
C’è qualcosa di profondamente ironico, e nello stesso tempo inquietante, nella storia del dottor Simão Bacamarte, perché all’inizio sembra essere proprio l’uomo meno indicato per diventare il protagonista di una vicenda sulla follia. È un medico, vuole studiare la mente, crede nella possibilità di classificare i comportamenti e di stabilire attraverso la scienza dove finisca la normalità e dove cominci ciò che normale non è. Ma più procede nella sua ricerca, più quella distinzione apparentemente semplice si complica, fino a capovolgersi completamente. E alla fine la domanda non riguarda più soltanto le persone che Bacamarte rinchiude nella Casa Verde, ma riguarda lui stesso, il suo metodo, la sua presunta razionalità e soprattutto quella convinzione di poter stabilire con certezza chi sia sano e chi invece debba essere considerato folle.
È da questo rovesciamento che prende vita “L’Alienista – Bacamarte non era un matto normale”, proposto il 27 ottobre 2026 alla “Sala Bartoli” nell’ambito della Scena Contemporanea del Teatro “Il Rossetti”, spettacolo affidato all’Accademia della Follia, realtà che da più di vent’anni collabora con lo Stabile e che proprio nella sua storia ha costruito un rapporto particolare con il tema della malattia mentale, della diversità e del modo nel quale la società guarda chi non rientra nei suoi schemi.
Il testo di partenza è “O Alienista” di Joaquim Machado de Assis, scrittore e poeta brasiliano vissuto nell’Ottocento, e già questa origine aiuta a comprendere perché una storia scritta alla fine di quel secolo possa ancora funzionare così bene sulla scena. Machado mette infatti in discussione la fiducia assoluta nella scienza come strumento capace di spiegare ogni comportamento umano e costruisce una vicenda nella quale la ricerca della normalità finisce per diventare una forma di potere.
Bacamarte arriva in una piccola comunità con una convinzione precisa: la follia deve essere studiata scientificamente. Il problema è che, una volta iniziato a osservare gli abitanti, il confine che aveva immaginato fra ragione e follia comincia ad allargarsi sempre di più. Un comportamento strano, un’abitudine insolita, un atteggiamento che si discosta dalla consuetudine possono diventare, ai suoi occhi, segnali sufficienti per giustificare un ricovero. La Casa Verde, nata come luogo destinato alla cura e allo studio, si trasforma progressivamente in uno spazio nel quale la definizione di normalità viene decisa da una sola persona.
È qui che l’Accademia della Follia, compagnia attoriale che è stata in grado di reggere egregiamente la scena, incontra la materia più interessante della vicenda originale. All’inizio Bacamarte appare come un uomo che vuole conoscere. Poi diventa l’uomo che vuole classificare. Infine diventa colui che pretende di stabilire la regola.
La differenza è sostanziale.
La scienza, nella sua intenzione iniziale, dovrebbe servire a comprendere. Bacamarte la trasforma invece in uno strumento attraverso il quale dividere le persone, assegnare loro un posto e decidere chi debba essere libero e chi no. La Casa Verde diventa quindi molto più di un manicomio. È il luogo nel quale una teoria viene applicata agli esseri umani e nel quale la teoria, una volta trasformata in pratica, comincia a produrre conseguenze che lo stesso studioso non riesce più a controllare.
La forza della vicenda sta anche nella sua ironia. Bacamarte non è presentato semplicemente come un folle che crede di essere sano. La sua follia nasce dalla convinzione di essere perfettamente razionale. È proprio questo il paradosso sul quale poggia l’intera storia: chi stabilisce il criterio con cui si misura la normalità? E soprattutto, quale garanzia esiste che colui che applica quel criterio ne sia realmente al di fuori?
Il titolo scelto per lo spettacolo, Bacamarte non era un matto normale, contiene già una provocazione che non ha bisogno di essere spiegata. La normalità, in questo caso, diventa una parola continuamente sottoposta a verifica. Bacamarte osserva gli altri e li giudica, ma nel momento in cui il suo sistema comincia a comprendere praticamente tutti, compresi coloro che inizialmente sembravano perfettamente integrati nella vita del paese, è la sua stessa posizione a diventare insostenibile.
