Tre eccellenze forestali del Friuli Venezia Giulia sono state iscritte, le prime in Italia, nella Rete nazionale dei boschi vetusti, cioè contesti ad altissimo valore ecologico. Le aree prescelte, appartenenti al demanio forestale regionale, sono: il Bosco Vintulins a Paularo, Pian de le Stele a Polcenigo e Croseraz-Val Bona nella Foresta del Cansiglio. L’individuazione di questi particolari boschi è il risultato di uno studio condotto dall’Università di Udine e promosso dal Servizio foreste della Regione Friuli Venezia Giulia.

I decreti

L’ufficializzazione è avvenuta con i decreti ministeriali del 6 agosto del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Il provvedimento sancisce il traguardo di un articolato iter istituzionale e scientifico avviato nell’aprile di questo anno, sulla scorta delle linee di indirizzo regionali approvate nel 2025.

Perché vetusto

Nel linguaggio scientifico e normativo, l’aggettivo “vetusto” non è un semplice sinonimo di “molto vecchio”. Piuttosto che indicare una sequenza di alberi secolari di età uniforme, la vetustà descrive uno stato di maturità ecologica e strutturale. Ovvero una condizione in cui i segni dell’attività umana del passato si sono ormai dissolti, lasciando che i cicli naturali di crescita, senescenza e rinnovazione tornino a modellare spontaneamente il territorio. In questo contesto è fondamentale distinguere tra una foresta primaria, un ambiente vergine mai alterato dall’uomo, e un bosco vetusto, che può invece avere una storia di utilizzo antropico. Ciò che lo rende tale è la straordinaria capacità della natura di riassorbire le antiche impronte umane, restituendo all’ecosistema la complessità e la ricchezza di una foresta matura.

Requisiti

Per ottenere l’iscrizione alla Rete, la normativa nazionale individua quattro pilastri fondamentali. Un’estensione minima di 10 ettari, con deroghe motivate fino a due ettari per contesti specifici. La presenza di specie spontanee coerenti con il contesto biogeografico. L’assenza di disturbi antropici significativi da almeno 60 anni. Una spiccata complessità strutturale data dalla presenza contemporanea di tutti gli stadi vitali del bosco, dalla rinnovazione spontanea alla senescenza.

Le regole

Per garantire la tutela integrale di queste aree, all’interno dei siti iscritti al registro, si applicherà il principio della rigorosa non-interferenza. In pratica, saranno tassativamente vietati i tagli boschivi e l’asportazione di legname, salvo specifiche autorizzazioni per la ricerca scientifica. Per permettere ai cittadini di osservare la trasformazione spontanea della natura senza alterarne i delicati equilibri, la fruizione pubblica sarà regolamentata e consentita esclusivamente lungo la rete dei sentieri ufficiali.

La ricerca

Il lavoro scientifico è stato svolto da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali coordinato da Giorgio Alberti. Con unapproccio multilivello che ha integrato le più avanzate tecnologie di telerilevamento, come il laser Lidar, e l’analisi dei documenti storici d’archivio, i ricercatori hanno dapprima selezionato 96 potenziali boschi pubblici potenzialmente classificabili come vetusti. Da questa prima analisi, grazie ai rilievi sul campo condotti secondo il protocollo definito dal Ministero, sono stati isolati 10 popolamenti ad altissimo valore ecologico di cui i tre siti prescelti sono tra le prime designazioni in ambito nazionale.

L’istituzione dei primi boschi vetusti accende così i riflettori sulla proforestazione. Cioè la scelta gestionale di sospendere o ridurre stabilmente gli interventi selvicolturali in porzioni selezionate di territorio per lasciare che il tempo liberi il potenziale ecologico della foresta. Dalle indagini dell’Ateneo emerge un messaggio chiaro: la proforestazione non si oppone alla selvicoltura attiva, ma ne completa la visione territoriale.

«Se da un lato la gestione attiva resta indispensabile per la produzione sostenibile di legname – spiega il professor Alberti –, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la conservazione dei paesaggi storici, dall’altro la proforestazione, ossia la non-gestione consapevole, interviene in contesti ecologici specifici per massimizzare lo stoccaggio del carbonio in bosco, preservare la biodiversità e incrementare la resilienza della foresta contro eventi climatici estremi come siccità e tempeste».

Valore internazionale dei boschi friulani

Il valore ecologico dei boschi vetusti friulani supera i confini regionali.

I contesti del Cansiglio, tra cui Pian delle Stele e Col Piova, sono infatti inseriti nel progetto europeo Wildcard, coordinato dall’Università di Udine, finanziato con quasi nove milioni di euro da Bruxelles. Si tratta di una rete internazionale di oltre 800 siti di ricerca diffusi nelle diverse regioni biogeografiche europee, nata per quantificare gli impatti della rinaturalizzazione su clima, suolo e comunità locali.

Pian de le Stele

Tra i contesti ufficializzati spicca l’area di Pian de le Stele, nel comune di Polcenigo, all’interno della Foresta del Cansiglio. Protetto come riserva integrale già dal 1971, e privo di prelievi legnosi da oltre sei decenni, questo abieteto di 14,36 ettari è un vero e proprio caso scuola di libera evoluzione ecologica. I rilievi dell’Ateneo friulano hanno evidenziato un’elevata densità di giganti arborei con diametri superiori ai 50 centimetri. Nonché un cospicuo accumulo di carbonio stoccato nei fusti in piedi e un’abbondante presenza di necromassa, ovvero legno morto a terra e in piedi in diversi stadi di decomposizione. L’assenza di gestione ha anche moltiplicato la presenza dei cosiddetti microhabitat arborei: cavità, spaccature, rami deperienti e piccoli ristagni d’acqua. Questo ha trasformato ogni singolo albero vetusto in un’oasi di biodiversità per funghi, licheni, coleotteri saproxilici, uccelli e chirootteri.