero. La musica non ha avuto soltanto il compito di accompagnare una vicenda già nota, ma anche quello di dare alle parole un tempo e un’intensità particolari. Una frase cantata può fermarsi su un’emozione, lasciare emergere un dubbio o rendere più evidente il bisogno di essere ascoltati. In questo rapporto fra testo e partitura il diario ha conservato la propria presenza, pur assumendo una forma teatrale e musicale.
La serata si è inserita nel contesto del Festival Viktor Ullmann, che attraverso la musica e il teatro richiama l’attenzione su storie legate alle persecuzioni del Novecento. Il prologo con “Ani Ma’amin” e la successiva opera di Frid hanno proposto due momenti distinti, uniti dalla memoria della Shoah. Il clarinettista Davide Casali, inizialmente previsto nel programma, non ha potuto partecipare per un’indisposizione.
La “Sala Bartoli” ha accolto così una rappresentazione che chiedeva attenzione alla parola e all’ascolto. La storia di Anna era già nota, ma la scelta di affidarla a una sola voce e al pianoforte ha permesso di incontrarla attraverso le sue riflessioni, mantenendo vicina la persona che scriveva. È anche questa la responsabilità di chi affronta un testo tanto conosciuto: trovare il modo di restituirgli la presenza umana dalla quale è nato.
Il soprano Miriam Hajiyeva ha sostenuto questa responsabilità con una prova attenta alla giovinezza e alla complessità della protagonista. La sua voce ha dato rilievo ai cambiamenti d’animo senza ridurre Anna al destino che il pubblico conosceva. Daniel Strahilevitz, con un’esecuzione sensibile e partecipe, ha dato al pianoforte una funzione essenziale, accompagnando la cantante e contribuendo a dare profondità al racconto musicale.
La composizione di Grigori Frid conserva la propria ragione scenica in questa attenzione alle parole e alla persona che le ha scritte. Anna Frank viene ricordata come vittima della Shoah, ma nelle pagine del suo diario rimane anche la voce di una ragazza che desiderava conoscere il mondo e trovare il proprio posto nella vita. Hajiyeva e Strahilevitz, attraverso il canto e il pianoforte, hanno restituito quella voce con rispetto e intensità.
“Il Diario Di Anna Frank”
Mono-opera di Grigori Frid versione per pianoforte. Libretto di Ulrike Patow, tratto dai testi originali di Anna Frank. Concetto e regia: Bruno Berger-Gorski. Anna Frank: Miriam Hajiyeva, soprano. Pianoforte: Daniel Strahilevitz.
“Ani Ma’amin”
IL DIARIO DI ANNA FRANK
Mono opera di Grigori Frid
Versione per pianoforte Libretto Ulrike Patow
tratto dai testi originali di Anna Frank
Concetto e regia Bruno Berger-GorskiAnna Frank
Miriam Hajiyeva (Soprano)
Pianoforte Daniel Strahilevitz
Musica di A.D.Fastag “ANI MA‘AMIN”
Canto Cantore principale Shmuel Barzilai
Pianoforte Daniel Strahilevitz
Costumi Christine Böhm-Mayerhofer
Assistenti alla regia Gabriel Boecker
Drammaturgia Sandra Broeske, Bruno Berger-Gorski
Drammaturgia della luce Tadeusz Krzeszowiak
Direzione di produzione Elly Nabel
Attrezzista Manuela Boecker