Il passaggio decisivo avviene quando la ribellione degli abitanti, guidata dal barbiere Porfirio, mette in discussione il potere del medico. La comunità che aveva inizialmente accettato la Casa Verde comincia a comprendere che il problema non riguarda più soltanto alcune persone considerate eccentriche. Se il criterio utilizzato da Bacamarte può essere applicato a chiunque, nessuno è più al sicuro.
La comicità della vicenda non cancella la durezza del tema. Si ride dell’eccesso di Bacamarte, delle sue classificazioni, della progressiva estensione del suo concetto di follia, ma dietro quella comicità rimane una domanda precisa: quanto può diventare pericolosa una società quando pretende di stabilire una sola idea di comportamento corretto?
La particolarità dell’Accademia della Follia sta anche nel fatto che una storia come questa non viene affrontata soltanto come materiale letterario. Il nome stesso dell’Accademia porta con sé un rapporto diretto con il tema della salute mentale e con la necessità di mettere in discussione il modo nel quale vengono considerate le persone che si trovano ai margini della normalità stabilita.
Ed è proprio questo a rendere interessante la scelta di L’Alienista. Non si tratta semplicemente di recuperare un racconto dell’Ottocento perché contiene una storia curiosa, ma di portare sulla scena una vicenda nella quale il concetto stesso di follia viene continuamente spostato. Bacamarte pensa di poterla individuare negli altri e finisce per incontrarla dentro il proprio metodo.
Il Teatro Il Rossetti inserisce quindi nella propria programmazione un lavoro che, pur partendo da un testo lontano nel tempo e nello spazio, affronta una questione ancora riconoscibile: cosa accade quando qualcuno si attribuisce il diritto di stabilire per tutti gli altri quale comportamento sia accettabile e quale invece debba essere corretto, isolato o eliminato.
Bacamarte procede con una sicurezza che inizialmente può perfino apparire rassicurante. Ha una professione, una teoria, un obiettivo. Ma proprio questa sicurezza costituisce il primo elemento che dovrebbe insospettire. Non sembra disposto a considerare la possibilità che il proprio criterio possa essere sbagliato. Ogni nuovo caso diventa una conferma della teoria precedente, fino al momento in cui la teoria arriva a comprendere praticamente l’intera comunità.
Il meccanismo è semplice e proprio per questo efficace.
Se è folle chi si comporta in modo eccentrico, molti possono essere considerati folli. Se è folle anche chi manifesta un eccesso di una qualità normalmente considerata positiva, il confine si allarga ancora. Se perfino l’equilibrio può essere interpretato come una forma particolare di alterazione, allora la definizione di normalità perde ogni consistenza. A quel punto la scienza di Bacamarte non serve più a riconoscere la follia: serve a produrla come categoria.
È questo il momento nel quale il personaggio comincia a diventare davvero inquietante. Non perché sia un uomo malvagio nel senso tradizionale, ma perché è convinto di agire per il bene e perché non riesce più a distinguere la propria convinzione dalla verità.
La storia arriva così al suo ultimo rovesciamento. Bacamarte libera coloro che aveva fatto rinchiudere e arriva alla conclusione che la follia appartiene, in qualche misura, a tutti gli esseri umani. Ma invece di fermarsi davanti a questa scoperta, compie l’ultimo passo della sua ricerca e decide che il vero caso da studiare è lui stesso. Si considera l’unico realmente sano e, proprio per questo, sceglie di rinchiudersi nella Casa Verde.
Il paradosso è completo.
Colui che aveva passato il tempo a stabilire chi fosse folle finisce per diventare l’unico abitante della propria istituzione. E ciò che sembrava essere un metodo scientifico ordinato si conclude con una solitudine assoluta.
La vicenda di Bacamarte contiene dunque un’idea della follia molto diversa da quella che normalmente si associa alla parola. Non la presenta semplicemente come una patologia individuale, ma come una possibilità che riguarda l’essere umano nel suo complesso. L’errore di Bacamarte consiste nel voler separare nettamente ciò che forse non può essere separato.
La rappresentazione dell’Accademia della Follia mantiene insieme il carattere brillante della storia e il suo fondo più serio. La comicità convive con un ragionamento sul potere, sulla diversità e sul bisogno degli esseri umani di classificare ciò che non comprendono.
Anche la Casa Verde assume quindi un valore che supera quello di un semplice luogo della vicenda. È una costruzione mentale prima ancora che fisica. È il risultato della convinzione di Bacamarte che esista una linea precisa fra chi può stare fuori e chi deve essere portato dentro. Ma quella linea viene continuamente modificata fino a quando non rimane più nessuno che possa essere considerato definitivamente normale.
La leggerezza e la serietà convivono nella storia. Si può sorridere dell’assurdità di Bacamarte e nello stesso tempo comprendere che dietro quell’assurdità esiste una questione concreta: chi decide che cosa sia normale?
È una domanda che attraversa l’intero spettacolo e che impedisce alla vicenda di rimanere confinata nell’Ottocento brasiliano. La distanza storica non elimina il problema. Al contrario, attraverso Bacamarte diventa possibile riconoscere il meccanismo senza doverlo necessariamente ricondurre a un caso preciso.
Il Rossetti propone questo appuntamento nella Scena Contemporanea attraverso un’opera che affronta un tema ancora attuale: l’idea di una normalità uguale per tutti e il potere di chi pretende di definirla.
Bacamarte parte dalla volontà di curare e arriva a rinchiudere. Parte dalla scienza e finisce per mettere in discussione la propria stessa posizione. Parte dalla convinzione che siano gli altri a essere diversi e conclude riconoscendo, almeno implicitamente, che la diversità appartiene alla condizione umana.
È questo il punto nel quale il personaggio smette di essere soltanto una figura comica e diventa una figura tragica. La sua ricerca gli impedisce di vedere ciò che avrebbe dovuto essere evidente fin dall’inizio: l’uomo non è facilmente riducibile a una definizione.
E la follia, nella storia di Machado de Assis così come nella lettura proposta dall’Accademia della Follia, non è più soltanto ciò che deve essere rinchiuso dall’altra parte di una porta. Diventa una zona dell’esistenza che chiede di essere compresa senza essere immediatamente trasformata in una colpa, in una paura o in una categoria.
Alla fine rimane Bacamarte nella Casa Verde, solo, dopo aver restituito la libertà a tutti gli altri. È un’immagine che contiene tutta l’ironia della vicenda e contemporaneamente la sua parte più amara. Il medico che voleva trovare la follia negli altri scopre di non poter sfuggire al proprio criterio. La ricerca della normalità lo ha condotto esattamente nel luogo dal quale voleva proteggere la società.
Il Teatro Il Rossetti porta dunque in scena una storia nella quale la domanda più importante non è chi sia matto e chi non lo sia. È capire cosa accade quando qualcuno pretende di avere una risposta definitiva a quella domanda. Ed è proprio qui che L’Alienista – Bacamarte non era un matto normale trova la sua ragione più profonda: nella consapevolezza che l’uomo può diventare pericolosamente sicuro di sé proprio quando crede di avere finalmente capito gli altri.
Machado de Assis aveva costruito questa vicenda con ironia e paradosso, ma il suo bersaglio non era soltanto la figura dello scienziato. Era la presunzione di poter spiegare completamente l’essere umano. L’Accademia della Follia raccoglie oggi quella provocazione e la porta sulla scena senza togliere alla storia la sua leggerezza, lasciando però emergere, sotto il sorriso, una domanda che rimane difficile da eludere: forse Bacamarte non era un matto normale proprio perché era convinto che la normalità fosse qualcosa che soltanto lui poteva definire.
In replica alla “Sala Bartoli” de “Il Rossetti” venerdì 6 novembre ore 19.30, sabato 7 novembre alla ore 19.00, domenica 8 novembre alle ore 17
BACAMARTE NON ERA UN MATTO NORMALE“
Regia
Antonella Carlucci
Assistente alla regia Abril Méndez Pimentel
Drammaturgia Angela Pianca
In scena Franco Cedolin, Carmela Bevilacqua, Gabriele Palmano, Tullia Scollo, Alberto Furlanis,
Marzia Ritossa, Giuseppe Feminiano, Paolo Vidonis, Paola Di Florio, Gabriele Di Giusto
Produzione “Accademia della Follia” e “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia il Rossetti”